Referendum giustizia 2026: cosa c’è davvero in gioco con la separazione delle carriere (e perché non c’è quorum)

Serena Comito

Referendum giustizia 2026: cosa c’è davvero in gioco con la separazione delle carriere (e perché non c’è quorum)

Fra poco più di due settimane milioni di italiani si troveranno davanti a una scheda con una domanda secca: “Approvate il testo della legge costituzionale…?”.
È il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo 2026, quello che tutti chiamano “sulla separazione delle carriere”. E che, dettaglio non banale, vale comunque: non c’è quorum, l’esito è valido a qualsiasi livello di affluenza.

Di slogan in giro se ne sentono parecchi – “basta correnti”, “giudici contro pm”, “attacco ai magistrati” – ma il cuore del voto è più tecnico e molto meno intuitivo: si cambia la Costituzione, si ridisegna l’architettura della magistratura, si inventa una nuova Alta Corte disciplinare e si introduce il sorteggio dentro i nuovi Consigli superiori.

Proviamo a mettere ordine, andando oltre il volantino.

Quando si vota e che tipo di referendum è

Partiamo dal calendario, perché qui non c’è spazio per fraintendimenti:

  • si vota domenica 22 marzo dalle 7 alle 23 e
  • lunedì 23 marzo dalle 7 alle 15;

si tratta di un referendum costituzionale confermativo, previsto dall’articolo 138 della Costituzione.

Tradotto:

  • il Parlamento ha già approvato una legge costituzionale, con maggioranza assoluta ma senza arrivare ai due terzi in seconda lettura;
  • proprio per questo, 1/5 dei parlamentari, 5 consigli regionali o 500 mila elettori possono chiedere che siano i cittadini a dire l’ultima parola.

La differenza fondamentale rispetto ai referendum “classici” che abbiamo in mente (divorzio, aborto, trivelle, acqua pubblica) è questa:

qui non serve il 50% + 1 degli aventi diritto.
Si contano solo i voti validi espressi: se prevale il , la riforma entra in vigore; se vince il No, la riforma cade e resta il testo attuale della Costituzione.

Nessuna “strategia dell’astensione” possibile: l’astenersi significa semplicemente lasciare la scelta a chi va alle urne.

Cosa prevede la riforma: tre nodi chiave

La legge costituzionale oggetto di referendum si chiama, in Gazzetta Ufficiale, “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”, legge cost. n. 253 del 30 ottobre 2025.

Dietro questo titolo da manuale si nascondono almeno tre cambiamenti strutturali.

1. Separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri

Oggi un magistrato, nel corso della carriera, può passare dalla funzione requirente (pm) a quella giudicante (giudice) con limiti e controlli, ma senza muri invalicabili.

La riforma:

  • cristallizza in Costituzione la distinzione fra percorsi di pm e giudici,
  • rende il passaggio da una funzione all’altra estremamente difficile, in pratica residuale.

Per il governo si tratta di “una garanzia in più per l’imparzialità del giudice”, per molti giuristi e associazioni di magistrati è invece un passo verso una maggiore distanza fra pm e giudice, con il rischio di accentuare la contrapposizione fra accusa e difesa.

2. Due Csm separati e una nuova Alta Corte disciplinare

Oggi esiste un solo Consiglio Superiore della Magistratura, costituzionalmente previsto, che governa carriere, nomine e disciplina dei magistrati ordinari.

La riforma:

  • sdoppia il Csm in due:
    • un Csm giudicante per i giudici,
    • un Csm requirente per i pubblici ministeri;
  • istituisce una nuova Alta Corte disciplinare, organo separato e autonomo incaricato di giudicare le responsabilità disciplinari dei magistrati, sia giudicanti sia requirenti.

Sarà poi una futura legge ordinaria a definire nel dettaglio illeciti disciplinari, sanzioni, composizione dei collegi e funzionamento dell’Alta Corte.

Chi sostiene il Sì vede qui un modo per limitare il peso delle correnti dentro il Csm e creare un controllo disciplinare più “terzo”; chi è per il No teme un sistema più esposto al condizionamento esterno, anche politico, nelle nomine e nelle sanzioni.

3. Il sorteggio per scegliere i membri degli organi di autogoverno

È il punto più tecnico e, al tempo stesso, uno di quelli che sta creando più discussione.

La riforma prevede che una quota significativa dei componenti dei nuovi Csm e dell’Alta Corte venga scelta con un meccanismo di sorteggio da elenchi di magistrati eleggibili, limitando il voto diretto delle toghe e, quindi, il ruolo delle correnti organizzate.

Per i favorevoli è un modo per “rompere il potere delle correnti” e ridurre gli scambi di favori interni. Per i contrari è un sistema che indebolisce la rappresentanza e può consegnare i vertici a persone scelte di fatto “a caso”, con il rischio di ridurre la responsabilità politica e professionale delle scelte.

