La notte in cui Emanuele non si è più svegliato
A San Pietro di Feletto, tra le colline che guardano la zona di Conegliano, il silenzio di una notte qualunque si è trasformato in qualcosa che nessuno dimenticherà facilmente.
Emanuele è andato a dormire come sempre. Il giorno dopo, però, non si è più svegliato.
Aveva 24 anni. È stato colpito da un malore improvviso nel sonno, un arresto cardiaco che non gli ha lasciato scampo secondo le prime ricostruzioni. A trovarlo senza vita sono stati i familiari, nella casa dove viveva con i genitori. Fino a pochi giorni prima andava al lavoro, usciva, faceva progetti. Da qualche tempo si era fermato, aveva chiesto una pausa per via di una forte ansia e di uno stress che non riusciva più a gestire. Nessuno, però, immaginava un epilogo così violento e definitivo.
In poche ore la notizia ha iniziato a girare tra messaggi, telefonate, chat di amici e colleghi. “Emanuele è morto nel sonno”. Una frase che suona quasi irreale quando associata a un ragazzo di ventiquattro anni, uno che aveva appena cominciato a costruirsi una vita.
Un giovane grafico tra sughero e creatività
Per chi lo conosceva solo di vista, Emanuele era “quel ragazzo che lavora in azienda a San Giacomo”. In realtà, dietro quella definizione generica c’era un giovane grafico con una passione chiara: trasformare immagini e idee in qualcosa di concreto.
Da oltre due anni lavorava alla Amorim Cork di San Giacomo, una grande realtà del sughero che produce tappi per il mondo del vino. Lì si occupava del disegno dei cliché per i tappi, cioè di quelle micro-grafiche che finiscono sulle bottiglie e che spesso nessuno nota davvero, ma che fanno parte dell’identità di un’azienda.
Era un lavoro tecnico e creativo allo stesso tempo: doveva interpretare loghi, linee guida, richieste dei clienti e trasformarle in un segno inciso su un tappo. In azienda lo descrivevano come serio, preciso, affidabile. Uno di quelli che, nonostante l’età, entravano in reparto salutando tutti con educazione, senza fare rumore ma lasciando una buona impressione ovunque.
Per un ragazzo di ventiquattro anni, lavorare in una realtà così strutturata significava avere già un piede saldo nel mondo degli adulti. Eppure, chi gli stava vicino sapeva che dietro il monitor e i progetti di grafica c’era ancora un ragazzo che stava cercando la sua forma, tra entusiasmo, responsabilità e qualche peso di troppo sulla testa.
Fotografia, calcio e il sogno del Cammino di Santiago
La vita di Emanuele, però, non finiva certo in ufficio. Fuori dai turni, portava con sé altre passioni che lo rendevano riconoscibile a chi lo incontrava nei paesi della zona.
La prima era la fotografia. Gli piaceva girare con la macchina fotografica al collo, fermarsi a cogliere dettagli che agli altri sfuggivano: una linea di luce su un campo, un volto in movimento, l’energia di una partita. Non è un caso che venisse spesso chiamato a fotografare tornei di calcio, un misto tra le sue due grandi passioni.
Già, il calcio. Lo aveva praticato da giocatore, ma non si era fermato lì. Aveva scelto di restare sul campo anche come allenatore, dedicando tempo ed energie ai più piccoli, provando a trasmettere loro qualcosa di più di uno schema di gioco: il rispetto, la fatica, il gusto di vincere insieme ma anche quello, meno facile, di perdere senza cercare scuse.
E poi c’erano i viaggi, le mappe mentali di posti ancora da vedere. Tra i progetti che teneva nel cassetto ce n’era uno che racconta molto del suo modo di essere: il Cammino di Santiago. Non un semplice weekend fuori porta, ma un percorso lungo, fatto di chilometri a piedi, silenzi, incontri casuali. Stava ragionando su quando partire, su come organizzarsi. Quel cammino, purtroppo, resterà solo immaginato.
