Nel pomeriggio di venerdì 27 febbraio un intervento come tanti, in una palazzina di via Favara Scurto, è diventato tragedia: Francesco Greco, impiantista di circa cinquant’anni, è morto dopo essere caduto dal primo piano mentre stava lavorando.
Era un lavoro di routine, l’ennesimo. Un climatizzatore da installare, una giornata come tante altre passata tra attrezzi, tubazioni e scale. Poi, in pochi istanti, l’equilibrio che si spezza, il vuoto, l’impatto al suolo. Da quel momento in poi non è più un intervento tecnico: è una morte sul lavoro, una delle tante “morti bianche” che continuano a segnare il Paese.
La caduta dal primo piano in via Favara Scurto
La dinamica, per quanto ancora al vaglio degli inquirenti, segue una linea ormai chiara.
Francesco Greco si trovava al primo piano di una palazzina in via Favara Scurto, civico 10. Stava lavorando all’installazione di un impianto di climatizzazione all’interno dell’edificio, in collaborazione con una ditta edile impegnata nello stesso stabile.
Per cause che saranno ricostruite con precisione solo dalle indagini, l’operaio avrebbe perso l’equilibrio, precipitando nel vuoto. Una caduta da pochi metri, ma sufficiente a provocare traumi gravissimi. Chi era presente ha lanciato subito l’allarme: sul posto è arrivata un’ambulanza del 118, con i sanitari che hanno tentato in ogni modo di strapparlo alla morte.
I soccorsi, però, si sono scontrati con la realtà di lesioni troppo serie: per Francesco non c’è stato niente da fare. In alcune ricostruzioni si parla di trasporto in ospedale, in altre di impatto quasi immediatamente fatale. Il risultato purtroppo non cambia: il suo cuore ha smesso di battere dopo una giornata di lavoro che doveva essere come tante altre.
Chi era Francesco Greco
Dietro le parole “operaio” o “impiantista” c’è un uomo in carne e ossa.
Francesco Greco era un tecnico specializzato nel settore termo-idraulico, impegnato nell’installazione di impianti idraulici, di riscaldamento e di condizionamento dell’aria. Un lavoro costruito nel tempo, tra corsi, esperienza sul campo, clienti da seguire, problemi da risolvere.
Non era un ragazzo alle prime armi né un lavoratore occasionale: era un professionista che, secondo le informazioni disponibili, operava da anni a Mazara e provincia. Chi lo conosceva lo descrive come un uomo abituato a “sporcarsi le mani”, a salire e scendere scale, a lavorare in cantiere anche quando il tempo o le condizioni non erano ideali. La normalità, per chi vive di lavoro manuale e tecnico.
Lascia la moglie e due figli. È questo il dato che pesa più di tutti: non solo un posto di lavoro vuoto, ma una famiglia che da un giorno all’altro si ritrova senza marito e senza padre, con domande che nessuno potrà mai davvero chiudere.
Indagini in corso e dubbi sulla sicurezza
Come in ogni incidente mortale sul lavoro, subito dopo i soccorsi scatta la parte più delicata: capire cosa è successo, oltre la cronaca.
In via Favara Scurto sono arrivati i carabinieri, incaricati di effettuare i rilievi, ascoltare i colleghi presenti, verificare lo stato del cantiere, la presenza o meno di protezioni, parapetti, dispositivi anticaduta.
Sulla vicenda è stata aperta un’inchiesta dalla Procura di Marsala, che dovrà valutare se l’incidente sia frutto di una tragica fatalità o se ci siano responsabilità legate alla sicurezza: misure non adottate, procedure non rispettate, mancanza di protezioni dove sarebbero state necessarie.
Le domande sono le stesse che tornano a ogni morte bianca:
Francesco lavorava in sicurezza?
C’erano dispositivi di protezione adeguati?
L’organizzazione del lavoro era corretta, o qualcosa è stato sottovalutato?
Per ora si parla di accertamenti in corso, senza nomi, senza capri espiatori. Ma la richiesta, dal territorio, è chiara: non archiviare questa morte in fretta.
Il cordoglio del sindaco e della comunità
La notizia ha scosso profondamente Mazara del Vallo. In una città dove ci si conosce, almeno di vista, la morte di un lavoratore in cantiere non è una cronaca lontana ma una ferita che tocca tutti.
Il sindaco Salvatore Quinci ha espresso il cordoglio dell’amministrazione comunale e dell’intera comunità, parlando di “tragico incidente sul lavoro” e ribadendo la necessità di fare chiarezza, senza zone d’ombra.
Il messaggio è netto: la sicurezza sul lavoro non può restare una formula da convegno, ma deve tradursi in controlli, formazione, responsabilità reali.
Anche il mondo sindacale ha reagito con duro realismo. La Uil Trapani ha parlato di “un’altra vita spezzata sul posto di lavoro”, inserendo la morte di Francesco Greco in un quadro regionale già pesante: la Sicilia, negli ultimi anni, è tra le regioni con il più alto numero di incidenti mortali. Da qui l’ennesimo appello alla campagna “zero morti sul lavoro”, che rischia di restare uno slogan se non accompagnata da scelte concrete.
Una giornata nera per il lavoro in Sicilia
Il giorno in cui Francesco Greco è morto non è stato l’unico di sangue sul fronte lavorativo.
Nelle stesse ore, un altro operaio ha perso la vita in un’azienda del Messinese, schiacciato da un macchinario. Due morti in poche ore, due famiglie distrutte, un’isola che ancora una volta si ritrova a fare i conti con una sicurezza sul lavoro troppo spesso violata o ridotta a formalità.
Il caso di Mazara del Vallo diventa così parte di una fotografia più ampia: quella di un Paese in cui si continua a morire di lavoro, cadendo da impalcature, schiacciati in fabbrica, folgorati da impianti, senza che il conteggio delle “morti bianche” conosca una vera inversione di tendenza.
Una vita spezzata dietro la parola “incidente”
Quando si chiude un articolo con la formula “incidente sul lavoro”, si rischia di appiattire tutto in due parole. Ma dietro l’espressione ci sono giornate, sacrifici, conti da pagare, famiglie che tengono insieme il mese grazie a lavori come quello di Francesco Greco.
La sua storia, come quella di tanti, è la storia di un uomo che esce di casa per lavorare e non torna più.
Chi lo ha conosciuto continuerà a vederlo con la cassetta degli attrezzi in mano, con la scala appoggiata al muro, con il telefono che squilla per l’ennesimo intervento. Per la città, resta il dovere di ricordare che nessun salario vale una vita. Per istituzioni e imprese, resta l’obbligo di trasformare ogni tragedia in un motivo per alzare il livello di attenzione, non solo nei giorni del cordoglio.
“Head Staff”, giornalista pubblicista laureata in letteratura, amo scrivere e apprendere costantemente cose nuove. Trovo che il mestiere del giornalista sia uno dei più affascinanti che esistano. Ti consente di apprendere, di conoscere il mondo, farti conoscere e di entrare in simbiosi con il lettore






