Chi è Nicola Gratteri, il pm che la ’ndrangheta teme e il governo attacca? Età, ruolo a Napoli, libri, referendum e critiche

Daniela Devecchi

Chi è Nicola Gratteri, il pm che la ’ndrangheta teme e il governo attacca? Età, ruolo a Napoli, libri, referendum e critiche

Per molti è semplicemente “Gratteri”. Un nome che, da solo, evoca blitz all’alba, aula bunker, ’ndrangheta, ma anche libri, interviste, discussioni infinite sulla giustizia. Oggi, 6 marzo 2026, Nicola Gratteri è uno dei magistrati più esposti e divisivi d’Italia: simbolo dell’antimafia per tanti, bersaglio politico per altri, soprattutto da quando si è schierato contro la riforma Nordio e il referendum sulla separazione delle carriere.

Dietro l’immagine del pm “duro”, però, c’è una storia molto precisa. E parte da un paesino della Locride.

Età, origini e primi passi in toga

Nicola Gratteri nasce a Gerace, in provincia di Reggio Calabria, il 22 luglio 1958. Cresce nella Locride degli anni Settanta, una terra dove la ’ndrangheta non è ancora “brand globale” ma già detta le regole di interi paesi. La famiglia è semplice, niente dinastie borghesi: padre camionista, madre casalinga, cinque figli in tutto.

Si laurea in Giurisprudenza, entra in magistratura giovanissimo, a 25 anni. Le prime sedi sono proprio in Calabria: sostituto procuratore a Locri, poi a Reggio. È lì che inizia a occuparsi di clan, sequestri, traffico di droga, legami con la politica locale. E lì che comincia la sua vita sotto scorta: dal 1989 non si muove senza blindata e uomini della sicurezza.

Negli anni Novanta scampa a attentati e progetti di agguato, mentre intere inchieste iniziano a raccontare un’altra verità: la ’ndrangheta non è solo faida e lupare, ma un’organizzazione capace di muovere soldi, appalti, voti.

Dalla Calabria al ruolo di procuratore a Napoli

Il salto di peso arriva nel 2009, quando diventa procuratore aggiunto a Reggio Calabria. Da lì coordina indagini che oggi troviamo in tutti i manuali di mafia: la maxi-operazione che unisce il versante calabrese (Crimine) a quello lombardo (Infinito) e mostra il radicamento delle cosche nel Nord produttivo; le inchieste su politica, massoneria deviata, affari sporchi.

Nel 2016 viene nominato procuratore della Repubblica di Catanzaro. È uno snodo chiave: quella Dda ha competenza su una vasta area della Calabria e sotto la sua guida diventa una macchina da guerra giudiziaria. Da lì partono inchieste come “Rinascita–Scott”, il maxiprocesso sul Vibonese con centinaia di imputati, migliaia di pagine di atti, un’aula bunker a Lamezia Terme.

Il nome di Gratteri comincia a uscire dal recinto degli addetti ai lavori. Va in tv, spiega la mafia, cita episodi, parla di boss e colletti bianchi con un linguaggio diretto. I suoi libri, quasi sempre scritti a quattro mani con Antonio Nicaso, diventano best seller: “Fratelli di sangue”, “Acqua santissima”, “Storia segreta della ’ndrangheta”, fino ai titoli più recenti sul narcotraffico globale e le mafie integrate nel potere.

Nel 2023 il Consiglio superiore della magistratura lo nomina procuratore della Repubblica di Napoli. È l’ennesimo cambio di scenario: dalla ’ndrangheta alla camorra, dalla Calabria alla grande metropoli del Sud. Ma il suo stile non cambia: conferenze stampa asciutte, tono severo, nessuna indulgenza per chi minimizza.

Il “metodo Gratteri”: maxi inchieste, numeri e polemiche

Quando si parla di lui, c’è un’espressione che ritorna spesso: “metodo Gratteri”. Che cosa significa, concretamente?

Vuol dire inchieste molto larghe, con decine e spesso centinaia di indagati. Vuol dire un uso intenso delle misure cautelari, l’idea che la custodia in carcere sia uno strumento necessario per spezzare le catene di comando delle cosche. Vuol dire anche un’attenzione ossessiva ai rapporti tra criminalità organizzata, politica, imprenditoria, massoneria deviata.

A Napoli, negli ultimi mesi, questo metodo si è tradotto in numeri impressionanti: richieste di misure cautelari a tre cifre, un’attenzione particolare alla criminalità minorile, alle stese, alle baby gang. Nelle sue uscite pubbliche ripete che la camorra è “al passo coi tempi”, che i clan si rigenerano con figli e nipoti dei vecchi capi, che dietro i ragazzini con la pistola ci sono sempre interessi adulti.

Ma c’è anche l’altro lato della medaglia. Più di una inchiesta giornalistica ha puntato il dito contro l’alto tasso di archiviazioni, assoluzioni e scarcerazioni che seguono i blitz. Si parla di “onda lunga” delle sue indagini sulle casse dello Stato, per via dei risarcimenti per ingiusta detenzione. I penalisti lo accusano di usare troppo la custodia cautelare, di costruire processi-monstre dove non tutti i tasselli reggono fino in Cassazione.

