È morto Jeio, il gelataio simbolo di Cogollo del Cengio: 55 anni di coni e sorrisi

Serena Comito

È morto Jeio, il gelataio simbolo di Cogollo del Cengio: 55 anni di coni e sorrisi

A Cogollo del Cengio certe notizie non restano appiccicate solo agli schermi del telefono. Scendono in strada, entrano nei bar, si infilano nelle chiacchiere davanti al pane appena preso. Così è successo quando si è sparsa la voce che Eusebio Pozza, per tutti semplicemente Jeio, se n’era andato. Quasi novant’anni sulle spalle, più di metà passati dietro un bancone di gelato in via Roma, con la saracinesca che per decenni ha segnato l’inizio dell’estate per mezza Valle dell’Astico.

La mattina del 27 febbraio quella saracinesca è rimasta giù per sempre. A raccontarlo è stata L’Eco Vicentino, che ha parlato del “gelataio più amato dai vicentini” e di un vuoto che non è solo affettivo, ma proprio identitario: a Cogollo, quando dici gelato, dici Jeio.

La saracinesca abbassata in via Roma

Nel pezzo dedicato al suo addio, il quotidiano locale scrive che “lui non l’avrebbe mai chiusa”, quella saracinesca. E chi lo conosceva sa che è vero: fino all’ultimo anno, Jeio continuava a stare dietro al bancone, con il suo sorriso di sempre e quella calma di chi fa un mestiere che conosce a memoria.

La gelateria di via Roma, all’angolo con la strada che sale verso la chiesa, non era solo un locale. Era un punto fisso nella mappa emotiva del paese: lì ci passavano famiglie al ritorno da Monte Cengio, ciclisti sudati che si regalavano una pausa, ragazzini che contavano le monete in tasca per capire se bastavano per il cono “come si deve”.

La notizia della sua morte è arrivata piano ma si è allargata in fretta. Prima il lancio sul sito, poi il post sui social dell’Eco e di altre pagine della zona, con centinaia di commenti: ricordi, aneddoti, “ti ricordi quella volta che…”, foto di coni mangiati lì davanti. Anche il profilo social Il Veneto imbruttito, che qualche tempo fa gli aveva dedicato un video, ha salutato Jeio con parole piene di affetto: “È morto oggi Eusebio, Jeio, a quasi 90 anni. Do questa notizia con profondo dolore ma fiero di aver mostrato chi eri e cosa facevi”.

Da osteria di paese a gelateria di culto

Per capire chi era Jeio bisogna tornare indietro. Molto indietro. La sua storia parte da un’osteria di famiglia, aperta nel 1898 e passata di mano in mano tra nonno e padre. Lui ci cresce dentro, in quell’ambiente di legno, vino e dialetto, finché a un certo punto ha l’intuizione che cambierà tutto: smettere di servire solo da bere e iniziare a fare gelato artigianale.

Negli anni Sessanta si mette in testa che il prodotto industriale non gli basta. Contatta la Carpigiani, si fa mandare macchine e maestri gelatieri, studia le regole igieniche che allora cominciano a farsi severe per via dei casi di salmonella. Non si tira indietro: lavora, prova, sbaglia, ricomincia. Nasce così il suo fior di latte, il limone, poi arrivano i gusti alle nocciole e quelli realizzati con marmellate pregiate, perché per lui la sola frutta non rendeva giustizia a un gelato fatto come si deve.

Per le creme, raccontano i cronisti che lo hanno intervistato, si parlava di uova a non finire, da pulire una per una, all’epoca ancora sporche di pollaio. E guai a toccargli certe scelte: sulle amarene, ad esempio, era irremovibile. Solo quelle “giuste”, le Fabbri misura 18, “non 16 o 14 come le altre”, diceva con orgoglio.

Nel 1969 prende definitivamente in mano l’attività e l’osteria diventa gelateria. Da lì partono i suoi 55 anni di coni e coppette, una vita passata tra rifrattometri, miscelatori, abbattitori e, soprattutto, persone. Una carriera che nel 2023 L’Eco Vicentino aveva raccontato in un ritratto dal titolo emblematico: “Jeio e quel gelato senza tempo: ‘Quale chiudere, a 87 anni sono ancora pieno di entusiasmo’”.

La notte della rapina e la madre che gli salva la vita

In mezzo a tanta dolcezza, la vita di Jeio ha avuto anche ferite profonde. Una porta la data del 24 giugno 1990. È quasi mezzanotte, lui e la madre stanno riordinando il locale quando sentono un rumore sul retro. Qualcuno ha scavalcato il cancello, entra a volto coperto. È una rapina.

Dai racconti raccolti in un lungo articolo-ritratto dedicato a lui, si capisce che la scena è stata violenta: Jeio viene accoltellato, rischia di morire. A salvarlo è proprio sua madre, Anna, quella “roccia” che negli anni lui descriverà sempre come il suo angelo custode. La donna riesce a reagire, a metterlo al riparo, a far fuggire i malviventi.

Quell’episodio resta un punto fermo nella sua memoria. E quando nel 2004 Anna se ne va, Jeio racconta la sua morte come il secondo grande colpo della sua vita, dopo la perdita del padre quando lui era appena nato. Da allora, dietro ogni cono servito c’è anche quel pezzo di storia famigliare tenuto in piedi a forza di lavoro e testardaggine.

