La notizia è arrivata da Milano, ma il nome che porta addosso appartiene a Catania e alla stagione più buia di Cosa Nostra.
Benedetto “Nitto” Santapaola, storico boss della mafia catanese, è morto a 87 anni mentre era detenuto in regime di 41-bis. Era in carcere da oltre trent’anni, condannato all’ergastolo come mandante di stragi e omicidi eccellenti, dalla strage di Capaci all’uccisione del giornalista Pippo Fava.
Secondo le ricostruzioni, le sue condizioni di salute si erano aggravate nei giorni precedenti. Dal carcere di Opera era stato trasferito nel reparto riservato ai detenuti dell’ospedale San Paolo di Milano, dove è morto sotto sorveglianza. Sulla sua morte è stata disposta l’autopsia, una procedura quasi automatica quando si parla di detenuti al 41-bis.
Con lui se ne va uno degli ultimi “superboss” cresciuti all’ombra dei corleonesi. Ma la storia che lascia dietro non è solo quella di un padrino: è il racconto di una città, di affari miliardari e di un pezzo d’Italia che per anni ha preferito non vedere.
Chi era Nitto Santapaola
Benedetto Santapaola nasce il 4 giugno 1938 nel quartiere San Cristoforo di Catania, una zona popolare dove la miseria, all’epoca, conviveva con una criminalità diffusa e ramificata. La sua è una famiglia modesta, niente destini scritti sui documenti anagrafici, se non quella fame di riscatto che spesso si incrocia con le scorciatoie sbagliate.
Da giovane entra presto nel giro dei piccoli reati: furti, contrabbando, rapine. Le prime denunce risalgono agli anni Sessanta. È il passaggio dalla delinquenza comune a qualcosa di più strutturato che cambia tutto: l’avvicinamento alla “famiglia” mafiosa catanese, fino a diventare uomo di fiducia del boss Giuseppe Calderone.
Negli anni Settanta, la sua figura emerge sempre di più. Ufficialmente è un commerciante, poi un imprenditore nel mondo delle auto, con una concessionaria che diventa il suo volto “pulito”. Dietro quella vetrina, però, secondo le inchieste e le sentenze, si muove uno dei centri di potere mafioso più solidi della Sicilia orientale.
La svolta arriva quando Cosa Nostra si spacca. Santapaola sceglie di schierarsi con Totò Riina e con i corleonesi. È il periodo in cui, secondo la ricostruzione di magistrati e testimoni, viene consumato anche il tradimento interno: l’eliminazione di Calderone, il vecchio capo, e l’ascesa di Nitto al vertice della mafia catanese.
Dalla Catania dei “cavalieri” alle stragi
Per capire il peso di Nitto Santapaola non basta guardare ai vicoli di San Cristoforo. Bisogna spostare lo sguardo ai palazzi del potere, alle grandi opere, ai cantieri che negli anni Settanta e Ottanta ridisegnano il volto di Catania.
In quegli anni, quattro grandi imprenditori – Rendo, Costanzo, Finocchiaro e Graci – vengono ribattezzati “i cavalieri” e diventano il simbolo della città che corre, che costruisce, che appalta. Giornalisti e investigatori mettono in fila i legami tra i loro imperi economici e il potere mafioso. In mezzo a questi nomi, puntualmente, ritorna quello di Santapaola.
Le sentenze e le testimonianze dei collaboratori di giustizia descrivono il boss come un punto di contatto tra Cosa Nostra e quel mondo ufficiale che conta: banche, politica, appalti pubblici. Mentre i corleonesi gestiscono la guerra e le stragi in Sicilia occidentale, lui diventa il garante della linea dura nella Sicilia orientale.
Ed è proprio in quegli anni che la violenza fa un salto di qualità e di quantità. La faida con il gruppo di Alfio Ferlito trasforma Catania in un campo di battaglia. Nel 1982, lungo la circonvallazione, un commando assalta il furgone cellulare che sta trasferendo Ferlito: lo uccidono insieme a tre carabinieri della scorta. È la “strage della circonvallazione”, tassello fondamentale del potere di fuoco attribuito al clan Santapaola.
