La notizia ha impiegato pochissimo a uscire dalle valli e a fare il giro del mondo dello sport. Nel giro di qualche ora il nome di Hubert Rabensteiner, per tutti semplicemente Hubert o “Schuhbert”, è rimbalzato dai bar di paese alle chat degli addetti ai lavori, fino alle nazionali di sci e ai gruppi dei ciclisti professionisti.
È morto a 56 anni, improvvisamente, il calzolaio dei campioni. Dal suo laboratorio nella zona di Bressanone sono passati atleti olimpici, fuoriclasse della Coppa del Mondo, marciatori, ciclisti, amatori ostinati che si rifiutavano di smettere. Lui li accoglieva tutti allo stesso modo, con le mani piene di lavoro e il sorriso pronto, partendo sempre da lì: da una scarpa, da una soletta, da uno scarpone da sistemare al millimetro.
La morte improvvisa a 56 anni
Hubert se n’è andato nella notte del 21 febbraio, nella sua casa in zona Neustift, a pochi chilometri da Bressanone. Aveva compiuto 56 anni da poco, il 7 gennaio. Non c’è un grande incidente da raccontare, nessuna lunga malattia esibita in pubblico: solo una morte improvvisa che ha colto di sorpresa chi gli era vicino e chi lo vedeva ancora pienamente immerso nel lavoro e nei progetti.
La famiglia ha parlato di uno choc vero e proprio. In un attimo è venuto a mancare non solo il professionista ricercato da mezzo mondo sportivo, ma il padre, il marito, l’amico di sempre. A piangerlo ci sono la moglie Hermina, i figli Manuel e Alex, la compagna di quest’ultimo, Katharina, e una comunità che negli anni aveva imparato a considerarlo un riferimento discreto ma davvero fondamentale.
Dall’apprendistato al laboratorio “Schuhbert”
La storia di Hubert non comincia con le coppe e le medaglie, ma con il bancone di una bottega. Alla fine degli anni Ottanta è un ragazzo che entra come apprendista in una ditta di Bolzano: si impara a risuolare, a cucire, a rimettere in sesto scarpe maltrattate dal tempo e dal lavoro, molto prima che si parli di performance e materiali hi-tech.
Nel 1992 decide di fare il passo successivo e si sposta nell’area di Bressanone. Qui apre un laboratorio tutto suo e gli dà un nome che lo farà conoscere ovunque: “Schuhbert”, incrocio tra “Schuh”, scarpa in tedesco, e il suo Hubert. All’inizio è il classico ciabattino di valle: scarponi di chi lavora nei boschi, scarpe consumate di chi sta in piedi tutto il giorno, attrezzatura da montagna da rimettere in ordine prima dell’inverno.
Poi succede qualcosa che cambia il suo percorso. Hubert è uno che ama sciare e, come tanti, si fa male. Qualche infortunio di troppo, dolore ai piedi, la sensazione che dentro lo scarpone qualcosa non funzioni più. Invece di rassegnarsi, prova a mettere mano al problema con gli strumenti che conosce. Sperimenta su di sé solette leggere e flessibili, prova materiali diversi, sposta i punti di appoggio, cerca di scaricare la pressione dove serve.
Quell’idea, nata per necessità personale, si rivela una svolta. Lui torna a sciare meglio, qualcuno se ne accorge, la voce comincia a girare. Si racconta che a Bressanone c’è un artigiano che non si limita a riparare le scarpe, ma è capace di “aggiustare i piedi” agli sciatori, soprattutto a chi arriva da infortuni seri.
I campioni che si affidavano alle sue mani
Con il passare degli anni il laboratorio Schuhbert smette di essere solo un indirizzo per la gente della zona e diventa un punto di riferimento per chi lavora con il proprio corpo. Davanti alla porta compaiono i nomi che si vedono di solito in TV, su podi e classifiche.
Nelle cronache si leggono tanti volti noti: la fuoriclasse americana Lindsey Vonn, la dominatrice delle ultime stagioni Mikaela Shiffrin, il velocista azzurro Dominik Paris, il campione olimpico Fritz Strobl, il marciatore Alex Schwazer, oltre a ciclisti e specialisti di discipline diverse.
Molti arrivano dopo una caduta importante, un’operazione, una stagione saltata. Non cercano un miracolo, cercano qualcuno che capisca cosa significhi infilare il piede in uno scarpone e sentire ancora dolore a ogni curva. Hubert li ascolta uno per uno, osserva come appoggiano, misura, prova, lima, rimette mano finché il plantare o la scarpa non rispondono esattamente come devono.
Non si limita agli sci. Dal laboratorio escono scarpe da ciclismo su misura, calzari per mountain bike, protezioni per tibie, avambracci, ginocchia, spesso in fibra di carbonio e sempre cucite addosso alla persona. Spesso lo si vede direttamente in gara, sulle piste o ai bordi delle corse, con gli atleti che gli portano scarponi e scarpe poche ore prima della partenza per un ultimo ritocco.