È il paradosso della sua figura: per alcuni è il simbolo di uno Stato finalmente aggressivo contro le mafie, per altri l’emblema di una giustizia che rischia di travolgere anche chi non c’entra.

Libri, tv e il volto pubblico dell’antimafia

Non è solo un pm chiuso tra faldoni e aule di tribunale. Gratteri è diventato negli anni un volto pubblico dell’antimafia.

I suoi libri raccontano la storia della ’ndrangheta da metà Ottocento a oggi, spiegano come funzionano i cartelli della cocaina, denunciano i legami con pezzi di Chiesa, politica, professioni. Uno dei titoli più citati è “La mafia fa schifo”, costruito sulle lettere dei ragazzi: è da lì che passa uno dei fili che sente più suoi, quello dell’educazione.

In tv lo abbiamo visto di recente protagonista di “Lezioni di mafie”, un ciclo di incontri con studenti universitari. Niente sceneggiatura patinata: lui, Nicaso, e ore di racconto diretto, esempi concreti, collegamenti tra Duisburg, Calabria, Germania, Milano, Rotterdam.

Questa esposizione mediatica lo ha reso popolare, ma anche vulnerabile. Ogni sua frase, ogni giudizio, ogni aggettivo rischia di trasformarsi in caso politico.

La riforma Nordio, il referendum e la frase sugli “indagati”

Ed è esattamente ciò che sta succedendo in queste settimane. Il governo ha portato avanti la riforma sulla separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. A fine marzo 2026 i cittadini saranno chiamati a dire sì o no in un referendum costituzionale.

Gratteri si è schierato apertamente per il No. Ripete che la riforma non migliora la giustizia, che solo pochi magistrati cambiano funzione nella loro carriera, che il vero rischio è un sistema con pm sempre più burocratizzati e, nel tempo, più controllabili dalla politica.

La bufera scoppia quando, parlando in pubblico, usa una frase pesantissima: a votare sì, dice, saranno “indagati, imputati, massoneria deviata e centri di potere” che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente. Una bordata diretta, che fa infuriare governo e maggioranza.

Da quel momento si apre il fuoco incrociato: c’è chi lo accusa di mancare di equilibrio, di ledere il diritto dei cittadini (tutti) a esprimersi al referendum, di fare politica da una poltrona che richiede neutralità. Altri, invece, vedono nelle sue parole il sintomo di una magistratura che non accetta di essere riformata.

Lui non fa mezzo passo indietro sul merito, si limita a precisare di non aver voluto generalizzare. Ma la sostanza resta: è diventato il volto del fronte contrario alla riforma.

Che lo si condivida o meno, questo colloca Gratteri in un ruolo particolare: non solo pm antimafia, ma anche protagonista del grande scontro italiano sulla giustizia.

Eroe, giustizialista, simbolo: che figura è davvero?

Oggi Nicola Gratteri è un personaggio che polarizza.

Per chi vive in territori segnati da mafie, pizzo e faide familiari, resta il magistrato che ha fatto nomi e cognomi, che ha portato i clan in aula, che ha alzato il livello della repressione. Il pm che la ’ndrangheta cita nelle intercettazioni come qualcuno da eliminare, il segno che lo Stato può essere temuto.

Per chi guarda la giustizia dalla prospettiva delle garanzie, è l’uomo dei numeri troppo grandi, delle manette facili, dei processi dove non sempre tutto regge fino alla fine. E ora, con l’ingresso a gamba tesa nel dibattito sul referendum, anche il simbolo di una magistratura che entra nel terreno della politica.

La verità, come sempre, sta nel fatto che tiene insieme entrambe le cose: rigore eccessivo per alcuni, coraggio necessario per altri. Di sicuro, nel bene e nel male, è una delle figure che più raccontano lo scontro d’epoca sul rapporto tra mafie, potere e giustizia in Italia.

FAQ su Nicola Gratteri

Quanti anni ha Nicola Gratteri e da dove viene?
È nato il 22 luglio 1958 a Gerace, in provincia di Reggio Calabria. Ha 67 anni nel 2025 e 67 compiuti anche nel 2026, essendo del ’58.

Che ruolo ricopre oggi?
È procuratore della Repubblica di Napoli, dopo essere stato procuratore capo della Dda di Catanzaro e procuratore aggiunto a Reggio Calabria.

Perché vive sotto scorta?
Perché da fine anni Ottanta guida indagini pesanti contro la ’ndrangheta e ha subito minacce e progetti di attentato. Da allora si muove solo accompagnato, con un sistema di protezione che non è mai stato revocato.

Perché è al centro del dibattito sul referendum giustizia?
Perché si è esposto pubblicamente contro la riforma sulla separazione delle carriere, invitando di fatto a votare No e utilizzando parole molto dure verso chi sostiene il , in particolare “indagati, imputati e massoneria deviata”.

Perché è considerato una figura divisiva?
Perché da un lato è percepito come simbolo dell’antimafia più dura, dall’altro viene accusato di un uso eccessivo della custodia cautelare e di maxi inchieste non sempre confermate nei gradi successivi di giudizio. E perché oggi è in prima linea nello scontro politico sulla giustizia.