Il nome del boss, nel frattempo, compare anche nell’indagine sull’omicidio del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, ucciso a Palermo pochi mesi dopo. La sua posizione cambierà nei vari processi, ma il messaggio è chiaro: non è più un capo locale, è uno degli uomini che contano nello scacchiere di Cosa Nostra.
Omicidi eccellenti: da Pippo Fava all’ispettore Lizzio
Se c’è una ferita che a Catania non si è mai rimarginata, porta il nome di Giuseppe “Pippo” Fava.
Il 5 gennaio 1984, il giornalista viene freddato mentre sta raggiungendo il teatro Stabile. Per anni si parlerà di contrasti personali, perfino di gelosie, come spesso accade quando si vuole annacquare la verità.
Saranno i processi, molti anni dopo, a dire altro. La Cassazione confermerà l’ergastolo per Nitto Santapaola come mandante dell’omicidio. L’accusa è netta: Fava viene ucciso per le sue inchieste sui legami tra il clan, i “cavalieri” e il mondo della politica. La rivista “I Siciliani”, con quelle copertine che indicavano per nome i protagonisti di quell’intreccio, viene considerata una minaccia insopportabile.
Non è l’unico delitto eccellente che gli viene attribuito. Nel 1992 viene ucciso l’ispettore di polizia Giovanni Lizzio, impegnato in prima fila nelle indagini sul racket. Anche in questo caso la giustizia individua nel boss catanese il mandante.
E poi ci sono le stragi che hanno segnato la storia d’Italia. Nel processo per Capaci, Santapaola viene indicato come uno dei mandanti dell’attentato del 23 maggio 1992, in cui muoiono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli uomini della scorta. La sua posizione di vertice nella mafia catanese e il coinvolgimento di uomini legati al suo territorio, come l’artificiere che prepara l’esplosivo, vengono considerati decisivi. Anche in questo caso, la condanna è all’ergastolo.
Il suo nome entra, a vario titolo, anche nel filone processuale legato a via D’Amelio e alla strage in cui viene ucciso Paolo Borsellino con gli agenti della scorta. Non sempre con le stesse imputazioni e gli stessi esiti, ma con un comune denominatore: Santapaola è parte di quella Cupola che decide quando e come colpire lo Stato.
La lunga latitanza e la cattura
Quando il cerchio inizia a stringersi, Nitto Santapaola scompare. Per oltre dieci anni, è un fantasma. I giornali pubblicano le sue foto, spesso vecchie, mentre in città lo descrivono come un’ombra che si muove tra masserie, rifugi sicuri e province interne.
La fuga finisce all’alba del 18 maggio 1993. In un casolare nelle campagne di Mazzarrone, gli uomini della polizia fanno irruzione in una casa dove lui sta dormendo insieme alla moglie. Non ci sono sparatorie, nessuna sceneggiata hollywoodiana.
Le cronache raccontano una scena quasi surreale: sul comodino una Bibbia, fuori una piccola cappella con una statua della Madonna, come se la devozione potesse cancellare la scia di sangue che gli viene attribuita. Quel giorno, per lo Stato, è una vittoria importante. Per Catania, è la prova concreta che il “licantropo”, come veniva chiamato in certi ambienti per la capacità di sparire, era ancora lì, a pochi chilometri da casa.
Da quel momento in poi, la sua latitanza diventa memoria. Comincia la seconda vita di Nitto Santapaola: quella dietro le sbarre.
Trent’anni di ergastolo e 41-bis
Dopo l’arresto, si apre una stagione lunghissima di processi. Da Palermo a Catania, passando per Caltanissetta, il suo nome compare in decine di fascicoli.
