Il nome di Gabriella Farina è entrato di colpo nel racconto pubblico legato alla morte del piccolo Domenico, il bimbo sottoposto a trapianto di cuore all’ospedale Monaldi di Napoli. Fino a pochi mesi fa era una specialista conosciuta soprattutto negli ambienti della cardiochirurgia pediatrica, ora è una delle figure più discusse di questa vicenda: indagata, sospesa dal servizio e al centro di un’indagine che sta scandagliando ogni passaggio, dall’espianto del cuore a Bolzano al trapianto a Napoli.
Chi è Gabriella Farina
Di Gabriella Farina non esistono autoritratti pubblici o grandi apparizioni mediatiche. È il profilo classico della medica di reparto: camice, sala operatoria, turni, equipe. Il suo campo è tra i più delicati che esistano, la cardiochirurgia pediatrica, e la sua “casa” professionale è il Monaldi, nell’Azienda ospedaliera dei Colli.
Viene descritta come una cardiochirurga pediatrica di lunga esperienza, abituata a interventi altamente complessi, con alle spalle numerosi casi di trapianto. All’interno della struttura ricopre il ruolo di responsabile del team di prelievo del cuore destinato ai trapianti pediatrici.
È in questa veste che, il 23 dicembre, guida la missione diretta a Bolzano per l’espianto del cuore di un bambino donatore di quattro anni, destinato a Domenico. Quel viaggio, nato come speranza di salvezza, è il punto di partenza della tragedia che oggi viene analizzata in ogni dettaglio.
Dal San Maurizio di Bolzano al Monaldi di Napoli
La scena iniziale è la sala operatoria dell’ospedale San Maurizio di Bolzano. Lì lavorano contemporaneamente due équipe:
- il gruppo arrivato da Napoli, guidato da Farina, per il cuore;
- il gruppo che arriva da Innsbruck, per fegato e altri organi del piccolo donatore.
L’espianto del cuore viene eseguito da Farina come prima operatrice. Fin qui, almeno sulla carta, tutto rientra nella prassi di un trapianto multiorgano: tempi stretti, coordinamento tra più chirurghi, organi che devono essere prelevati e messi in sicurezza nel giro di pochi minuti.
Il punto critico, destinato a diventare centrale nell’indagine, riguarda la preparazione del cuore per il trasporto. Il cuore deve essere immerso in liquido di conservazione e mantenuto alla giusta temperatura tramite ghiaccio. Invece di ghiaccio “normale”, nel contenitore isotermico finisce ghiaccio secco: anidride carbonica solida, capace di abbassare la temperatura in maniera molto più drastica e potenzialmente dannosa per i tessuti.
Le testimonianze raccolte dagli inquirenti parlano di operatori che notano un “fumo freddo” al momento in cui il materiale viene maneggiato, segno tipico del ghiaccio secco. C’è chi riferisce di aver chiesto conferma che fosse tutto corretto. A quel punto il cuore viene comunque sistemato nel box e la missione di rientro verso Napoli parte.
Il cuore viaggia in un contenitore di tipo tradizionale, una sorta di borsa isotermica rigida, non nei dispositivi più moderni che mantengono l’organo perfuso e “in movimento”. Non è di per sé una violazione delle regole, ma è uno degli elementi che oggi vengono valutati per capire se siano state adottate tutte le soluzioni più sicure possibili.
Cosa accade in sala operatoria a Napoli
Al Monaldi, nel frattempo, la sala operatoria è pronta. Il piccolo Domenico è già sotto anestesia generale, il suo cuore malato viene preparato per l’espianto. Qui si apre uno dei passaggi più discussi: secondo più ricostruzioni, il cuore di Domenico viene rimosso prima che il nuovo organo venga fisicamente valutato.
Quando il contenitore con il cuore del donatore viene finalmente aperto, l’équipe si trova davanti un organo che diversi presenti descrivono come “congelato”, molto duro, quasi una pietra. Per liberarlo dai sacchetti sterili e dal blocco di ghiaccio circostante servono minuti preziosi, con tentativi di “scongelamento” tramite acqua a diversa temperatura.
Nel frattempo, il torace del bambino è “vuoto”: il vecchio cuore non c’è più, quello nuovo non è utilizzabile. Domenico viene collegato alla circolazione extracorporea e ai macchinari di supporto, nel tentativo di guadagnare tempo. È in quei minuti che, stando ai racconti filtrati all’esterno, qualcuno in sala avrebbe commentato che “quel cuore non batterà mai”.
Il trapianto fallisce. Nei giorni successivi il piccolo resta attaccato alle macchine, in condizioni disperate, fino alla morte. Da quel momento, la cronaca medica lascia spazio all’inchiesta giudiziaria.
Le accuse e il ruolo di Gabriella Farina nell’indagine
Sul piano penale, Gabriella Farina è oggi indagata insieme ad altri medici e operatori. L’ipotesi di reato è omicidio colposo, subentrata alla prima contestazione di lesioni colpose gravissime formulata quando Domenico era ancora vivo.
