Chi abita nella zona di San Gabriele lo ha saputo quasi subito, con un messaggio sul telefono o il passaparola davanti ai negozi: don Vincenzo Salladini è morto mercoledì 4 marzo, nel pomeriggio, all’ospedale della città. Aveva 79 anni ed è mancato intorno alle 15.30, assistito dalla sorella Maria e dal cognato Nicola, che gli sono stati vicini fino all’ultimo.
Per tanti non era “un” sacerdote, ma “il” loro parroco. Quello che hanno trovato all’altare per una vita intera, dalle prime comunioni alle feste di quartiere, fino ai funerali più difficili.
Camera ardente a San Gabriele e ultimo saluto
La salma è stata riportata nella chiesa di San Gabriele dell’Addolorata, la sua parrocchia, dove è stata allestita la camera ardente. Le porte restano aperte fino alla sera, e il movimento è continuo: c’è chi entra solo per fare un segno di croce, chi si ferma sui banchi in silenzio, chi appoggia un biglietto, una foto, un rosario.
Il funerale è stato fissato per venerdì 6 marzo, alle 10.30, sempre a San Gabriele. A presiedere la celebrazione sarà il vescovo della diocesi di Teramo-Atri, monsignor Lorenzo Leuzzi, che guiderà l’ultimo saluto insieme al clero e alla comunità parrocchiale.
Dalla vocazione alla diocesi: una vita passata tra tre parrocchie
La storia di don Vincenzo comincia ad Atri, dove nasce il 6 settembre 1946. La vocazione matura presto e nel luglio del 1971 viene ordinato sacerdote. I primi anni di ministero li passa lontano dal centro storico, nella piccola parrocchia di San Felice, a Putignano, tra villette, campagna e famiglie che lo vedono arrivare giovane, con la tonaca nuova e tanta voglia di fare.
Poi, nel 1974, arriva il trasferimento che gli cambierà la vita: viene mandato alla parrocchia di San Rocco a Guardia Vomano, frazione di Notaresco. Lì resterà per quasi quarant’anni. In un paese così, il parroco vede crescere intere generazioni: battezza i bambini, li accompagna al matrimonio, ne piange i genitori. Quando nel 2021 festeggerà i 50 anni di sacerdozio, da Guardia Vomano partiranno in molti per andarlo a riabbracciare.
Nel 2012 rientra stabilmente nella sua città, Atri, come parroco di San Gabriele dell’Addolorata. Non è un quartiere semplice: case nuove, famiglie che arrivano e ripartono, qualcuno che in chiesa ci va poco. Con gli anni, però, quel “don Vincenzo di San Gabriele” diventa un riferimento anche per chi non è praticante: c’è nelle feste, nelle processioni, ma soprattutto c’è quando qualcuno bussa alla porta della canonica con un problema concreto.
Il parroco che parlava di bollette, non solo di omelie
Chi lo ha frequentato lo descrive come un prete di terra, poco amico delle frasi ad effetto e molto attento alle cose pratiche. Non a caso, quando nel 2025 arriva in parrocchia una bolletta della luce da oltre duemila euro, lui sceglie la strada più semplice: ne parla apertamente in chiesa, spiega quanto la situazione sia diventata pesante e, per chi può e vuole, mette a disposizione le coordinate per dare una mano.
Niente vittimismo e niente proclami, ma la fotografia chiara di una parrocchia che deve far quadrare i conti come le famiglie. Quell’episodio, ripreso anche dalla stampa locale, racconta più di tante parole il suo modo di essere parroco: condividere pesi e responsabilità, senza falsi pudori.
La sua storia incrocia anche riconoscimenti importanti: qualche anno fa gli viene assegnato il premio internazionale Giuseppe Sciacca, consegnato in Vaticano, occasione in cui dal Teramano partono pullman di fedeli per accompagnarlo. In diocesi, oltre al ruolo di parroco, ricopre anche l’incarico di teologo del Capitolo della Concattedrale, segno di una stima che va oltre i confini della parrocchia.
I 50 anni di sacerdozio e una frase rimasta impressa
Il 18 luglio 2021 la comunità di San Gabriele organizza una messa speciale per i suoi 50 anni di sacerdozio. La chiesa è piena, arrivano da Atri e da Guardia Vomano, qualcuno non lo vedeva da anni. Lui, alla fine della celebrazione, non chiede doni, né targhe. Si limita a dire una frase semplice: «Volete farmi un regalo? Venite a messa».
Chi era presente se la ricorda ancora. Una battuta che riassume bene la sua idea di ministero: al centro non c’è la figura del sacerdote, ma la comunità che si ritrova davanti all’altare. Quel giorno, più che un anniversario, è diventato una specie di patto rinnovato tra lui e la sua gente.
La malattia, il passaggio di consegne e l’affetto che resta
Negli ultimi tempi le sue condizioni di salute si erano indebolite. La diocesi aveva annunciato l’arrivo di un nuovo parroco per San Gabriele, don Angelo Monte, spiegando che il cambio era dovuto proprio alla malattia di don Vincenzo. Una notizia accolta con realismo, ma anche con dispiacere, perché in molti continuavano a considerarlo “il loro prete”, a prescindere dall’incarico ufficiale.
Il suo volto si vedeva meno spesso all’altare, ma non era scomparso dalla vita del quartiere. Quando poteva, tornava in chiesa; altre volte erano i fedeli ad andare da lui.
Ora che la notizia della sua morte ha iniziato a rimbalzare anche sui social, sotto i post che annunciano i funerali compaiono ricordi brevi, quasi sussurrati: “Mi ha battezzato i figli”, “È stato vicino a noi quando abbiamo perso papà”, “Non dimenticherò mai una sua parola in ospedale”. È così che, a poco a poco, si compone il mosaico di una vita.
Un pezzo di storia che se ne va
Con la scomparsa di don Vincenzo Salladini si chiude una stagione lunga più di mezzo secolo. Dalle prime messe a Putignano agli anni infiniti a Guardia Vomano, fino all’ultimo tratto a San Gabriele, la sua figura è entrata in punta di piedi in centinaia di famiglie, senza mai cercare i riflettori.
Il corteo funebre di venerdì mattina, tra le strade del quartiere e la chiesa piena, sarà forse l’immagine più chiara di ciò che ha lasciato: un sacerdote che ha scelto di restare, di invecchiare lì dove la gente lo aspettava, e che ora Atri saluta con dolore ma anche con la gratitudine riservata a chi, per decenni, c’è sempre stato.

“Head Staff”, giornalista pubblicista laureata in letteratura, amo scrivere e apprendere costantemente cose nuove. Trovo che il mestiere del giornalista sia uno dei più affascinanti che esistano. Ti consente di apprendere, di conoscere il mondo, farti conoscere e di entrare in simbiosi con il lettore