Arrivano condanne per associazione mafiosa, omicidi, stragi. Ergastoli che si sommano ad altri ergastoli, fino a renderlo di fatto un detenuto a vita. Il regime di detenzione è il più duro esistente: il 41-bis. Celle singole, contatti ridotti al minimo, colloqui limitati e controllati.
Nel tempo, i suoi legali provano a chiedere alleggerimenti, puntando sulle condizioni di salute: età avanzata, patologie croniche, ricoveri. I tribunali di sorveglianza, però, mantengono la linea: anche a 80 anni passati viene ritenuto ancora pericoloso, soprattutto per il peso simbolico che il suo nome continua ad avere dentro il clan.
Parallelamente, lo Stato continua a colpire il patrimonio del gruppo. Vengono sequestrati e poi confiscati beni riconducibili alla galassia Santapaola-Ercolano: aziende, immobili, conti correnti. Un lavoro lento, fatto di carte e di verifiche, che prova a smontare pezzo per pezzo l’impero economico costruito attorno alla famiglia.
La morte a Opera e il significato di una fine
L’ultima pagina della storia di Nitto Santapaola si chiude a centinaia di chilometri dalla Sicilia.
Da tempo era detenuto nel carcere di Opera, alle porte di Milano, in regime di 41-bis. Negli ultimi giorni, le sue condizioni di salute peggiorano al punto da richiedere il trasferimento nel reparto riservato ai detenuti dell’ospedale San Paolo.
Qui, secondo quanto ricostruito, il boss muore a 87 anni. Nessuna scarcerazione, nessun ritorno a casa per gli ultimi giorni di vita: la sua esistenza si chiude nello stesso perimetro in cui lo Stato aveva deciso di confinarlo trent’anni prima, quello delle mura di un carcere.
La Procura dispone l’autopsia, prassi che serve a certificare in modo puntuale le cause della morte e a chiudere ogni possibile zona d’ombra. Nel frattempo, la notizia fa il giro delle redazioni e dei social.
Le reazioni sono nette. Le pagine delle associazioni antimafia e dei familiari delle vittime non parlano di “fine di un mito”, ma ricordano i nomi di chi non è mai tornato a casa: Falcone, Borsellino, i loro agenti, i giornalisti, i sindacalisti, i poliziotti, i carabinieri, gli imprenditori che hanno detto no al pizzo. È quella, dicono molti, la vera misura del suo passaggio nella storia del Paese.
Cosa resta dopo Nitto Santapaola
La morte di un boss come Nitto Santapaola non è solo un fatto di cronaca giudiziaria. È anche un passaggio simbolico.
Si chiude una generazione di capi nati negli anni Trenta e Quaranta, cresciuti nell’ombra della guerra e diventati protagonisti della “seconda repubblica” della mafia, quella delle stragi e dei rapporti organici con una parte del potere economico e politico.
Ma sarebbe ingenuo pensare che con lui finisca tutto. Le indagini degli ultimi anni raccontano una mafia che cambia pelle, che diversifica affari e modalità, che punta su droga, gioco d’azzardo, frodi fiscali, infiltrazioni nell’economia pulita.
Quello che resta, di Santapaola, è il peso delle sentenze e la memoria delle vittime. Restano gli articoli di chi lo ha sfidato con la penna, le testimonianze dei collaboratori che hanno rotto l’omertà, i beni confiscati che, in alcuni casi, vengono restituiti alla collettività.
E resta una domanda che non smette di affiorare: quanto siamo disposti, come Paese, a guardare davvero negli occhi le storie che stanno dietro a nomi come il suo? Perché la mafia non è solo “il boss”, ma il sistema di protezioni, silenzi e complicità che lo ha reso possibile.
“Head Staff”, giornalista pubblicista laureata in letteratura, amo scrivere e apprendere costantemente cose nuove. Trovo che il mestiere del giornalista sia uno dei più affascinanti che esistano. Ti consente di apprendere, di conoscere il mondo, farti conoscere e di entrare in simbiosi con il lettore