“Gentile, disponibile, generoso”: il ritratto di chi lo ha amato
A parlare di lui, in questi giorni, è soprattutto la mamma Roberta. La sua voce, riportata nelle cronache locali, è quella di chi ha perso non solo un figlio, ma anche un compagno di vita quotidiana. Lo descrive con tre aggettivi che tornano sempre uguali: gentile, disponibile, generoso.
Racconta che in azienda tutti lo consideravano un ragazzo educato e rispettoso, qualità che a ventiquattro anni non sono affatto scontate. Dice che era sempre pronto ad aiutare gli altri, a dire sì quando qualcuno aveva bisogno di una mano, a presentarsi quando c’era da dare una presenza concreta.
Accanto a lei ci sono il papà Lorenzo e il fratello Adriano, travolti dallo stesso dolore. E poi i nonni Mario e Pierina, gli zii, i cugini, gli amici di sempre. In queste ore, tra San Pietro di Feletto e i comuni vicini, si sta creando una rete silenziosa di visite, messaggi, abbracci. Non ci sono grandi discorsi, solo quella vicinanza concreta che in certi momenti vale più di mille parole.
La morte di un ventiquattrenne colpito da un malore nel sonno non è una notizia “come le altre” in una comunità di provincia. È un colpo che mette in discussione certezze, che ribalta la normalità. Oggi è Emanuele, domani potrebbe essere il figlio di chi legge. Ed è proprio questa consapevolezza che rende il lutto così condiviso.
Funerale e rosari a Bagnolo
L’ultimo saluto a Emanuele è stato fissato nella chiesa dove tanti ragazzi della zona sono passati per catechismo, cresime, matrimoni, funerali di parenti. Sabato 7 marzo, alle 10, la comunità si ritroverà nella chiesa parrocchiale di Santa Maria in Betlemme a Bagnolo, frazione di San Pietro di Feletto, per il funerale.
Prima ancora, il paese avrà due momenti di preghiera. Il rosario verrà recitato venerdì alle 20 e di nuovo sabato mattina alle 9.30, sempre nella stessa chiesa. Saranno ore in cui la famiglia non verrà lasciata sola: amici, colleghi, compagni di squadra, vicini di casa, tutti avranno l’occasione di passare, di sedersi in un banco, di fermarsi un attimo davanti a quel nome scritto sul cartoncino.
Non sono i riti in sé a cambiare le cose. Non riportano indietro il tempo, non aggiustano ciò che si è spezzato. Ma danno un ritmo al dolore, fissano dei punti: un prima, un durante, un dopo. E permettono a chi resta di dire almeno una volta “ciao” guardando quella bara troppo piccola per un ragazzo di quell’età.
Domande frequenti sulla morte di Emanuele Canzian
Quanti anni aveva Emanuele Canzian quando è morto?
Emanuele Canzian aveva 24 anni. Era un giovane grafico di San Pietro di Feletto, nel Trevigiano.
Come è morto Emanuele Canzian?
È morto nel sonno, nella casa di famiglia, colpito da un malore improvviso. Le prime ricostruzioni parlano di un probabile arresto cardiaco.
Dove lavorava Emanuele?
Da oltre due anni lavorava come grafico alla Amorim Cork di San Giacomo, dove si occupava del disegno dei cliché per i tappi in sughero destinati alle bottiglie di vino.
Quali erano le sue passioni?
Amava la fotografia, il calcio – praticato sia come giocatore che come allenatore – e i viaggi. Tra i suoi progetti c’era anche il sogno di affrontare il Cammino di Santiago.
Quando e dove si tengono i funerali?
Il funerale è previsto per sabato 7 marzo alle 10, nella chiesa di Santa Maria in Betlemme a Bagnolo, frazione di San Pietro di Feletto. Nella stessa chiesa vengono recitati i rosari di venerdì sera e di sabato mattina.
“Head Staff”, giornalista pubblicista laureata in letteratura, amo scrivere e apprendere costantemente cose nuove. Trovo che il mestiere del giornalista sia uno dei più affascinanti che esistano. Ti consente di apprendere, di conoscere il mondo, farti conoscere e di entrare in simbiosi con il lettore