Per i fuoriclasse resta “il calzolaio dei campioni”. Per lui, in realtà, sono persone che si affidano a un artigiano e gli chiedono una cosa sola: poter tornare a fare il proprio sport senza essere frenati dal dolore.
Un artigiano che ha semplificato la vita a tanti
Se si leggono le parole scelte dalla famiglia e dagli amici, un concetto torna spesso: Hubert “ha semplificato la vita a tanta gente”. Non solo alle star dello sci o del ciclismo, ma anche a chi, lontano dai riflettori, aveva problemi ai piedi, alle ginocchia, alla schiena.
Il laboratorio non era un luogo riservato a chi gareggia in Coppa del Mondo. Continuavano a entrarci signore con piedi difficili, lavoratori con scarponi che facevano male, ragazzi reduci da operazioni che cercavano di tornare a camminare o correre senza fastidi. La modalità non cambiava: si ascoltava la storia della persona, si cercava di capire dove e come faceva male, si provava una soluzione concreta, si aggiustava finché non funzionava.
Hubert si considerava un artigiano curioso più che un inventore. Cambiava materiali, giocava con le rigidità, modificava millimetricamente forme e volumi. Passava con naturalezza dagli scarponi da sci alle scarpe da ciclismo, dalle protezioni per lo sci alpino alle solette per chi semplicemente voleva riuscire a stare in piedi tutto il giorno senza farsi distruggere dai propri piedi.
Famiglia, funerali e una comunità che lo saluta
Dietro il soprannome “Schuhbert” c’è una vita privata che in questi giorni emerge nei necrologi e nei racconti di chi lo ha conosciuto. La moglie Hermina, i figli Manuel e Alex, la compagna di quest’ultimo, Katharina, parlano di un uomo dal grande cuore, capace di aiutare senza mai far pesare nulla, presente per gli altri ben oltre il lavoro in laboratorio.
I funerali si tengono nell’area di Bressanone, tra chiesa e cimitero che conosceva bene. Si annuncia una partecipazione ampia: amici di infanzia, vicini di casa, clienti di lunga data, tecnici delle squadre nazionali, allenatori, atleti che grazie a lui sono tornati a stringere scarponi e tacchette senza paura. È un addio che mescola chi lo ha conosciuto come “il calzolaio dei campioni” e chi lo ha semplicemente incontrato come uomo di paese, sempre pronto a scambiare due parole.
Per la comunità altoatesina la sua scomparsa è qualcosa di più della perdita di un bravo artigiano. È la fine di una figura che ha tenuto insieme due mondi solo in apparenza lontani: quello della bottega di provincia e quello del grande sport internazionale. Ha dimostrato che si può restare con i piedi ben piantati a terra e, allo stesso tempo, mettere le mani nelle carriere dei campioni.
Domande frequenti su Hubert Rabensteiner
Quanti anni aveva Hubert Rabensteiner quando è morto?
Aveva 56 anni. Era nato il 7 gennaio 1970 ed è morto il 21 febbraio 2026, nella sua abitazione in zona Neustift, nell’area di Bressanone.
Perché veniva chiamato “il calzolaio dei campioni”?
Perché dal suo laboratorio “Schuhbert” sono passati negli anni moltissimi atleti di alto livello, soprattutto nel mondo dello sci alpino e del ciclismo. Si occupava di plantari, scarponi e scarpe personalizzate che hanno aiutato tanti campioni a rendere al meglio, spesso dopo infortuni pesanti.
Che lavoro svolgeva concretamente?
Era un calzolaio specializzato. Realizzava e adattava plantari, scarponi da sci, scarpe da ciclismo e protezioni su misura per piedi, tibie, ginocchia e avambracci. Lavorava sia con professionisti sia con sportivi amatori e con persone che avevano problemi di appoggio o dolori legati alla postura.
Quali campioni si sono rivolti a lui?
Nel tempo si sono affidati a lui sciatori e atleti di primissimo piano, tra cui Lindsey Vonn, Mikaela Shiffrin, Dominik Paris, Fritz Strobl, Alex Schwazer e molti altri. Tutti cercavano il miglior rapporto possibile tra piede, scarpa e attrezzatura sportiva.
Come viene ricordato oggi?
Viene ricordato come un artigiano innovativo e insieme profondamente umano. Chi lo ha conosciuto sottolinea la sua capacità di ascoltare, di cercare soluzioni reali ai problemi degli altri e di rimanere umile anche quando in laboratorio arrivavano campioni del mondo. La sua eredità è fatta di lavoro ben fatto, relazioni costruite con calma e di tante persone che, grazie a lui, hanno potuto tornare a muoversi senza dolore.
“Head Staff”, giornalista pubblicista laureata in letteratura, amo scrivere e apprendere costantemente cose nuove. Trovo che il mestiere del giornalista sia uno dei più affascinanti che esistano. Ti consente di apprendere, di conoscere il mondo, farti conoscere e di entrare in simbiosi con il lettore






