Stretto di Hormuz, cos’è e perché può far salire benzina e bollette in mezzo mondo

Daniela Devecchi

Stretto di Hormuz, cos’è e perché può far salire benzina e bollette in mezzo mondo

Se in questi giorni hai fatto benzina e hai sbuffato guardando il cartello dei prezzi, sappi che una parte della risposta sta a migliaia di chilometri da qui, in un braccio di mare stretto e nervoso tra Iran e Oman: lo Stretto di Hormuz. Un punto sulla mappa che sembra minuscolo, ma che tiene in ostaggio petrolio, gas e – di riflesso – i conti di mezzo pianeta.

Ma dov’è esattamente, perché tutti ne parlano, e cosa sta succedendo in questo inizio 2026?

Dov’è lo Stretto di Hormuz e perché conta così tanto

Lo Stretto di Hormuz è il collo di bottiglia che collega il Golfo Persico al Golfo di Oman e poi all’Oceano Indiano. A nord c’è l’Iran, a sud l’Oman e poco più in là gli Emirati Arabi Uniti. Nel punto più stretto parliamo di una trentina di chilometri di larghezza, poco più di una striscia d’acqua.

Eppure da lì passa:

  • una quota enorme del petrolio mondiale, circa un quinto
  • una fetta importante del gas naturale liquefatto (GNL) che alimenta centrali, industrie e riscaldamenti in Europa e in Asia

In pratica: se Hormuz si blocca, il rubinetto energetico del pianeta comincia a perdere colpi. E i mercati vanno in tilt.

Come è esplosa la crisi del 2026

La fiammata parte a fine febbraio 2026, quando lo scontro tra Iran, Stati Uniti e Israele fa un salto di livello. Attacchi militari, missili, droni, accuse incrociate: lo scenario che per anni era rimasto una minaccia sullo sfondo diventa improvvisamente reale.

La reazione di Teheran è violenta e simbolica allo stesso tempo:

  • lancia missili e droni contro obiettivi israeliani e basi americane nella regione
  • mette mano alla leva più delicata che ha a disposizione: lo Stretto di Hormuz

Le navi che transitano in zona cominciano a ricevere messaggi radio dalle forze iraniane. La linea è chiara: passare è diventato pericoloso. In poche ore il traffico di petroliere rallenta, poi praticamente si ferma. Tanker carichi di greggio e gas restano in attesa fuori dall’area, ancorati a distanza di sicurezza.

Lo stretto, formalmente aperto, diventa quasi impraticabile. Chi rischierebbe una nave che vale centinaia di milioni di dollari in un corridoio dove volano droni e missili?

Droni, missili, mine: gli strumenti con cui l’Iran tiene in scacco il passaggio

Per capire la paura degli armatori basta guardare con che cosa l’Iran può colpire.

Negli ultimi anni Teheran è diventata una vera potenza nel campo dei droni. Modelli come gli Shahed hanno già fatto vedere di cosa sono capaci: voli a bassa quota, grande autonomia, capacità di raggiungere aeroporti, basi militari, raffinerie. In questa crisi i droni sono stati usati per colpire obiettivi sensibili, mandando un messaggio chiarissimo: qualsiasi infrastruttura, in mare e a terra, può essere nel mirino.

Poi ci sono i missili, balistici e da crociera. L’ondata iniziale è stata massiccia, con lanci verso Israele e verso postazioni americane nel Golfo. È probabile che l’Iran non possa reggere per mesi lo stesso ritmo, ma anche una minaccia sporadica basta per far salire alle stelle i premi assicurativi e la paura di chi deve navigare.

La carta più insidiosa, però, sono le mine navali. Non servono migliaia di ordigni: ne bastano poche, piazzate nel punto giusto, per trasformare lo stretto in una roulette russa. Finché non sei sicuro che il tratto sia stato bonificato, nessuno ha voglia di far passare una petroliera da lì. E lo sminamento può richiedere settimane, se non mesi.

Risultato: lo Stretto di Hormuz è sotto il controllo di fatto dell’Iran, che può decidere se alzare o abbassare la pressione sui flussi di petrolio e gas semplicemente lasciando circolare – o temere – queste minacce.

