Correggio piange Giuseppe Davolio: l’uomo che ha creato D.G. Plast e se n’è andato dopo un’operazione

Daniela Devecchi

Correggio piange Giuseppe Davolio: l’uomo che ha creato D.G. Plast e se n’è andato dopo un’operazione

Nel mondo dell’imprenditoria reggiana il nome di Giuseppe Davolio non aveva bisogno di molte spiegazioni. A Correggio e dintorni era semplicemente “il Davolio della plastica”. In pratica la persona che, partendo da un capannone e da qualche macchina, aveva costruito una realtà solida. Parliamo della D.G. Plast, diventata negli anni un punto di riferimento per stampi e stampaggio di materie plastiche.

Davolio è morto a 83 anni, all’ospedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia, a causa di complicanze insorte dopo un intervento chirurgico.

Dalle prime esperienze alla scelta di mettersi in proprio

Prima di diventare “il signor D.G. Plast”, Giuseppe Davolio era stato socio e collaboratore in varie aziende del territorio. Un percorso abbastanza tipico per chi, in Emilia, ha attraversato gli anni del boom lavorando tra officine, piccole imprese, reparti produttivi.

A metà degli anni Ottanta, però, arriva la scelta che cambia tutto: mettersi in proprio.
Nel 1986 nasce così D.G. Plast, con un’idea chiara in testa:

  • progettare e realizzare stampi su misura;
  • occuparsi di stampaggio a iniezione di materiale termoplastico per clienti diversi, dall’industria all’arredo, fino ai settori più tecnici.

Non è un settore facile. Servono investimenti importanti in macchinari, molta competenza tecnica e la capacità di accettare margini ristretti e alta responsabilità: se uno stampo non funziona, si blocca l’intera produzione del cliente.

Su questo terreno Davolio costruisce la sua credibilità: passo dopo passo, commessa dopo commessa, la piccola realtà artigianale comincia a trasformarsi in una fabbrica strutturata, con linee di produzione, uffici tecnici, personale specializzato.

La crescita di D.G. Plast e il passaggio generazionale

Nel giro di qualche decennio, D.G. Plast passa da officina di provincia a azienda con decine di dipendenti, capace di dialogare con clienti italiani ed esteri.

Il segreto, raccontano in molti, è stato un mix di:

  • presenza costante in azienda da parte del fondatore;
  • attenzione alla qualità del prodotto e del servizio;
  • disponibilità ad aggiornare continuamente tecnologie e competenze.

Con il tempo, come succede spesso nelle imprese familiari, entrano in gioco anche i figli Emiliano e Federico. Ognuno trova il proprio spazio:

  • uno si concentra sull’ufficio tecnico e sulla progettazione degli stampi;
  • l’altro si occupa di produzione e organizzazione del lavoro.

Giuseppe resta presidente e figura di riferimento, ma lascia progressivamente ai figli la guida operativa. Non un distacco improvviso, piuttosto una staffetta lenta, che permette all’azienda di non perdere memoria del passato, pur aprendo le porte a nuove idee, nuovi mercati, nuovi strumenti.

Dal conto terzi al prodotto proprio: l’avventura Royal Rider

Una delle intuizioni più interessanti maturate in azienda sotto la sua guida è stata quella di non limitarsi al lavoro conto terzi.

Accanto alla produzione su specifica del cliente, D.G. Plast sviluppa anche un marchio proprietario, legato a un settore insospettabile per una fabbrica di materie plastiche della Bassa: l’equitazione.

Nascono così le staffe tecniche “Royal Rider”, in materiale plastico avanzato:

  • leggere,
  • resistenti,
  • pensate per garantire stabilità e sicurezza a chi monta a cavallo.

Dietro quelle staffe ci sono proprio le competenze costruite in azienda: studio degli stampi, scelta dei materiali, test sulle sollecitazioni. È un modo per dare un volto “visibile” a ciò che spesso resta nascosto nei lavori conto terzi: qui il prodotto porta un nome, viaggia con il marchio dell’azienda, entra in un mondo – quello dei maneggi, delle gare, dei centri ippici – molto diverso dalle corsie dei capannoni.