Gli inquirenti stanno cercando di chiarire:
- se nell’espianto a Bolzano siano state rispettate tutte le procedure di sicurezza;
- chi abbia materialmente scelto e autorizzato l’uso del ghiaccio secco;
- se il contenitore usato per il trasporto fosse adeguato e correttamente allestito;
- perché a Napoli si sia deciso di espiantare il cuore malato di Domenico prima di verificare lo stato del nuovo organo;
- se ci siano stati ritardi, sottovalutazioni o errori di valutazione lungo la catena decisionale.
In parallelo, una relazione del Dipartimento di prevenzione della Provincia di Bolzano segnala “criticità operative” a carico del team di prelievo napoletano: si parla di aspetti tecnici dell’intervento, di gestione della perfusione e di organizzazione del materiale necessario. È un documento che non attribuisce colpe penali ma che contribuisce a definire il contesto.
Va sottolineato ancora: non esiste, al momento, alcuna condanna. L’indagine è nella fase degli accertamenti tecnici, con periti chiamati a ricostruire minuti, temperature, tempi di ischemia, compatibilità tra procedure adottate e linee guida.
La sospensione dal servizio al Monaldi
Accanto al fronte penale c’è quello disciplinare interno all’ospedale. La direzione dell’Azienda ospedaliera dei Colli ha scelto di intervenire con provvedimenti che riguardano direttamente Farina e altri medici coinvolti.
In un primo momento, alla cardiochirurga viene tolta l’attività di trapianto: resta in servizio, ma non può partecipare ai trapianti di cuore. È una misura cautelare, mentre Domenico è ancora ricoverato in terapia intensiva.
Dopo la morte del bambino, arriva un passo in più: sospensione dal servizio per un mese per Gabriella Farina, e una sospensione più lunga, con effetti anche sulla retribuzione, per il cardiochirurgo che si occupava della fase di impianto. Altri sanitari vengono sottoposti a procedimenti disciplinari, ma senza sospensione immediata.
Per l’ospedale, questi provvedimenti rappresentano un modo per prendere le distanze operative da ciò che è accaduto e per mostrare collaborazione con l’autorità giudiziaria. Per i medici, sono un segnale pesante, che si somma all’esposizione mediatica e al carico umano di una vicenda in cui al centro c’è la morte di un bambino.
La linea difensiva di Gabriella Farina
La difesa di Gabriella Farina si muove su alcuni punti fermi.
Prima di tutto, contesta l’immagine di un’équipe napoletana impreparata o tecnicamente inferiore rispetto ai colleghi stranieri. Viene rivendicata la competenza maturata negli anni e il rispetto dei protocolli noti al momento dell’intervento.
Sull’uso del contenitore isotermico, la posizione è che si trattasse di un dispositivo conforme alle norme allora in vigore, e che non vi fosse stato alcun obbligo di utilizzare sistemi più avanzati, eventualmente non disponibili o non ancora standardizzati nel centro.
Il nodo più delicato resta il ghiaccio secco. La versione difensiva sostiene che sia stato il personale di Bolzano a fornire e gestire il materiale refrigerante, senza sottolineare che si trattava di anidride carbonica solida. Il punto è cruciale: se venisse dimostrato che la natura del ghiaccio era nota o riconoscibile, la valutazione delle responsabilità cambierebbe; se, al contrario, fosse considerata una variabile esterna non comunicata, il quadro si complicherebbe in direzione opposta.
Infine, sulla scelta di proseguire con il trapianto a Napoli, la difesa potrà insistere sulle condizioni estreme del piccolo Domenico, sul fatto che il margine di manovra fosse ridottissimo e che molte decisioni siano state prese sotto pressione, nel tentativo di offrirgli comunque una possibilità di sopravvivenza.
Dove siamo oggi
Oggi Gabriella Farina è:
- indagata per omicidio colposo, come altri medici e operatori coinvolti nel percorso del cuore da Bolzano a Napoli;
- sospesa dal servizio per un mese dall’Azienda ospedaliera dei Colli;
- al centro di un procedimento disciplinare interno e di un’indagine penale che non ha ancora stabilito colpe né innocenze.
La figura che esce da questa storia è complessa: una chirurga esperta che ha guidato una missione conclusa in modo tragico, un’ospedaliera sottoposta a provvedimenti duri, una professionista che oggi si difende rivendicando il proprio operato e chiamando in causa anche altri snodi della catena decisionale.
Il resto lo diranno le perizie e le aule di giustizia. Nel frattempo, il suo nome resta legato indissolubilmente a quello di Domenico, alla sua famiglia e a un trapianto che, invece di aprire una nuova vita, ha aperto uno dei casi più dolorosi della sanità italiana recente.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






