Sul lungarno di Firenze sfilano le bandiere arcobaleno, gli striscioni chiedono “cessate il fuoco”, i megafoni parlano di pace. A un certo punto, però, il corteo si ferma. Davanti alla testa della manifestazione si piazza una donna, minuta, visibilmente agitata. Alza la voce:
«Adesso parlo io. Perché siete stati in silenzio con quarantamila morti?»
È Leila Farahbakhsh, iraniana, da quindici anni in Italia. In pochi secondi il suo volto fa il giro del Paese. Ma dietro quel video ci sono una vita in esilio, una famiglia rimasta sotto le bombe e una posizione sulla guerra che non lascia indifferenti.
Origini iraniane e nuova vita a Firenze
Leila viene dall’Iran, da una famiglia che lei stessa descrive come “normale”, non di oppositori storici. È una delle tante ragazze che crescono in un Paese dove essere donna significa fare i conti con regole, divieti, controlli sul corpo e sui comportamenti.
Circa quindici anni fa arriva in Italia e si stabilisce a Firenze. Studia, lavora, costruisce una nuova quotidianità. Oggi fa la designer, lavora nel mondo dei progetti e degli spazi, parla benissimo italiano. La chiamano “esule iraniana”: lei racconta di non poter tornare in Iran da quattro anni, perché il suo volto e il suo nome sono ormai associati all’opposizione al regime.
La radice rimane però dall’altra parte: genitori e parenti sono ancora laggiù, in città e regioni finite nel mirino sia della repressione interna sia dei bombardamenti. Leila parla spesso di telefonate che si interrompono, connessioni che saltano, silenzi improvvisi che durano ore. Una distanza che non è solo geografica.
“Donne, vita, libertà”: l’attivismo prima del video virale
Molto prima del corteo sui lungarni, Leila è già un volto noto nei circuiti dell’attivismo per l’Iran. Fa parte della galassia di Donne, vita, libertà, il movimento nato dopo la morte di Mahsa Amini, simbolo della protesta contro la polizia morale.
In Toscana partecipa a:
- presìdi davanti ai consolati e alle piazze cittadine
- incontri pubblici sulla condizione femminile in Iran
- serate di testimonianza in circoli e biblioteche, fino a realtà come l’Università dell’Età Libera del Mugello
Non è una “professionista dei talk show”: fino a pochi giorni fa si muoveva soprattutto in contesti locali, tra associazioni, comunità iraniana, mondo della cultura. La sua voce cresce di volume man mano che la repressione in Iran si fa più dura e la guerra entra nella vita della sua famiglia.
Il corteo pacifista e lo scontro sul lungarno
Il fine settimana a cavallo tra fine febbraio e inizio marzo 2026 a Firenze è segnato da un grande corteo per la pace, convocato contro l’intervento militare degli Stati Uniti e di altri Paesi in Iran. In piazza scendono sindacati storici come CGIL, associazioni come ANPI e ARCI, pezzi di mondo cattolico e movimenti pacifisti.
La scena che tutti abbiamo visto parte da qui: la grande bandiera arcobaleno in testa, gli slogan contro la guerra, poi Leila che si mette davanti al serpentone e lo blocca. Non insulta, non lancia oggetti. Fa una cosa che in quel contesto pesa quasi quanto un sit-in: costringe il corteo a guardarla in faccia e ad ascoltare.
Le parole che esplodono nei video sono poche e durissime. Leila accusa i manifestanti di essere scesi in piazza “solo ora”, mentre, racconta, «in due giorni il regime ha ucciso quarantamila persone, chiudendo internet e arrestando decine di migliaia di manifestanti sotto tortura». Parla di 10.000 persone accecate, di donne picchiate, di ragazzi spariti.
Questi numeri, va detto, sono le sue cifre, quelle che porta dal racconto di familiari, attivisti, contatti diretti. I giornali li riportano come dichiarazioni, senza poterli verificare in modo indipendente.
Attorno a lei qualcuno applaude, qualcun altro la fischia, c’è chi prova a tirarla via, finché intervengono gli agenti in borghese. Leila ripete: «Sono una donna iraniana, ho diritto di parlare». Il corteo riparte, ma ormai quella manciata di minuti è diventata una notizia nazionale.
“Il mio popolo aspettava quegli aerei”: la posizione sulla guerra
Nei giorni successivi Leila rilascia diverse interviste. La frase che rimbalza di più è questa:
«Il mio popolo aspettava quegli aerei.»
È qui che si capisce quanto la sua posizione sfidi la narrazione dominante dei cortei per la pace. Leila dice chiaramente:
- che non desidera la guerra in sé,
- ma che, dal suo punto di vista, la diplomazia non è bastata,
- e che una parte enorme della popolazione iraniana (lei parla addirittura di “98%”) vede l’intervento militare come l’unica possibilità di uscire dal giogo del regime.
