Chi è Pedro Sanchez primo ministro di Spagna che ha sfidato Rajoy, la destra, Israele e adesso anche Trump? Moglie, parlamento, discorso, partito, Trump, destra o sinistra

Daniela Devecchi

Chi è Pedro Sanchez primo ministro di Spagna che ha sfidato Rajoy, la destra, Israele e adesso anche Trump? Moglie, parlamento, discorso, partito, Trump, destra o sinistra

Il nome di Pedro Sanchez negli ultimi anni è diventato sinonimo di una cosa molto semplice: sopravvivere. A crisi di governo, a elezioni anticipate, a fronde interne, a scandali, a scontri internazionali. Al 6 marzo 2026 è ancora lì, alla guida del governo spagnolo, dopo tre mandati consecutivi e un curriculum politico pieno di cadute e risalite.

Dietro la figura del “premier socialista che litiga con Trump e sfida Israele” c’è però una storia personale e politica più stratificata, che passa per il municipio di Madrid, per un dottorato in Economia e per un partito, il PSOE, che con lui ha vissuto il suo periodo più instabile e allo stesso tempo più longevo al governo.

Età, origini e studi

Pedro Sanchez nasce a Madrid il 29 febbraio 1972. È un “figlio della Transizione”: cresce in una Spagna che ha appena archiviato il franchismo e si sta inventando una democrazia nuova. La famiglia è di ceto medio urbano: padre dirigente d’azienda, madre funzionaria pubblica.

Studia Economia, si laurea, fa un master in politica economica e arriva fino al dottorato in Economia. Per qualche anno insegna anche all’università. Questo passaggio è importante perché spiega una parte del suo profilo: non è il classico politico “di apparato”, ma un dirigente che ama riempire i discorsi di numeri su salari, crescita e occupazione.

Gli inizi in politica e la scalata nel PSOE

Il suo primo vero palcoscenico è il Comune di Madrid, dove entra come consigliere nei primi anni Duemila. Poi passa al Congresso dei Deputati e comincia a farsi largo nel Partito Socialista Operaio Spagnolo, che in sigla è il famoso PSOE.

Nel 2014 arriva la svolta: viene eletto segretario generale del PSOE, cioè leader del partito. È una fase complicata: i socialisti sono schiacciati tra il ricordo del zapaterismo e l’irruzione di Podemos, la nuova sinistra indignata. Sanchez prova a mantenere una linea abbastanza moderata, ma finisce travolto dalle tensioni interne.

Nel 2016 viene letteralmente fatto fuori dai baroni del partito. Si dimette, lascia la segreteria, torna deputato semplice. Sembra finita. Invece nel 2017 si ricandida alle primarie, gira la Spagna in auto, si presenta come il leader “contro l’establishment del suo stesso partito” e vince. È il primo grande numero da equilibrista della sua carriera.

Dal voto di sfiducia a Rajoy al terzo governo

Nel giugno 2018 firma una mossa che entra nei libri di storia politica spagnola: la mozione di sfiducia contro il governo conservatore di Mariano Rajoy, travolto dallo scandalo di corruzione Gürtel. La mozione passa, Rajoy cade e Sanchez diventa Presidente del Governo (l’equivalente del nostro presidente del Consiglio) senza passare da un’elezione diretta.

Da lì si apre una sequenza impressionante:

  • governi di minoranza,
  • due elezioni nel 2019,
  • il primo esecutivo di coalizione della democrazia spagnola con la sinistra di Podemos,
  • la pandemia,
  • e infine il terzo mandato, nato dopo il voto del luglio 2023, grazie a un accordo complesso con la coalizione di sinistra Sumar e i partiti indipendentisti catalani e baschi.

Proprio per ottenere l’appoggio dei catalani, Sanchez accetta di spingere e approvare la legge di amnistia per reati legati al referendum indipendentista del 2017 e alle proteste successive. Una scelta che spacca la Spagna in due: per qualcuno è il premier che “pacifica” la Catalogna, per altri quello che cede agli indipendentisti pur di restare a palazzo.

Nel giugno 2025, il Tribunale Costituzionale conferma la costituzionalità dell’amnistia (con alcuni ritocchi), regalando al governo una vittoria non solo politica ma anche giuridica.

Moglie, famiglia e la “pausa” shock

Sanchez è sposato con Begoña Gómez, manager e accademica, con cui ha due figlie. Lei è una figura molto visibile nella sua vita pubblica: eventi istituzionali, impegni legati alla cooperazione, progetti sull’innovazione sociale.

Nel 2024, però, il nome di Begoña finisce al centro di un’inchiesta per presunto traffico di influenze, partita da una denuncia di un’associazione di estrema destra. L’indagine si rivelerà poi basata su accuse fragili, ma nel frattempo crea un terremoto politico.

Qui Sanchez fa una delle sue mosse più teatrali: annuncia una “pausa per riflettere” sulla sua permanenza al governo, si chiude per qualche giorno nella residenza ufficiale della Moncloa e lascia intendere che potrebbe dimettersi. Migliaia di persone scendono in piazza in suo sostegno. Alla fine decide di restare, attacca duramente la destra per il presunto “lawfare” contro la sua famiglia e la procura chiede l’archiviazione per la moglie.

