Un ministro a Dubai mentre il mondo trattiene il fiato
Fine febbraio 2026. Mentre i rapporti tra Iran, Stati Uniti e Israele si fanno sempre più tesi, in Italia esplode una storia diversa, ma ugualmente delicata: si scopre che il ministro della Difesa, Guido Crosetto, non è a Roma, ma a Dubai.
Non è lì per un vertice NATO, non per una missione ufficiale ampiamente annunciata. Ci è andato – dice lui – per raggiungere la famiglia e incastrare qualche impegno istituzionale nel mezzo. Poi succede quello che nessuno vorrebbe: esplode la crisi, lo spazio aereo impazzisce, i voli vengono cancellati, centinaia di italiani rimangono bloccati negli Emirati.
Tra loro c’è anche il ministro che da mesi parla di guerra, deterrenza, alleanze, scenari di conflitto. A quel punto la domanda è inevitabile: com’è possibile che il titolare della Difesa italiana si ritrovi “incastrato” in un’area caldissima proprio nel momento in cui la tensione internazionale sale di colpo?
Chi è Crosetto oggi: il gigante buono della Difesa
Per capire il peso politico del caso Dubai, bisogna ricordare chi è la figura al centro della tempesta.
Classe 1963, nato a Cuneo, Crosetto arriva dalla tradizione democristiana di provincia. Inizia giovanissimo nella politica locale, diventa sindaco, consigliere, poi passa al centrodestra nazionale. Prima ruota nell’orbita berlusconiana, poi è tra i cofondatori di Fratelli d’Italia accanto a Giorgia Meloni.
Non è solo un politico di partito. È anche uno che conosce bene il mondo delle industrie dell’aerospazio e della difesa, di cui è stato a lungo rappresentante. Già sottosegretario alla Difesa in passato, nel 2022 viene scelto come ministro della Difesa nel governo Meloni.
Fisicamente imponente, carattere spesso più misurato rispetto ad altri esponenti della maggioranza, negli anni si è costruito un’immagine particolare: il “gigante buono” che parla di armi, eserciti e NATO con un tono quasi paterno. Atlantista convinto, difende il sostegno all’Ucraina, spinge per rafforzare le alleanze militari, ma insiste anche su un’idea di difesa che include cyber, protezione civile, resilienza interna.
Insomma: non è un ministro qualsiasi. È uno dei pilastri della credibilità internazionale del governo.
Perché era a Dubai: figli, ferie e “impegni istituzionali”
Quando è venuto fuori che Crosetto si trovava a Dubai, la prima curiosità è stata questa: cosa ci faceva lì, e in quei giorni?
La sua versione, ripetuta in più occasioni, si può riassumere così:
- la famiglia era negli Emirati per una vacanza;
- lui li ha raggiunti, incastrando nel viaggio alcuni contatti istituzionali nell’area del Golfo;
- il rientro era previsto con un normale volo di linea, in un weekend che – al momento della partenza – non veniva percepito come quello dell’esplosione definitiva della crisi.
Non un viaggio totalmente privato, quindi, ma neppure un’agenda ufficiale di quelle con comunicati, foto, bandiere e discorsi. Una zona grigia, un ibrido tra ferie e lavoro. Proprio questo miscuglio, più ancora della destinazione in sé, è diventato il bersaglio perfetto delle critiche.
Escalation nel Golfo e voli saltati: il ministro resta bloccato
Mentre il ministro è negli Emirati, la situazione in Medio Oriente accelera. Ci sono attacchi, ritorsioni, missili che volano, analisti che parlano di possibile allargamento del conflitto.
L’effetto immediato si vede nei cieli: lo spazio aereo viene limitato, i voli cancellati o riprogrammati, le compagnie sospendono collegamenti considerati troppo rischiosi. Decine e decine di italiani a Dubai si ritrovano improvvisamente senza un volo certo per tornare a casa.
Tra di loro, sotto i riflettori, c’è il ministro della Difesa. Le immagini sono potenti: mentre a Roma si ragiona di scenari di guerra, di protezione del Mediterraneo, di eventuali evacuazioni, il titolare della Difesa è fermo a migliaia di chilometri, ostaggio di una situazione che non controlla.
