Referendum giustizia, cosa dicono davvero i sondaggi: testa a testa tra Sì e No e tutto si gioca sull’affluenza

Daniela Devecchi

Referendum giustizia, cosa dicono davvero i sondaggi: testa a testa tra Sì e No e tutto si gioca sull’affluenza

Il 22 e 23 marzo gli italiani tornano alle urne per il referendum sulla giustizia. In ballo c’è la riforma che ridisegna i rapporti tra pm e giudici, il funzionamento del Consiglio superiore della magistratura e l’assetto disciplinare: separazione delle carriere, doppio Csm, nuova Alta Corte.

La scheda sarà semplicissima: votare significa confermare la riforma, votare NO significa bocciarla e lasciare le cose come stanno. La particolarità è che si tratta di un referendum confermativo: non c’è bisogno di raggiungere il quorum. Conta solo chi va davvero al seggio, anche se fosse una minoranza del corpo elettorale.

Ed è proprio qui che i sondaggi insistono di più: non tanto su “chi è avanti”, quanto su quanta gente è disposta a uscire di casa per infilare quella scheda nell’urna.

Un referendum senza vincitore scritto

Se c’è un punto su cui i principali istituti sono d’accordo è questo: la partita è apertissima. Nessuno, oggi, può dire di avere il referendum in tasca.

Le rilevazioni convergono su un’immagine abbastanza chiara. Quando si ipotizza un’affluenza bassa, attorno al 40–42%, il NO risulta leggermente in vantaggio. Lo scarto è minimo, qualche punto percentuale, spesso dentro il margine d’errore.

Man mano che si alza l’asticella della partecipazione, la fotografia cambia. Se si immagina un’affluenza attorno al 46–48%, i numeri tendono a stringersi fino al testa a testa, con il che in diversi scenari torna a superare di poco il NO. Quando si sale ancora, verso il 50–52% e oltre, alcuni modelli danno il Sì davanti in modo più netto, pur senza distacchi clamorosi.

Il filo rosso è semplice: più aumentano i votanti, più il fronte favorevole alla riforma ha margini di crescita. Se invece le urne restano semivuote, sono i contrari a partire con qualche metro di vantaggio.

Come sono cambiati i sondaggi da fine 2025 a oggi

Se guardiamo indietro di qualche mese, la storia è quasi un piccolo romanzo. A fine 2025 il era considerato il grande favorito: in molte rilevazioni oscillava tra il 50 e il 60%, con il No piuttosto staccato e una massa enorme di indecisi.

All’inizio del 2026 l’onda comincia a cambiare forma. Il Sì resta avanti, ma scende verso un più prudente 48–52%; il No risale, si avvicina alla soglia del 30–35%; gli indecisi restano tanti, ma iniziano lentamente a prendere posizione.

Nelle ultime settimane il recupero del fronte contrario si è fatto ancora più evidente. Gli ultimi numeri mostrano un distacco ormai ridotto all’osso. In alcuni scenari, con affluenza contenuta, il No supera il Sì; in altri, con partecipazione più robusta, il Sì torna a guidare, ma sempre con pochi punti di scarto.

In pratica la riforma è passata da una situazione iniziale di apparente tranquillità a una zona grigia in cui può vincere chiunque, a seconda di come si muoveranno gli elettori negli ultimi giorni.

Che cosa dicono davvero i modelli: lo spartito delle tre affluenze

Molti sondaggi, per rendere più leggibile la situazione, semplificano il quadro in tre scenari tipo.

Nel primo, quello con l’affluenza più bassa, la partecipazione si ferma attorno al 40–42%. Qui il No vola appena oltre il 50%, il resta subito sotto. Non è una valanga, è più una spallata di misura, ma sufficiente a far vincere i contrari alla riforma.

Nel secondo scenario l’affluenza sale verso il 46–48%. In questa fascia il confronto si fa davvero serrato: Sì e No quasi si toccano, a volte con il Sì avanti di un soffio, a volte con numeri da parità tecnica.

Nel terzo caso si immagina un paese più mobilitato, con una partecipazione attorno al 52–55%. Qui le proiezioni tendono a premiare il , che guadagna qualche punto e stacca il No in modo più visibile, pur senza ottenere percentuali bulgare.

In tutti e tre gli scenari resta però un protagonista silenzioso: la massa degli indecisi. Chi dice che non ha ancora deciso se votare, o per cosa votare, in molti sondaggi pesa ancora per un buon pezzo del corpo elettorale. Ed è su quella fetta che si concentrerà la battaglia finale.

Chi spinge il Sì e chi spinge il No

Un’altra lente interessante è quella delle aree politiche.

Nel campo del centrodestra, soprattutto tra chi si riconosce nei partiti oggi al governo, la tendenza è chiara: il è nettamente prevalente. In alcune rilevazioni sfiora percentuali quasi plebiscitarie tra chi già sa che andrà alle urne, mentre la quota di elettori di quell’area orientata per il No resta minoritaria.

Dall’altra parte, tra gli elettori del centrosinistra e delle forze di opposizione, il quadro si rovescia: è il No a dominare, spesso con percentuali molto alte, anche se non mancano piccole fasce di elettori favorevoli al Sì.

C’è poi la variabile generazionale. In alcune indagini i 25–34enni risultano più inclini al Sì rispetto alle fasce più mature, mentre tra gli elettori più anziani il confronto appare più equilibrato e la prudenza verso la riforma è maggiore.

Un elemento che torna spesso è la diversa voglia di partecipare: una parte dell’elettorato contrario alla riforma sembra, oggi, più motivata a recarsi ai seggi. Al contrario, nel campo favorevole al Sì si nota anche una quota di chi dà il risultato per scontato o comunque non considera prioritario votare. Ed è un paradosso che, se confermato, potrebbe pesare più delle intenzioni dichiarate.

Il vero nodo: pochi hanno capito davvero il quesito

C’è un dettaglio che gli esperti sottolineano con una certa preoccupazione. Molti cittadini, quando vengono intervistati, ammettono di non avere le idee chiare su che cosa, in concreto, cambi con questo referendum.

Il risultato è un elettorato diviso in tre gruppi: chi ha una posizione consolidata da tempo, chi è orientato ma ancora dubbioso e chi, semplicemente, dice di non ricordare neppure il contenuto preciso della riforma.

Questo si traduce in:

  • una fascia ampia di indecisi tra chi ha comunque intenzione di votare;
  • un numero ancora maggiore di persone che non sa se andrà ai seggi oppure no;
  • una grande importanza della campagna finale, dai talk show alle spiegazioni più semplici pubblicate sui social.

A complicare ulteriormente il quadro c’è il voto degli italiani all’estero, che non sempre viene misurato in modo puntuale dai sondaggi e potrebbe spostare qualche decimale decisivo in caso di risultato sul filo.

Dove siamo oggi e cosa può ancora cambiare

Al 5 marzo, tirando le somme, si può dire questo: il referendum sulla giustizia è un vero testa a testa.

Con un’affluenza bassa il No ha qualche passo di vantaggio. Se però la partecipazione dovesse avvicinarsi al 50% o superarla, il tornerebbe in corsa con forza e, in più di uno scenario, risulterebbe vincente.

Tutto ruota attorno a due domande molto concrete: quante persone si muoveranno davvero il 22 e 23 marzo, e come si distribuirà il voto di chi oggi è ancora incerto.

I sondaggi, in questo momento, non sono un verdetto ma una bussola: indicano che nessuno può permettersi di abbassare la guardia. Saranno l’affluenza e le scelte dell’ultima ora a decidere se sulla scheda vincerà il o il No.