Sergio Persegani, allenatore di Quinzano d’Oglio è morto a 65 anni. Chi era, carriera nel calcio bresciano, malattia, morte, il ricordo che lascia

Daniela Devecchi

Sergio Persegani, allenatore di Quinzano d’Oglio è morto a 65 anni. Chi era, carriera nel calcio bresciano, malattia, morte, il ricordo

La notizia è arrivata all’improvviso: Sergio Persegani, storico allenatore del calcio dilettantistico bresciano, è morto a 65 anni. Avrebbe compiuto 66 anni a luglio, ma il tempo, per lui, si è fermato prima.
Per chi vive il calcio di provincia, il suo non era solo un nome: era una presenza fissa sui campi, sui sintetici la sera d’inverno, nelle domeniche di pioggia, accanto ai ragazzi.

Le origini e il legame con Quinzano d’Oglio

Persegani era nato e cresciuto a Quinzano d’Oglio (Brescia). Quel paese affacciato sull’Oglio non era solo una riga nella carta d’identità: è stato il suo orizzonte quotidiano, il centro di gravità della sua vita.

Chi lo ha incrociato sui campi lo ricorda come un allenatore che arrivava presto all’allenamento, che parlava con i ragazzi, ma anche con i genitori e con i dirigenti. Non cercava palcoscenici più grandi: gli bastava il suo mondo, fatto di spogliatoi, partite la domenica e settori giovanili da far crescere.

Il legame con il territorio bresciano è stato costante. Quinzano d’Oglio come casa, i paesi della provincia come tappe di una lunga carriera: chilometri macinati tra allenamenti, riunioni tecniche e trasferte sui campi dilettantistici.

Le panchine del calcio bresciano: Verolanuova e le prime esperienze

Nel suo percorso c’è una tappa importante: il Verolanuova. Alla fine degli anni Duemila il suo nome compare proprio lì, su quella panchina, nel cuore del calcio dilettantistico bresciano.

Non parliamo di grandi titoli o copertine, ma di qualcosa che, a quel livello, conta di più: la fiducia dei club e la stima dell’ambiente. Se una società ti affida la prima squadra o un gruppo importante, significa che, nel tuo lavoro, ci sai fare.

Con il passare del tempo, la figura di Persegani si è spostata sempre più verso un settore preciso: il lavoro con i giovani. Ed è lì che, negli ultimi anni, ha lasciato le impronte più profonde.

Il Ciliverghe e i campionati élite con i ragazzi

Il nome di Sergio Persegani è legato in modo particolare al Ciliverghe. Nelle cronache dei campionati regionali lombardi il suo cognome ricorre spesso accanto alle formazioni Under 16 e Under 17 del club.

Si parla di:

  • squadre ben organizzate,
  • ragazzi preparati e messi nelle condizioni di crescere,
  • partite vinte con risultati larghi, ma anche analizzate con lucidità quando le cose non andavano bene.

Persegani non era l’allenatore che si accontentava del punteggio sul tabellone: guardava al percorso dei ragazzi, al modo in cui stavano in campo, all’atteggiamento.

Nel 2022 arriva uno snodo importante: le strade tra lui e il Ciliverghe si separano “di comune accordo”. La società lo saluta ringraziandolo per professionalità, serietà e correttezza, spiegando che motivi personali non gli permettevano più di garantire il tempo e l’attenzione necessari al progetto.

Sono parole che raccontano molto più di tante etichette: restituiscono l’immagine di un tecnico rispettato, con cui ci si lascia bene, senza strappi.

Prevalle, Bedizzole e gli ultimi anni in panchina

Dopo l’esperienza al Ciliverghe, il percorso di Persegani continua sempre nel mondo che sentiva più suo: quello dei settori giovanili.

Negli ultimi anni siede sulle panchine di Prevalle e Bedizzole, ancora una volta con gruppi di ragazzi da seguire, accompagnare, far crescere. Cambiano i colori delle maglie, non cambia il contesto: paesi della provincia, famiglie che la sera portano i figli al campo, dirigenti volontari, allenamenti sotto i fari.

È quel calcio che non finisce in TV ma occupa un pezzo enorme della vita di chi lo vive. E dentro questo mondo, Persegani era una figura riconoscibile, familiare. Uno di quelli che, a bordo campo, si vede da lontano.

La malattia, il ritorno in campo e l’addio

Nelle ricostruzioni che accompagnano la notizia della sua morte si parla di una “brutta malattia” che gli aveva complicato il cammino.

Non vengono forniti dettagli, ma c’è un passaggio molto chiaro: dopo aver affrontato la malattia, Sergio Persegani era tornato in panchina. Non tutti ci riescono. Lui sì.

Il suo ritorno è legato ancora una volta ai giovani: Ciliverghe, Prevalle, Bedizzole. Squadre Under, campionati regionali, piccoli grandi obiettivi da inseguire con i ragazzi. Era una sorta di seconda vita sportiva, una ripartenza dopo un periodo difficile.

La morte arriva quando ha 65 anni. Le cronache sottolineano che a luglio avrebbe compiuto 66 anni. Un dettaglio che fa impressione: ti ricorda quanto fosse ancora vicino un traguardo semplice e simbolico come un compleanno.

Il vuoto nel calcio bresciano

Alla notizia della sua scomparsa, il mondo del calcio bresciano parla subito di lutto. Non solo perché se ne va un allenatore, ma perché si spegne una presenza che ha attraversato diverse generazioni di ragazzi.

Quanti ragazzi sono passati dai suoi allenamenti? Quanti genitori hanno affidato i figli alle sue sedute a bordo campo, tra cinesini e schemi provati e riprovati? È difficile fare un conto, ma il segno lasciato si misura proprio così, nelle storie individuali.

Di lui restano soprattutto:

  • il ricordo di un tecnico molto legato al territorio,
  • una lunga carriera nelle panchine dilettantistiche,
  • il lavoro paziente nei settori giovanili,
  • il ritorno in campo dopo la malattia, come scelta di vita prima ancora che professionale.

Non ci sono titoli altisonanti, non ci sono coppe in bacheca raccontate sulle prime pagine. C’è qualcosa di diverso: la gratitudine silenziosa di chi, grazie a un allenatore come lui, ha imparato non solo a giocare a calcio, ma anche a stare in una squadra, a rispettare i compagni, a reggere una sconfitta.

In fondo, la storia di Sergio Persegani è quella di tanti allenatori senza i quali il calcio, quello vero, fatto di campi di provincia e spalti di genitori, semplicemente non esisterebbe.
Il suo nome resterà lì, tra i ricordi di Quinzano d’Oglio e dei campi bresciani, ogni volta che un ragazzo dirà: «Io, il mio primo mister serio, l’ho avuto con lui».