Chi è Ali Khamenei, la Guida suprema dell’Iran uccisa il 28 febbraio nell’attacco USA–Israele: biografia, morte e cosa succede adesso a Teheran

Daniela Devecchi

Chi è Ali Khamenei, la Guida suprema dell’Iran uccisa il 28 febbraio nell’attacco USA–Israele: biografia, morte e cosa succede adesso a Teheran

Per oltre trent’anni, il volto di Ali Khamenei è stato il simbolo del potere in Iran. Barba bianca, turbante nero, voce calma ma durissima. Dietro quell’immagine si è mosso uno dei leader più influenti e controversi del Medio Oriente contemporaneo.

Il 28 febbraio 2026 il suo nome è rimbalzato di nuovo su tutti i notiziari, stavolta per un motivo radicalmente diverso: la Guida suprema dell’Iran viene uccisa in un attacco aereo congiunto di Stati Uniti e Israele. Un “decapitation strike” che ha aperto uno scenario completamente nuovo, dentro e fuori il paese.

Dalla Mashhad religiosa alla vetta del potere

Ali Hosseini Khamenei nasce nel 1939 a Mashhad, città santa sciita nel nord-est dell’Iran. La sua è una famiglia religiosa, legata all’ambiente clericale. Da giovane studia teologia, entra nei seminari sciiti, si avvicina ai circuiti dissidenti contro lo Scià e finisce più volte nel mirino della polizia segreta.

Con la Rivoluzione islamica del 1979 sale velocemente di grado: è vicino a Ruhollah Khomeini, diventa figura di raccordo tra clero e apparato militare emergente. Fa il passo nella politica “ufficiale”:

  • è presidente della Repubblica dal 1981 al 1989;
  • lavora sul rapporto con i Pasdaran, l’esercito parallelo che diventerà il vero pilastro del regime;
  • è già allora considerato un uomo di linea dura, ma con grande abilità nel tessere alleanze interne.

Quando Khomeini muore nel 1989, succede ciò che molti osservatori ritenevano impensabile: l’Assemblea degli Esperti, organo chiave del sistema, designa Khamenei come nuova Guida suprema. Non è il teologo più titolato, ma è l’uomo giusto per tenere insieme clero, militari e apparato di sicurezza.

Da quel momento, per oltre tre decenni, sarà lui a tenere in mano il vero potere dell’Iran:

  • controlla le forze armate;
  • nomina i vertici della magistratura e buona parte dei media;
  • orienta le elezioni “filtrando” i candidati ammessi;
  • decide la linea su nucleare, Siria, Iraq, Yemen, Hezbollah, Hamas.

Dietro i presidenti che si alternano – da Rafsanjani a Khatami, da Ahmadinejad a Rouhani fino all’ultimo ciclo – lo sfondo resta sempre lo stesso: Ali Khamenei.

Il 28 febbraio 2026: il raid che cambia la storia

Il contesto, nei giorni che precedono la sua morte, è già incandescente. Da tempo si susseguono attacchi e contro-attacchi tra Iran, Israele e Stati Uniti, tra droni, missili, cyber-guerra, milizie alleate sul campo.

La notte del 28 febbraio 2026 esplode però qualcosa di diverso. Una ondata coordinata di raid aerei e missilistici colpisce obiettivi sensibili dentro l’Iran: basi dei Pasdaran, infrastrutture strategiche, nodi di comando. Tra i bersagli c’è anche il complesso di Teheran dove Khamenei vive e lavora.

Secondo le ricostruzioni, l’operazione combina:

  • intelligence e sorveglianza statunitense per localizzare la leadership;
  • missili e velivoli israeliani per colpire i bersagli selezionati;
  • un timing studiato per cogliere di sorpresa l’apparato di sicurezza iraniano.

La residenza-ufficio della Guida viene centrata in pieno. Le notizie trapelano a ondate: prima si parla di “esplosioni vicino al complesso”, poi di “danni ingenti”, infine di “fonti israeliane” che lasciano intendere che Khamenei è stato ucciso nel raid.

Il leader, secondo quanto viene poi confermato, era all’interno del suo ufficio al momento dell’attacco. Muore lì, tra le macerie, insieme a parte della sua famiglia e di coloro che lo circondavano quotidianamente.

La famiglia colpita e il lutto nazionale

L’attacco non uccide solo la Guida. Tra le vittime vengono indicati anche alcuni membri della famiglia: una figlia, un genero, una nuora, un nipote. Poche ore dopo il raid, la stessa moglie di Khamenei, Mansoureh Khojasteh Bagherzadeh, risulta gravemente ferita; morirà nei giorni successivi per le conseguenze dell’esplosione.

La TV di Stato iraniana conferma ufficialmente la morte di Ali Khamenei con un annuncio solenne. Scatta immediatamente:

  • il lutto nazionale;
  • un periodo di 40 giorni di commemorazioni, in linea con la tradizione sciita;
  • la costruzione di una narrativa che lo trasforma in “martire dell’aggressione USA–Israele”.

Le immagini che escono dall’Iran mostrano cortei di lutto, preghiere collettive, il corpo portato in processione. La macchina propagandistica insiste sul leader che “ha resistito all’America e a Israele fino all’ultimo respiro”.