Non è solo una questione di logistica, ma di simboli: il governo che si presenta come granitico e “sul pezzo” sulla sicurezza, con il suo ministro più esposto in una condizione che assomiglia molto a quella di un turista.
Il rientro con l’aereo militare e la frase che lo segna
Per sbloccare la situazione, si decide per una soluzione straordinaria: Crosetto rientra in Italia con un aereo militare, da solo.
La famiglia resta a Dubai. Lui sale su un velivolo delle Forze armate, torna a Roma e annuncia due cose fondamentali:
- ha scelto quella via per motivi di sicurezza e urgenza, visto il quadro internazionale;
- pagherà di tasca propria il volo, addirittura più del costo previsto, per evitare l’accusa di aver usato mezzi militari “a scrocco”.
Pochissimo dopo, si presenta in Parlamento, davanti alle commissioni competenti, e dice la frase che diventerà il riassunto del caso:
“Avrò sbagliato da ministro, ma a Dubai c’erano i miei figli.”
È la sintesi del suo ragionamento: riconosce un errore di valutazione dal punto di vista istituzionale, ma rivendica una scelta umana, quella di un padre che vuole essere vicino ai figli.
Qui la storia smette di essere solo cronaca e diventa terreno di confronto politico e quasi etico: quanto spazio di “normalità privata” può avere un ministro della Difesa? Quanto conta il ruolo, e quanto il fatto di essere genitore?
Le accuse dell’opposizione: opportunità, dignità del ruolo, sicurezza
Le opposizioni, ovviamente, non perdono l’occasione.
Il Movimento 5 Stelle arriva a chiedere esplicitamente le dimissioni, insistendo sull’immagine del ministro “bloccato a Dubai come un turista qualsiasi” mentre l’Italia dovrebbe prepararsi alla possibile estensione di un conflitto.
Dal Partito Democratico e da altre forze di minoranza arriva una critica più strutturata:
- era opportuno che il ministro della Difesa lasciasse l’Italia per una meta così sensibile proprio in quei giorni?
- la scelta di un viaggio a metà tra privato e istituzionale non è, di per sé, un errore di prospettiva?
- il ricorso a un aereo militare, anche se pagato, non manda comunque un messaggio sbagliato ai cittadini e ai militari?
Poi c’è un altro livello, più tecnico: quello della sicurezza personale.
Chi contesta Crosetto fa notare che andare in un’area potenzialmente esposta a tensioni militari con un volo di linea, in un quadro internazionale già altamente instabile, potrebbe essere stato un azzardo. Non solo per il ministro, ma per tutte le persone che viaggiavano con lui.
Il nodo dei servizi e di Palazzo Chigi: chi sapeva cosa?
La parte più sensibile della vicenda, però, non riguarda solo il dove e il come, ma il chi sapeva.
Secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, il viaggio di Crosetto non sarebbe stato comunicato in modo pieno e formalizzato ai servizi di intelligence e a tutte le strutture di sicurezza che, per prassi, devono sapere dove si trovano le figure più delicate del governo.
In parallelo, si parla di irritazione dentro e attorno a Palazzo Chigi: la presidente del Consiglio si sarebbe ritrovata a gestire un caso scoppiato di colpo, con il proprio ministro più esposto lontano dal Paese e con una narrazione mediatica difficile da controllare.
Dal canto suo, Crosetto ha fatto capire che i servizi, “nei fatti”, non potevano non essere informati della sua presenza negli Emirati, e che la storia del ministro partito di nascosto non corrisponderebbe alla realtà.
Risultato? Ad oggi resta una zona grigia: uno scarto tra versioni, dettagli non chiariti, responsabilità condivise o rimpallate. Ed è proprio su questo terreno che il caso Dubai rischia di lasciare un segno non solo sulla reputazione del ministro, ma anche sul rapporto – sempre delicato – tra vertice politico e apparati.