Jeio e i ragazzi: il gelato come rito di passaggio

Se chiedi ai vicentini cosa rappresentasse davvero quella gelateria, la risposta non è mai solo “un posto buono dove mangiare il gelato”. Per molti è stato un rituale.

C’erano le famiglie che salivano in macchina da mezza provincia “per andare da Jeio”. I ciclisti che legavano la bici al palo e si mettevano in fila ancora con il casco in testa. I bambini che scoprivano il gusto dell’estate infilando il cucchiaino nel primo fior di latte fatto come si deve.

Nelle interviste, Jeio ripeteva spesso che il suo segreto erano proprio i giovani. Diceva che quando entravano in gelateria con la loro allegria lo facevano sentire ancora vivo, ancora utile. Qualcuno ha scritto che il suo era diventato un vero e proprio “altare laico della dolcezza, della socialità, della memoria collettiva”: una definizione che calza bene a quel locale pieno di fotografie, sedie di legno della vecchia osteria, macchine che lui si rifiutava di cambiare “finché vanno”.

Non era un posto perfetto da catalogo, ma era suo. E in un’epoca di catene tutte uguali, quell’ostinazione a rimanere sé stesso aveva finito per diventare il suo marchio di fabbrica.

Un’istituzione per la Valle dell’Astico

L’Eco Vicentino, nel saluto di queste ore, lo definisce senza mezzi termini “il gelataio più amato dai vicentini”. Il Giornale di Vicenza, già in passato, lo aveva descritto come una delle figure-simbolo di Cogollo, uno di quei nomi che si intrecciano con l’identità stessa del paese.

Per chi passava da lì, sapere che la gelateria era aperta era quasi una rassicurazione: qualunque cosa succedesse fuori, in quel tratto di via Roma c’era sempre qualcuno pronto a riempire un cono e a chiederti “cosa ti metto?”.

Ora che Jeio non c’è più, il rischio è che la sua saracinesca diventi un simbolo al contrario: la prova di quanto sia fragile l’equilibrio tra tradizione e futuro. Ma è altrettanto probabile che, per anni, chi salirà verso Cogollo continuerà a indicare quel locale dicendo ai più giovani: “Lì c’era Jeio, il gelataio”. E basterà il nome per evocare odori, colori, voci.

Cosa sappiamo oggi e cosa resta da capire

Sulla sua morte, i giornali parlano di decesso avvenuto nella mattinata del 27 febbraio 2026, quasi al traguardo dei 90 anni. Nessun accenno a incidenti, inchieste o situazioni drammatiche: il tono è quello di una vita arrivata naturalmente al suo capolinea, dopo aver dato tantissimo al territorio.

Nei prossimi giorni è probabile che escano necrologi più dettagliati con orari e luogo dei funerali, verosimilmente a Cogollo del Cengio. Fino ad allora, l’unica cosa certa è il sentimento comune: un misto di tristezza e gratitudine. Tristezza per una voce che si spegne, gratitudine per un uomo che, con un mestolo di gelato in mano, ha costruito un pezzo di identità collettiva.

Domande frequenti su Jeio, il gelataio di Cogollo del Cengio

Chi era Jeio, il gelataio di Cogollo del Cengio?
Jeio era il soprannome di Eusebio Pozza, classe 1936, storico gelataio di Cogollo del Cengio, in provincia di Vicenza. Per oltre cinquant’anni ha gestito la gelateria di via Roma, diventando un’istituzione per la Valle dell’Astico: a sentire i giornali locali, quando si parlava di gelato in zona, il primo nome che veniva in mente era il suo.

Quando è morto Jeio?
Secondo quanto riportato da L’Eco Vicentino, Jeio “se n’è andato stamattina” nella mattina del 27 febbraio 2026, “novant’anni da compiere a breve”. La notizia è stata poi rilanciata sui social e ripresa da blog e pagine locali.

Perché la sua gelateria era così famosa?
La gelateria di Jeio nasce come trasformazione di un’antica osteria di famiglia, attiva fin dal 1898. Negli anni Sessanta lui sceglie di puntare sul gelato artigianale, imparando il mestiere con i macchinari e i corsi Carpigiani, creando gusti come fior di latte, limone e creme lavorate con uova fresche e marmellate selezionate. Nel 1969 rileva definitivamente l’attività e la trasforma in una gelateria diventata punto di riferimento per generazioni.

È vero che fu vittima di una rapina?
Sì. Nei racconti raccolti in un ritratto a lui dedicato si ricorda la notte del 24 giugno 1990, quando, quasi a mezzanotte, mentre stava riordinando il locale con la madre, alcuni rapinatori entrarono da dietro. Jeio venne accoltellato e rischiò la vita, ma si salvò grazie al coraggio della madre Anna, che riuscì a metterlo al riparo e a far fuggire i malviventi.

Come viene ricordato oggi Jeio dalla sua comunità?
I giornali locali lo definiscono “il gelataio più amato dai vicentini” e parlano della sua gelateria come di un “altare laico della dolcezza, della socialità, della memoria collettiva”. Sui social, tra i commenti di chi lo ha conosciuto, tornano sempre le stesse immagini: i coni presi dopo una camminata in montagna, le file in via Roma nelle sere d’estate, la sua capacità di accogliere tutti con lo stesso sorriso.