Fuori dai confini, però, il quadro è molto più vario:

  • in alcune zone dell’Iran, storicamente più ostili al regime, circolano video di festeggiamenti;
  • nella diaspora iraniana compaiono raduni spontanei di chi vede in quella morte la fine di un’epoca di repressione;
  • in città come Londra si vedono, fianco a fianco, iraniani ed ebrei che celebrano per strada la fine della Guida.

Due mondi che reagiscono in modo opposto allo stesso evento.

Chi governa l’Iran dopo Khamenei

La domanda che tutti si fanno da subito è semplice e enorme: chi prende il suo posto?

La Costituzione iraniana prevede, alla morte della Guida, un periodo di transizione. Non potendo nominare istantaneamente un nuovo leader, viene formato un Consiglio di guida ad interim.

In questa fase, il potere passa a un trio:

  • il presidente della Repubblica;
  • il capo della magistratura;
  • un alto religioso scelto tra le figure più vicine al cuore del sistema.

Questo consiglio assume temporaneamente le funzioni della Guida: comando sulle Forze armate, supervisione sulla politica estera, influenza sulle nomine. Un “reggente collettivo” chiamato a tenere il timone finché l’Assemblea degli Esperti – l’organo di religiosi eletto ad hoc – non elegge il nuovo leader.

I tempi, sulla carta, dovrebbero essere rapidi. Nella pratica, la scelta del successore di Khamenei è una partita tra fazioni:

  • Pasdaran, che puntano a un profilo molto duro, totalmente allineato alla loro visione;
  • clero tradizionale, che vorrebbe un equilibrio tra autorità religiosa e stabilità politica;
  • correnti più pragmatiche, che temono una spirale bellica senza controllo.

In mezzo, un nome continua a circolare con insistenza: Mojtaba Khamenei, uno dei figli della Guida, figura potente ma estremamente controversa perché trasformerebbe di fatto la Repubblica islamica in una sorta di monarchia dinastica, proprio ciò che la rivoluzione del ’79 diceva di voler abbattere.

I possibili successori e i giochi di potere

Le liste dei possibili successori non sono mai ufficiali, ma ci sono alcuni nomi che tornano in quasi tutte le analisi.

Tra i più citati:

  • Mojtaba Khamenei – il figlio, uomo-chiave nei rapporti con Pasdaran e apparato di sicurezza. Molto potente, ma la sua ascesa rischierebbe di spaccare il paese tra chi la vive come una “nuova monarchia” e chi la vede come garanzia di continuità.
  • Hassan Khomeini – nipote del fondatore della Repubblica islamica. Religioso con immagine relativamente più “moderata”, ponte tra memoria rivoluzionaria e richieste di cambio. Un suo eventuale ruolo sarebbe letto come tentativo di restyling del sistema.
  • Alireza Arafi – ayatollah vicino ai centri di potere più conservatori, già presente nella leadership ad interim. Figura capace di rassicurare il clero e parte dell’apparato.
  • Gholam-Hossein Mohseni-Eje’i – capo della magistratura, simbolo dell’ala più dura, legata alla repressione interna. Un suo eventuale arrivo alla guida sancirebbe un ulteriore irrigidimento.

Intorno a questi nomi ruotano generali, apparati, fondazioni economiche, reti di potere che controllano miliardi di dollari, aziende, media. La scelta del nuovo leader non è solo una questione religiosa: è una spartizione di potere reale, di interessi concreti, di impunità garantite o messe in discussione.

Cosa cambia per il Medio Oriente (e per l’Occidente)

La morte di Ali Khamenei in un attacco USA–Israele non è un dettaglio tecnico: è un atto apertamente politico e militare.

Per Washington e Tel Aviv, la narrativa ufficiale parla di:

  • eliminazione del principale architetto delle politiche ostili dell’Iran;
  • messaggio di forza a Teheran e alle sue milizie alleate (Hezbollah, gruppi iracheni, yemeniti, siriani);
  • mossa pensata per indebolire la capacità di comando del regime.

Non tutti, però, sono convinti che questo risultato sarà automatico.

Molti analisti ricordano che Khamenei, pur essendo un leader duro, era anche un equilibrista: teneva insieme apparati spesso in competizione, gestiva il rapporto tra potere religioso e forze armate, dosava repressione e aperture minime per evitare esplosioni incontrollate.

Senza di lui, e con un paese sotto shock, il rischio è duplice:

  • ancora più spazio ai Pasdaran, pronti a spingere su una linea ultra-militarizzata;
  • ancora più incertezza interna, che può sfociare in proteste e repressioni a ondate.

Sul tavolo restano dossier pesantissimi:

  • il programma nucleare iraniano;
  • il ruolo dell’Iran in Iraq, Siria, Libano, Yemen;
  • la stabilità delle rotte energetiche nel Golfo Persico;
  • la possibilità di nuove ritorsioni dirette o per procura contro interessi occidentali.

Nel frattempo, dentro l’Iran, milioni di persone vivono una quotidianità fatta di inflazione, sanzioni, disoccupazione, repressione e sogni di normalità. Per chi non ha mai conosciuto un Iran senza Khamenei, la sua morte apre una fase che mescola speranze, timori e una grande, gigantesca incertezza.

In questo nuovo quadro, la domanda non è solo chi sarà il prossimo leader, ma se la morte di Ali Khamenei segnerà una continuità blindata del sistema o il primo, vero punto di rottura nella storia della Repubblica islamica.