Per Davolio è una sorta di seconda sfida imprenditoriale, che affianca la produzione classica con un oggetto in grado di raccontare l’azienda fuori dai confini provinciali.

Il profilo umano: pesca, mare e collezioni

Al di là dei numeri, delle fatture e dei turni, Giuseppe Davolio era anche altro.

Chi lo conosceva racconta un uomo che, tolta la giacca dell’imprenditore, si ritrovava perfettamente a suo agio con in mano una canna da pesca.

La pesca era una passione vera, non di facciata:

  • partecipava a gare agonistiche,
  • amava la pesca in laghetti e fiumi,
  • non disdegnava la pesca d’altura quando c’era l’occasione giusta.

Stesso discorso per un’altra attività che dice molto del suo carattere: la filatelia e il collezionismo di monete e francobolli.

Iscritto a un circolo filatelico, dedicava tempo a catalogare, cercare, scambiare pezzi, inseguendo serie complete e piccole rarità. Una passione che richiede:

  • pazienza,
  • ordine,
  • cura del dettaglio,

le stesse qualità che, in fabbrica, servono per far funzionare una produzione complessa.

In queste passioni si intravede una sorta di filo comune: che si tratti di una staffa in termoplastico, di una trota in un lago o di un francobollo raro, c’è sempre un rapporto preciso con il tempo. Attendere, osservare, controllare, aggiustare.

Famiglia, lavoro, territorio: un triangolo inscindibile

La traiettoria di Davolio si intreccia fortemente con quella del suo territorio. Correggio, Mandrio, Reggio Emilia: luoghi dove la manifattura non è un concetto astratto, ma un fatto quotidiano.

Attorno a lui, oltre all’azienda, c’è la famiglia:

  • la moglie Anna,
  • i figli Emiliano e Federico,
  • i nipoti,
  • una rete di parenti e amici cresciuta insieme alla fabbrica.

Per molti dipendenti, l’azienda è stata più di un posto di lavoro: un luogo in cui si è imparato un mestiere, in cui si è passati da apprendisti a operatori esperti, in cui si è potuto costruire un percorso professionale restando legati al proprio comune.

La figura di Davolio, in questo contesto, è quella dell’imprenditore “di una volta”:

  • legato al capannone,
  • poco incline a comparire in prima fila in convegni e talk,
  • più interessato a far quadrare conti e consegne che a farsi vedere.

L’addio e ciò che resta

La morte di Giuseppe Davolio, arrivata dopo un intervento chirurgico complicato, lascia un vuoto evidente:

  • in azienda, dove la sua presenza era ormai più simbolica che operativa, ma ancora percepita come riferimento;
  • in famiglia, che perde il suo perno;
  • nel tessuto imprenditoriale reggiano, che saluta uno degli uomini che hanno contribuito a costruire la reputazione del distretto.

D.G. Plast continua il proprio cammino con la guida dei figli, che raccolgono un’eredità fatta di:

  • metodo di lavoro,
  • rapporti costruiti in decenni,
  • una rete di clienti che hanno imparato a fidarsi dell’azienda.

Fuori dai numeri, resta l’immagine di un uomo che ha passato una vita tra presse, conchiglie di stampo, disegni tecnici, e che poi andava a cercare silenzio e concentrazione sulle rive di un lago o davanti a un album di francobolli.

In un tempo in cui l’impresa viene spesso raccontata solo in termini di finanza, fusioni e acquisizioni, la storia di Giuseppe Davolio ricorda un altro modello: quello di chi si mette in gioco partendo da un capannone, investe, sbaglia, corregge, costruisce qualcosa che resta.

A Correggio, da oggi, quel qualcosa ha perso il suo fondatore. Ma il segno lasciato – in azienda, nelle vite di chi ci ha lavorato, nelle relazioni costruite – continuerà a raccontare chi era, anche a chi il suo nome, finora, l’aveva solo sentito pronunciare da lontano.