La difesa della maggioranza e l’effetto “incidente di comunicazione”
Dentro la maggioranza, la linea è stata quella di fare quadrato.
Esponenti di governo e alleati hanno ricordato che:
- Crosetto non è andato in un Paese in guerra,
- il viaggio era programmato da tempo,
- la crisi ha avuto un’accelerazione imprevista,
- il ministro ha comunque scelto di rientrare il prima possibile, assumendosi il costo del volo militare e rimettendosi alle valutazioni del Parlamento.
In molte ricostruzioni vicine al governo, il “caso Dubai” viene descritto più come un incidente di comunicazione che non come uno scandalo sostanziale: l’immagine del ministro bloccato negli Emirati sarebbe stata gestita male sul piano mediatico, ma sul piano operativo – assicurano – la Difesa non avrebbe mai smesso di funzionare.
Resta però una sensazione di fondo: per un esecutivo che punta tantissimo sulla narrativa della serietà e del controllo totale, scoprire che il ministro di uno dei dicasteri più sensibili è in mezzo a un pasticcio di voli e ferie non è proprio il massimo.
Cosa resta aperto dopo il caso Dubai
A oggi, 3 marzo 2026, Crosetto è ancora al suo posto. Il governo lo difende, le opposizioni continuano a chiedere chiarimenti, una parte dell’opinione pubblica sembra dividersi tra chi empatizza con il padre che corre dai figli e chi non perdona al ministro l’errore di prospettiva.
Ci sono però alcune domande che restano lì, sospese:
- Quanto era realmente prevedibile l’escalation nel Golfo al momento della partenza?
- Qual è stato il livello reale di coordinamento tra ministro, Presidenza del Consiglio e servizi di intelligence?
- Dove si traccia, in concreto, il confine tra vita privata e dovere istituzionale per chi guida un dicastero come quello della Difesa?
- È sufficiente pagare di tasca propria un volo militare per sciogliere ogni dubbio di opportunità politica?
Forse non avremo mai tutte le risposte in modo limpido. Ma una cosa è certa: il “caso Dubai” ha trasformato Guido Crosetto da volto rassicurante della difesa italiana in un simbolo molto più ambiguo, sospeso tra umanità privata e peso del ruolo.
FAQ finali
Chi è Guido Crosetto?
È il ministro della Difesa del governo guidato da Giorgia Meloni. Nato a Cuneo nel 1963, proviene dalla tradizione democristiana, è stato vicino al centrodestra berlusconiano e ha poi contribuito a fondare Fratelli d’Italia. Ha una lunga esperienza sia in politica sia nel settore dell’industria della difesa.
Perché Guido Crosetto era a Dubai nei giorni della crisi?
Secondo la sua versione, era andato a Dubai per raggiungere la famiglia, già in vacanza negli Emirati, e per affiancare a questo viaggio alcuni contatti istituzionali nell’area. Il rientro era previsto con un normale volo di linea, poi la crisi nel Golfo ha fatto saltare i piani.
Perché si parla di “caso Dubai”?
Perché nel momento in cui esplode l’escalation militare nell’area, il ministro della Difesa italiano si trova bloccato a Dubai, come molti altri italiani, a causa dei voli cancellati. Per tornare in Italia utilizza un aereo militare, da solo, promettendo di pagarne il costo: una scelta che apre un acceso dibattito politico.
Crosetto ha ammesso di aver sbagliato?
In Parlamento ha detto di aver commesso un errore “come ministro”, ma di aver agito da padre, ricordando che a Dubai c’erano i suoi figli. Ha riconosciuto quindi un problema di opportunità istituzionale, rivendicando però le ragioni personali alla base del viaggio.
Perché la vicenda è considerata grave da alcune opposizioni?
Perché viene vista come un mix pericoloso di mancanza di prudenza, gestione poco chiara dei rapporti con i servizi e uso, seppur pagato, di un aereo militare per uscire da una situazione in cui il ministro non avrebbe dovuto trovarsi. Per altri, invece, si tratta di un incidente di comunicazione più che di un vero scandalo.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