Per lei non è una discussione astratta su geopolitica e strategie. È la vita di persone che conosce per nome. Nell’immaginario di Leila, le bombe non arrivano “sul suo Paese” in senso generico: arrivano sul regime che la tiene lontana da casa e minaccia i suoi familiari. È una linea sottilissima, che molte altre voci iraniane non condividono, ma che lei rivendica apertamente.
Questa convinzione si accompagna a un’accusa precisa al mondo pacifista occidentale:
- “Dov’eravate quando il regime sparava sulla folla?”
- Perché – chiede – cortei, appelli, comunicati non hanno riempito le piazze europee quando i manifestanti iraniani venivano incarcerati e uccisi?
È qui che nasce l’accusa di “pacifismo selettivo”: molto presente per alcune cause, assente per altre.
Una comunità spaccata tra gioia, paura e diffidenza
Dopo il video, Firenze scopre che la comunità iraniana in città è tutt’altro che monolitica. Ci sono:
- attivisti che condividono la linea di Leila e sostengono la necessità di spingere fino in fondo l’intervento internazionale, convinti che senza uno shock esterno il sistema di potere non cadrà mai;
- altre e altri che, pur odiando il regime e festeggiando la fine del suo leader, temono le conseguenze della guerra, ricordano cosa è successo in Iraq e Afghanistan, e ripetono che «le bombe non portano democrazia».
Leila diventa così una figura polarizzante: c’è chi la vede come la voce cruda e necessaria di chi conosce la violenza del regime sulla propria pelle, e chi teme che la sua storia personale venga usata per legittimare qualunque scelta militare, senza una riflessione più ampia.
Nel frattempo, un evento in cui avrebbe dovuto parlare di condizione femminile iraniana in Mugello viene rinviato. Gli organizzatori parlano di “contesto troppo caldo”, di necessità di prendere tempo. Lei, da parte sua, commenta amaramente che forse le sue parole «non sono piaciute».
Oltre il corteo: volto, corpo e voce di un esilio
Al netto delle letture politiche, il caso di Leila racconta anche altro. Racconta cosa significhi essere esule: avere un lavoro, una città che ti ha accolto, una lingua che ti appartiene, e allo stesso tempo sentirti con un pezzo di te continuamente altrove.
Nelle rare interviste più intime spiega come il corpo reagisca agli eventi: notti senza sonno in attesa di un messaggio, la difficoltà a lavorare quando non sai se i tuoi sono vivi, la sensazione di essere sospesa tra due mondi. E poi la rabbia, quando dall’altra parte del corteo vedi cartelli che, ai suoi occhi, dimenticano tutto questo.
Per molte e molti, Leila è soprattutto quel volto che urla “ora parlo io” davanti a una bandiera della pace. Per chi la conosce da anni, è la ragazza che faceva da tramite alle famiglie in piazza, che traduceva slogan, che spiegava cosa significa “Donne, vita, libertà” a chi non aveva mai sentito quelle parole in persiano.
Domande frequenti su Leila Farahbakhsh
Leila Farahbakhsh è italiana o iraniana?
Leila è iraniana. Vive in Italia da circa quindici anni, a Firenze, ma tutte le cronache la indicano come esule iraniana. Non ci sono informazioni pubbliche chiare sulla sua eventuale cittadinanza italiana.
Che lavoro fa Leila Farahbakhsh?
In Italia lavora come designer. Nelle biografie che circolano in questi giorni viene descritta come una professionista creativa che opera a Firenze, accanto alla sua attività di attivista.
Perché non può tornare in Iran?
Leila racconta di non poter rientrare in Iran da quattro anni a causa del suo impegno contro il regime. Il suo nome è legato alle proteste, al movimento Donne, vita, libertà e alle denunce sulla repressione, e questo rende troppo rischioso un ritorno.
Che cos’ ha detto al corteo dei pacifisti a Firenze?
Durante il corteo per la pace sui lungarni, ha bloccato la testa della manifestazione e ha contestato i partecipanti chiedendo «perché siete stati in silenzio con quarantamila morti». Ha denunciato le violenze del regime iraniano sui manifestanti e accusato il mondo pacifista di non essersi mobilitato quando a sparare era il governo di Teheran.
Qual è la sua posizione sulla guerra in Iran?
Leila afferma di non desiderare la guerra, ma sostiene che la diplomazia non sia bastata e che la maggior parte degli iraniani avrebbe “aspettato” l’intervento militare internazionale contro il regime. È una posizione che ha raccolto consensi e critiche, anche all’interno della stessa comunità iraniana in Italia.
Che ruolo ha nel movimento “Donne, vita, libertà”?
In Toscana è una delle voci più esposte legate al movimento Donne, vita, libertà, che nasce dopo l’uccisione di Mahsa Amini. Partecipa a presìdi, incontri pubblici e momenti di testimonianza sulla situazione delle donne iraniane e sulla repressione in corso nel Paese.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