Navi ferme, assicurazioni in fuga: il collo di bottiglia dell’energia

Cosa succede quando un corridoio del genere si chiude quasi del tutto?

Succede che decine, poi centinaia di navi restano bloccate a ridosso dello stretto. Alcune piene di greggio e gas pronte a uscire dal Golfo, altre vuote, in attesa di entrare per caricare.

Le compagnie di navigazione sospendono i passaggi, i grandi armatori rivedono le rotte, dove possono fanno il giro lungo passando da sud, con giorni e giorni in più di navigazione.

Le assicurazioni marittime classificano Hormuz come zona ad alto rischio. Tradotto: o non ti assicurano proprio, o lo fanno a prezzi folli. E senza assicurazione, una petroliera non si muove.

Nel frattempo i governi occidentali studiano piani per scortare le navi con le proprie marine militari, come già accaduto in passato in altre aree calde. Ma mettere delle fregate a fianco dei tanker significa alzare ancora di più il livello di tensione.

L’effetto immediato: petrolio più caro, benzina che sale

Tutti questi movimenti hanno un riflesso quasi automatico: sale il prezzo del petrolio.

Gli operatori sanno che una parte dell’offerta globale è a rischio, o comunque sottoposta a rallentamenti, e reagiscono di conseguenza. Le quotazioni del greggio si impennano, il gas non resta indietro. E da lì la catena arriva rapidissima alle nostre tasche.

Quando il barile aumenta, nel giro di pochi giorni:

  • salgono i prezzi all’ingrosso di benzina e gasolio
  • le raffinerie adeguano i listini
  • i distributori aggiornano i cartelli

Non ti stupisce più, allora, vedere benzina oltre 1,70 euro al litro e diesel sopra 1,80 sulla rete ordinaria, con picchi ben più alti in autostrada. Lo Stretto di Hormuz non è solo un punto sulla carta geografica: è uno dei motivi per cui il pieno è tornato a pesare così tanto sul portafoglio.

Europa e Italia: perché ci riguarda da vicino

Si potrebbe pensare: “Ma noi il petrolio lo compriamo da tanti Paesi, non solo da lì”. Vero. Ma in un mercato globale, se una delle principali vie d’uscita del greggio si intasa, il prezzo sale per tutti.

L’Europa importa una parte del suo fabbisogno energetico dal Golfo. Se il flusso che passa da Hormuz rallenta o si ferma, bisogna trovare fonti alternative, spesso più care, o accettare prezzi più alti sul mercato.

Per l’Italia questo significa:

  • carburanti più cari
  • costi maggiori per trasporti e logistica
  • bollette sotto pressione se il gas resta a livelli elevati

In un’economia che aveva appena iniziato a respirare dopo l’ondata inflattiva degli ultimi anni, una nuova scossa energetica rischia di tradursi in prezzi più alti un po’ ovunque, dal carrello della spesa ai servizi.

E adesso? Gli scenari possibili

Quello che succederà nelle prossime settimane dipende da due variabili incrociate: la guerra e la paura.

Se la tensione militare tra Iran, Stati Uniti e Israele si abbassa e si trova un modo per garantire la sicurezza delle rotte, lo Stretto di Hormuz potrebbe tornare progressivamente a essere navigabile. I prezzi di petrolio e gas resterebbero comunque alti, ma senza l’effetto-panico di questi giorni.

Se invece il braccio di ferro continua, o peggiora, lo scenario diventa più pesante: traffico ridotto al minimo, petrolio che punta verso quota 100 dollari al barile, gas che si riscalda, nuove ondate di rincari alla pompa e nelle bollette.

Nel frattempo, per chi guarda la situazione da qui, c’è una consapevolezza che fa un po’ impressione: basta una lingua d’acqua larga pochi chilometri, dall’altra parte del mondo, per decidere quanto pagheremo il pieno, quanto costerà un viaggio in autostrada, quanto dovranno stringere ancora la cinghia famiglie e imprese.

Lo Stretto di Hormuz, insomma, è molto meno lontano di quanto sembra. E finché resterà al centro di questo gioco di forza, conviene tenerlo bene a mente ogni volta che al distributore alzi gli occhi sul cartello dei prezzi.