Chi é Pete Hegseth, il volto più duro del Pentagono? Di cosa si occupa e cosa ha detto sull’articolo 5 della NATO?

Giorgia Tedesco

Negli ultimi mesi il nome di Pete Hegseth è tornato con forza al centro del dibattito internazionale: l’attuale capo del Pentagono è una figura divisiva e fortemente legata all’area conservatrice americana. Di recete si è espresso con toni netti sull’escalation tra Iran e Turchia, escludendo per ora l’attivazione della clausola di difesa collettiva dell’Alleanza Atlantica.

Chi è Pete Hegseth

Nato all’inizio degli anni Ottanta, a Minneapolis, Hegseth è un ex ufficiale della Guardia Nazionale dell’Esercito statunitense, con grandi missioni operative alle spalle, certo. Ma soprattutto un lunghissimo percorso mediatico come commentatore televisivo politico. Laureato a Princeton e con un master ad Harvard, ha costruito negli anni un profilo pubblico fortemente orientato su temi di sicurezza nazionale e identità militare.

Prima della nomina governativa è stato volto noto di Fox News e autore di libri di taglio politico, tra cui The War on Warriors. Proprio in quest’ultimo criticava l’eccessiva attenzione del Pentagono a politiche considerate “woke”. Lo scorso anno fu scelto da Donald Trump come Segretario alla Difesa degli Stati Uniti, incarico dal quale ha avviato una linea decisamente più assertiva.

Una linea politica muscolare

Fin dall’inizio del mandato, Pete ha promosso un approccio duro in politica estera e ha chiesto agli alleati NATO di aumentare significativamente le spese militari. Difatti, sostiene che l’Europa debba assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza.

Parallelamente, ha assunto posizioni controverse su diversi dossier: dal ridimensionamento dei programmi universitari per militari alla stretta sulle politiche interne del Pentagono. Scelte feroci, che gli son costate critiche ma anche consensi nell’area trumpiana.

Le ultime dichiarazioni sull’Articolo 5

Le parole che stanno facendo più discutere sono arrivate dopo l’episodio del missile iraniano diretto verso lo spazio aereo turco e intercettato dalle difese NATO.

Secondo Hegseth, l’incidente non sembra sufficiente per attivare l’Articolo 5, cioè la clausola che considera un attacco contro un Paese membro come un attacco contro tutti. In una dichiarazione pubblica ha spiegato che “non sembra che possa innescare qualcosa di simile all’articolo 5 della NATO”, pur precisando che la situazione sarà valutata con attenzione.

In un passaggio ancora più netto, il capo del Pentagono ha escluso il ricorso automatico al meccanismo di difesa collettiva, tagliando corto sull’ipotesi di una risposta militare dell’intera Alleanza.

Il contesto della crisi

Le dichiarazioni si presentano in un momento in cui Washington e Tel Aviv mettono grande pressione su Teheran. Infatti, lo stesso Hegseth ha parlato di una possibile superiorità aerea congiunta tra Stati Uniti e Israele nello spazio iraniano.

Parallelamente, il Pentagono ha rivendicato l’omicidio del responsabile iraniano di un presunto complotto contro Trump. Insomma, grandi segnali per un clima sempre più teso tra le parti.

La posizione prudente sull’Articolo 5 viene letta da molti osservatori come un messaggio politico preciso: evitare un’escalation automatica e, allo stesso tempo, ribadire che la NATO non deve intervenire meccanicamente in ogni incidente.

Non è la prima volta che Hegseth insiste su una maggiore autonomia degli alleati europei. In più occasioni ha avvertito che l’Alleanza non può basarsi esclusivamente sulla protezione americana, invitando i partner a rafforzare le proprie capacità militari.

Una figura che divide: Pete Hegseth

Il segretario alla Difesa resta una delle personalità più controverse dell’amministrazione Trump. Per i sostenitori rappresenta il ritorno a una linea di forza e chiarezza strategica. Per i critici, invece, il suo stile diretto e ideologicamente marcato rischia di aumentare le tensioni internazionali.

Di certo, le sue parole sull’Articolo 5 mostrano la volontà di Washington di mantenere il controllo politico sull’uso della clausola più delicata della NATO — una scelta che, nelle prossime settimane, potrebbe pesare sugli equilibri dell’Alleanza.