È uno dei momenti in cui il rapporto fra la sua vita privata e la sua narrazione politica si sovrappongono in maniera più evidente.

Il rapporto con il Parlamento e lo stile dei discorsi

In Parlamento, Sanchez è un leader che punta molto sulla costruzione di quadro: ama aprire gli interventi con dati macroeconomici, con riferimenti a salari, crescita, investimenti, per poi arrivare al punto polemico. Nei duelli con il leader del Partido Popular e con la destra radicale di Vox, alterna un tono istituzionale a momenti molto diretti, quasi da comizio.

C’è un discorso che pesa più di altri nella sua storia recente: quello legato alla “pausa di riflessione” del 2024. Non è un discorso in Aula, ma una lettera alla nazione pubblicata sui social e letta in tv, in cui racconta la fatica personale e familiare di fronte a quella che descrive come una campagna d’odio. Un premier che si espone così sul piano emotivo divide, ma consolida l’immagine di un leader che usa la comunicazione politica in modo molto personale.

Trump, Iran e il “no alla guerra”

Il rapporto con Donald Trump è ormai un capitolo a parte della biografia politica di Sanchez.

Già ai tempi del primo mandato Trump alla Casa Bianca, i due si erano scontrati su clima, migrazioni e NATO. Con il ritorno di Trump al potere negli Stati Uniti e l’escalation di tensioni con l’Iran, il confronto diventa durissimo.

Il governo spagnolo rifiuta di autorizzare l’uso delle basi militari nel Sud del Paese per un’operazione militare contro Teheran. Trump reagisce minacciando ritorsioni commerciali e accusando Madrid di non contribuire abbastanza alla spesa militare dell’Alleanza. Sanchez, da parte sua, risponde con una linea molto netta: “no alla guerra”, difesa del diritto internazionale, nessuna partecipazione a un conflitto che considera destabilizzante.

Questa postura lo trasforma nel volto europeo più esplicitamente critico verso il nuovo corso americano, insieme ad altri leader progressisti. Allo stesso tempo, irrigidisce ulteriormente il fronte conservatore interno, che lo dipinge come un premier pronto a sacrificare i rapporti con Washington per ragioni ideologiche.

Palestina, Israele e il posizionamento internazionale

Sul fronte mediorientale, Sanchez ha scelto una linea che lo colloca nella parte più avanzata del campo progressista europeo. La Spagna sotto il suo governo:

  • riconosce lo Stato di Palestina nel 2024, coordinandosi con altri Paesi europei;
  • sostiene il ricorso alla Corte internazionale di giustizia legato alla guerra a Gaza;
  • nel 2025 approva un embargo totale sulle armi a Israele, con l’obiettivo dichiarato di fermare quella che il premier definisce apertamente una situazione di “genocidio” o “sterminio”.

Queste scelte gli danno grande visibilità nella sinistra globale, ma aprono un fronte di scontro con il governo israeliano e con i partiti di destra, sia in Spagna che in Europa.

Destra o sinistra? Dove sta davvero Pedro Sanchez

Formalmente non ci sono dubbi: Sanchez è il leader del PSOE, partito socialdemocratico storico, e guida governi con alleati alla sua sinistra. Ma la sua collocazione politica reale è più sfumata.

Sul piano economico e sociale, spinge per aumenti robusti del salario minimo, per una riforma del lavoro che riduca la precarietà, per politiche di welfare attivo e per una forte presenza pubblica nella transizione ecologica. Qui sta chiaramente nel campo progressista: salario minimo in crescita, riforma dei contratti, sostegno agli affitti e al reddito dei più fragili.

Sul piano istituzionale, con la scelta dell’amnistia catalana rompe uno dei tabù della politica spagnola e si assume il rischio di essere visto come il premier che tratta con gli indipendentisti pur di restare in carica. Una mossa che lo allontana dal centro tradizionale e lo avvicina ai fronti più dialoganti con le periferie.

Sul piano internazionale, il profilo è quello di un leader progressista e multilaterale: attento al clima, vicino alle posizioni femministe, molto duro con i governi di destra radicale, conflittuale con Trump e critico verso Israele. In una foto di gruppo europea, finisce quasi sempre sul lato sinistro.

Allo stesso tempo, però, è un politico estremamente pragmatico. Ha stretto patti con forze molto diverse tra loro pur di tenere in piedi i suoi governi, ha tenuto una linea ferma sull’appartenenza alla NATO e all’Unione Europea, ha difeso gli interessi delle grandi aziende spagnole in diversi dossier internazionali.

Se proprio bisogna scegliere un’etichetta, più che “radicale di sinistra” funziona l’immagine del socialdemocratico di nuova generazione, che usa un linguaggio progressista forte su diritti, ambiente e politica estera, ma governa con un occhio fisso agli equilibri economici e di potere.

In sintesi, il Pedro Sanchez del 2026 è un premier che ha costruito la propria identità politica su tre assi: un profilo sociale marcato dentro la famiglia socialista europea, una scommessa rischiosa sulla pacificazione catalana e una postura internazionale schierata a sinistra, soprattutto su Palestina e Iran. Il tutto tenendo in mano, per ora, la guida di una Spagna spaccata, ma ancora disposta a seguirlo tra una crisi e l’altra.