Chi è per il Sì, chi è per il No (e perché è una battaglia trasversale)

La mappa politica non è nettezza assoluta, ma alcune linee sono chiare:

  • nel campo del si collocano Governo e partiti di maggioranza: Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, insieme a componenti del mondo radicale che da anni chiedono la separazione delle carriere;
  • nel campo del No trovi Cgil, gran parte dell’associazionismo giudiziario, una larga fetta del centrosinistra e pezzi di società civile; il segretario Cgil Landini ha parlato apertamente di difesa dell’autonomia della magistratura e dell’equilibrio costituzionale.

La campagna si è accesa anche con dichiarazioni molto forti.

Il pm Nino Di Matteo, per esempio, ha detto in un’intervista che secondo lui “massoni e mafiosi voteranno Sì”, frase che ha fatto il giro di tutte le testate e che viene continuamente usata – e contestata – da entrambe le parti come simbolo della polarizzazione del dibattito.

Dall’altra parte, esponenti del governo parlano di riforma “storica”, “di civiltà”, “a favore degli italiani” e accusano i comitati per il No di voler difendere un sistema chiuso e autoreferenziale.

Nel mezzo ci sono associazioni, ordini professionali, gruppi di giuristi che provano a tenere la discussione su un piano meno urlato, ricordando che qui non si parla di singoli processi ma di come funzioneranno i tribunali per i prossimi decenni.

Niente quorum, sondaggi ballerini: perché conta anche chi oggi è indeciso

Altro elemento che rende “strano” questo referendum è il mix fra:

  • assenza di quorum
  • e sondaggi molto incerti.

Le rilevazioni più recenti oscillano:

  • per YouTrend, in uno scenario di bassa affluenza il No sarebbe in vantaggio attorno al 53%, con il Sì che risale in caso di partecipazione molto alta;
  • per Ipsos e altri istituti, il Sì e il No sono spesso in equilibrio, con una fetta di indecisi superiore al 20% ancora a poche settimane dal voto.
  • un’analisi di Virgilio segnala addirittura un sorpasso del No di 6 punti rispetto al Sì, con situazione ribaltata rispetto a quattro mesi fa.

Vista l’assenza di quorum, la morale è semplice: ogni voto pesa davvero, soprattutto in un contesto dove i numeri cambiano al variare dell’affluenza e degli indecisi che si sciolgono all’ultimo.

Perché non è un referendum “solo per addetti ai lavori”

Il rischio è archiviarlo come un referendum “da giuristi”, roba da Csm, correnti, tecnicismi. In realtà, quello che si decide riguarda molto da vicino anche chi con i tribunali non ha mai avuto a che fare.

Qualche esempio concreto:

  • come viene scelto il giudice che giudicherà una causa di lavoro, una separazione, un processo penale;
  • quanto il pubblico ministero è percepito – e messo – sullo stesso piano della difesa, oppure spinto verso un ruolo più vicino all’esecutivo nelle indagini;
  • quali contrappesi disciplinari esistono se un magistrato sbaglia, sia in buona che in cattiva fede, e davanti a chi dovrà rispondere;
  • quanto il potere di decidere le nomine nei posti chiave (procuratori, presidenti di tribunale, capi delle corti) resta dentro il circuito delle toghe o si sposta, in parte, verso altre sedi.

In più, c’è una questione di metodo: diversi costituzionalisti e riviste come Questione Giustizia e Giustizia Insieme hanno criticato il modo in cui la riforma è stata portata avanti, parlando di forzatura dei tempi parlamentari e di scarsa ricerca di un consenso ampio su un testo che tocca l’equilibrio fra poteri.

Per chi guarda da fuori, il punto non è schierarsi “pro o contro i giudici”, ma farsi un’idea su quale modello di giustizia – più autonomo, più separato, più controllato – si vuole mettere in Costituzione.

Domande frequenti sul referendum giustizia 2026

Che cosa si vota esattamente il 22 e 23 marzo?
Si vota per confermare o respingere la legge costituzionale n. 253 del 30 ottobre 2025, “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”. La riforma introduce la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, istituisce due diversi Csm (giudicante e requirente) e una nuova Alta Corte disciplinare per i procedimenti disciplinari sui magistrati.

Perché per questo referendum non è previsto il quorum?
Perché si tratta di un referendum costituzionale confermativo, previsto dall’art. 138 Costituzione. A differenza dei referendum abrogativi, qui non serve che voti la maggioranza degli aventi diritto: l’esito è valido qualunque sia l’affluenza, e conta solo la maggioranza dei voti validi espressi.

Cosa succede se vince il Sì?
Se prevale il , la legge costituzionale entra in vigore: il sistema di giustizia italiano si riorganizza con carriere separate, due Csm distinti e l’Alta Corte disciplinare. Saranno poi leggi ordinarie a dettagliare composizione, regole disciplinari e funzionamento dei nuovi organi.

Cosa succede se vince il No?
Se prevale il No, la riforma viene respinta e resta in vigore il testo attuale della Costituzione: un solo Csm per tutti i magistrati ordinari, nessuna Alta Corte disciplinare e possibilità – nei limiti oggi previsti – di cambiare funzione fra ruolo requirente e giudicante.