La notizia è arrivata dal Salento ed è rimbalzata subito tra cinefili e nostalgici: Tony Marsina è morto oggi, 6 marzo 2026, a 80 anni, nella sua città natale, Nardò, in provincia di Lecce. Le testate locali e la stampa nazionale lo ricordano come un volto inconfondibile del cinema di genere italiano, l’attore “da cattivo” passato dai fotoromanzi ai poliziotteschi, dai cannibal-movie alla fiction televisiva.
Origini e primi passi
Il suo vero nome era Antonio Marsina, nato il 12 gennaio 1946 a Nardò. Come tanti ragazzi di provincia negli anni Sessanta, parte per Roma per inseguire il sogno dello spettacolo.
I primi lavori arrivano nel mondo dei fotoromanzi, le “soap opera di carta” che si compravano in edicola e che hanno fatto da trampolino per molti attori italiani. Volto biondo, occhi chiari, fisico atletico, Marsina si ritaglia uno spazio preciso: il tipo affascinante ma ambiguo, capace di tenere la scena con uno sguardo più che con lunghe battute.
Da lì il passaggio al cinema è naturale: il volto da copertina diventa volto da grande schermo, soprattutto in quel territorio popolare che oggi chiamiamo, con affetto, cinema di genere.
Cinema di genere: western, poliziotteschi, azione
Già alla fine degli anni Sessanta Tony Marsina comincia a comparire in vari film: western all’italiana, spy-movie, melodrammi e pellicole belliche. Tra i primi titoli ci sono “Due once di piombo (Il mio nome è Pecos)”, “Il ragazzo che sapeva amare”, “Tiffany memorandum”, “Angeli senza paradiso”, “Rangers attacco ora X”.
Il vero salto arriva però negli anni Settanta, quando il cinema italiano vive la stagione d’oro dei poliziotteschi e dei film d’azione. Qui Marsina trova il suo terreno ideale.
Lo vediamo in film come:
- “Il grande racket” di Enzo G. Castellari, dove interpreta un avvocato Giuni freddo e spietato
- “Quelli della calibro 38”, immerso nel clima cupo e violento del poliziesco metropolitano
- “Keoma”, western crepuscolare dove è accanto a grandi nomi del cinema italiano
Ruoli da cattivo, da uomo di potere senza scrupoli, da antagonista che basta guardare per capire subito da che parte sta. Una specializzazione che finisce per diventare il suo marchio di fabbrica.
La montagna del dio cannibale, Tornado e gli anni dell’exploitation
Per chi ama il cinema bis, Tony Marsina è soprattutto un volto legato al periodo d’oro dell’exploitation italiana tra la fine dei Settanta e gli Ottanta.
Uno dei titoli più celebri in cui appare è “La montagna del dio cannibale” di Sergio Martino (1978), avventura esotica e feroce con Ursula Andress e Stacy Keach, diventata cult anche all’estero. Il suo personaggio incarna alla perfezione quel misto di fascino e pericolo che ha reso il film un punto di riferimento del filone cannibal-avventuroso.
Negli anni Ottanta Marsina sposta sempre più il baricentro verso l’action bellico:
- in “Tornado” di Antonio Margheriti è il capitano Harlow, ufficiale megalomane in una missione suicida in Vietnam
- in “Rolf” veste i panni di un mercenario, ruolo da protagonista in un’avventura dal respiro internazionale
A questi si aggiungono altri titoli che oggi fanno la gioia dei collezionisti: “Senza scrupoli”, “Una donna da scoprire”, “Morte in Vaticano”, la commedia “Porca vacca”, il successo popolare “Un povero ricco”.
In totale, tra cinema e tv, si contano una trentina di lavori distribuiti tra la metà degli anni Sessanta e la fine dei Novanta. Non sempre in primo piano, spesso in seconda fila, ma con quella presenza che rende riconoscibile ogni scena.
L’incontro con il cinema d’autore: Gran bollito
Dentro questa filmografia piena di poliziotteschi, azione e exploitation, c’è anche un titolo che appartiene a un’altra famiglia: “Gran bollito” di Mauro Bolognini (1977).
Il film, ispirato alla storia nera di Leonarda Cianciulli, vede Shelley Winters come protagonista e nel cast brillano nomi come Laura Antonelli. In questo contesto più autoriale, Tony Marsina interpreta il figlio adorato della protagonista. È un ruolo diverso: meno cattiveria, più intensità emotiva.
Questo lavoro mostra come l’etichetta di “cattivo” fosse solo una delle sue maschere. Sotto c’era un attore capace di modulare la presenza scenica anche su registri più complessi.
Dallo schermo del cinema alla tv: il patriarca di Vento di ponente
Con il passare del tempo il cinema di genere rallenta, la televisione diventa centrale e Marsina segue questo cambiamento. Prima arrivano apparizioni in miniserie e serie tv, poi un ruolo che lo riporta davanti al grande pubblico generalista.
All’inizio degli anni Duemila è Sebastiano Ghiglione nella fiction “Vento di ponente”, andata in onda su Rai 2. Interpreta il patriarca di una famiglia di armatori, al centro di intrighi familiari e d’affari.
Qui il suo volto non è più quello del cattivo di passaggio, ma quello di un uomo al comando, pieno di ombre e responsabilità, diviso tra lavoro, clan familiare e scelte che segnano un’esistenza intera. Una specie di riepilogo, in chiave televisiva, di tante sfumature già viste nei film, ma concentrate in un personaggio solo.
Per molti spettatori italiani questa è stata l’occasione per ricollegare quel volto “da cattivo” visto nei film anni Settanta-Ottanta a un nome e a una storia.
Vita privata, ritorno a Nardò, ultimi anni
Sulla vita privata di Tony Marsina le informazioni pubbliche sono pochissime. Le schede biografiche e gli articoli che lo ricordano si concentrano soprattutto sulle opere, sui registi con cui ha lavorato e sui generi che lo hanno reso riconoscibile.
Non emergono dettagli verificati su matrimonio, figli o relazioni. Sappiamo però che negli ultimi anni era tornato a vivere a Nardò, la città dove era nato. È lì che si è spento a 80 anni, ed è lì che viene salutato come “attore degli anni d’oro del cinema di genere”, in un clima di affetto e riconoscenza.
Un cerchio che si chiude dove tutto era cominciato: da quel paese del Salento al quale, evidentemente, era rimasto legato anche dopo una vita passata tra Roma, i set e gli studi televisivi.
Perché Tony Marsina resta nella memoria
In un’epoca in cui si ricordano quasi solo i protagonisti, figure come Tony Marsina raccontano un’altra faccia del cinema italiano: quella dei caratteristi, degli attori che riempiono le storie, danno credibilità alle atmosfere, tengono in piedi scene intere senza bisogno del nome in locandina.
Il suo percorso dice molto anche di una stagione precisa:
- il boom dei fotoromanzi
- gli anni ruggenti dei poliziotteschi e dei film d’azione
- il periodo d’oro del cinema di genere italiano, amatissimo all’estero
- lo slittamento verso la fiction televisiva, con ruoli da padre, capo, patriarca
Chi oggi decide di riscoprirlo può partire da titoli come “Il grande racket”, “Keoma”, “La montagna del dio cannibale”, “Tornado”, “Rolf”, “Senza scrupoli”, “Un povero ricco” e, sul fronte più autoriale, “Gran bollito”.
Dietro quel volto biondo da villain c’era il percorso di un attore che ha attraversato decenni di cinema popolare italiano, lasciando una scia silenziosa ma tenace nella memoria di chi quei film li ha visti al cinema, in tv o su un vecchio nastro VHS consumato.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






