La mattina del 4 marzo 2026 a Saonara, in provincia di Padova, un normale turno di lavoro è finito in tragedia. A perdere la vita è stato Stefano Contiero, 50 anni, residente a Brugine e originario di Piove di Sacco, impegnato in un cantiere di via XXV Aprile per l’installazione di pannelli fotovoltaici.
Era salito sul tetto per fare il suo mestiere, come tante altre volte. Qualche istante dopo, quella quota è diventata un vuoto di sei metri. Una caduta che non gli ha lasciato scampo, trasformando un intervento di routine nell’ennesima notizia di morte sul lavoro nel Padovano.
Chi era Stefano Contiero
Le cronache lo descrivono come un operaio di 50 anni, socio-dipendente di una ditta specializzata in impianti elettrici e fotovoltaici, con sede proprio nel territorio in cui viveva.
Secondo quanto riportato dalla stampa locale, Stefano era nato a Piove di Sacco e da tempo risiedeva a Brugine, due comuni legati da una quotidianità fatta di lavoro, cantieri, spostamenti lungo le stesse strade.
Nelle righe secche degli articoli non c’è spazio per molto altro: non si parla della sua famiglia, non si raccontano passioni, hobby, abitudini. Ma il fatto che venga indicato come socio-dipendente di un’azienda del territorio fa capire che non era un volto di passaggio: era uno di quelli che in zona ci vivono, ci lavorano, costruiscono pezzo per pezzo la propria vita e un pezzetto di quella degli altri, montando impianti, tirando cavi, salendo sui tetti.
La mattina dell’incidente a Saonara
È mattina, siamo in via XXV Aprile, una strada che ospita un cantiere edile temporaneo per l’installazione di impianti fotovoltaici sulle nuove abitazioni. Stefano è sul tetto di una di queste case in costruzione: sta lavorando al montaggio di un pannello quando, secondo le prime ricostruzioni, perde l’equilibrio.
Da lì in poi, tutto succede in pochi secondi.
La caduta è di circa sei metri. L’impatto viene definito “rovinoso” nelle prime note di cronaca. I colleghi chiamano i soccorsi, qualcuno parla di urla, di corsa verso l’uomo a terra. Ma per lui sembra chiaro subito che la situazione è gravissima.
Sul posto arrivano i sanitari del Suem 118, con ambulanza e personale pronto a intervenire. Vengono tentate le manovre di rianimazione, ma ogni sforzo si rivela inutile: i medici non possono fare altro che constatare il decesso.
In poche righe: un salto nel vuoto, un impatto, i tentativi disperati di salvarlo. E la parola che chiude tutto: morto.
I rilievi di carabinieri e Spisal
Come in ogni incidente grave sul lavoro, dopo i soccorsi scatta subito la parte più fredda ma necessaria: i rilievi.
A Saonara arrivano i carabinieri della stazione di Legnaro, competenti per territorio, che delimitano l’area del cantiere e iniziano a raccogliere le prime testimonianze, a partire dai colleghi che erano sul tetto con lui o che si trovavano nei pressi dell’abitazione in costruzione.
Accanto ai militari c’è il personale dello Spisal, il servizio che si occupa di prevenzione e sicurezza nei luoghi di lavoro. Saranno loro a dover verificare se in quel cantiere:
- erano stati predisposti i corretti dispositivi di protezione contro le cadute dall’alto (linee vita, imbracature, parapetti, ecc.);
- le norme di sicurezza venivano effettivamente rispettate;
- la posizione di Stefano – come dipendente e socio – fosse inquadrata in modo corretto dal punto di vista formale e della responsabilità.
Per ora, le cronache parlano di accertamenti in corso. Non ci sono ancora nomi, ipotesi di reato, indagati ufficiali. Il cantiere, intanto, resta legato a quella caduta, a quel punto esatto in cui un passo sbagliato o una protezione mancante hanno fatto la differenza tra fine turno e fine vita.
Fotovoltaico, tetti e cadute dall’alto: il punto dolente
La storia di Stefano Contiero si inserisce in una statistica che, in Veneto, conoscono bene sindacati e addetti ai lavori. Le cadute dall’alto sono una delle cause principali di morte nei cantieri, soprattutto durante:
- installazione o manutenzione di pannelli fotovoltaici;
- lavori su coperture leggere;
- interventi su tetti di edifici residenziali.
Nel commentare l’incidente di Saonara, la Uil Veneto ha parlato di “ennesima vittima sul lavoro”, sottolineando come le tecnologie per prevenire queste tragedie esistano, ma non sempre vengano usate fino in fondo: imbracature, sistemi anticaduta, sensori, linee vita permanenti, formazione continua.
La sensazione, leggendo tra le righe, è sempre la stessa: ogni volta ci si domanda se quel volo si sarebbe potuto evitare. Se bastava un gancio in più, una cintura allacciata, un controllo più severo, un minuto in più per agganciarsi correttamente. Domande che per chi non c’è più arrivano sempre troppo tardi.
Un dolore che unisce Brugine, Piove di Sacco e Saonara
Quando si dice che un incidente “colpisce il territorio” non è una frase fatta. In questo caso il dolore si muove su tre punti della stessa mappa:
- Piove di Sacco, dove Stefano era originario;
- Brugine, dove viveva e dove aveva il suo baricentro familiare e lavorativo;
- Saonara, il luogo in cui ha perso la vita, su un tetto che doveva ospitare un impianto fotovoltaico e che invece è diventato il margine tra lavoro e tragedia.
In questi paesi, spesso, tutti sanno tutto di tutti: ci si incontra al bar, in parrocchia, in piazza, nelle associazioni locali. È probabile che, dietro un nome in un breve articolo di cronaca, ci siano amici, colleghi, vicini che fino al giorno prima lo vedevano passare con il furgone attrezzato, pronto a un nuovo sopralluogo, a un nuovo impianto, a un altro tetto da sistemare.
Per loro, da oggi, via XXV Aprile a Saonara non sarà più solo l’indirizzo di un cantiere. Sarà il luogo dove Stefano è caduto e non si è più rialzato.
“Head Staff”, giornalista pubblicista laureata in letteratura, amo scrivere e apprendere costantemente cose nuove. Trovo che il mestiere del giornalista sia uno dei più affascinanti che esistano. Ti consente di apprendere, di conoscere il mondo, farti conoscere e di entrare in simbiosi con il lettore






