Chi è Sha’Carri Richardson, campionessa olimpica statunitense: età, origini, record, oro a Parigi 2024, scandali, cadute e rinascite della sprinter più discussa del mondo

Daniela Devecchi

Chi è Sha’Carri Richardson, campionessa olimpica statunitense: età, origini, record, oro a Parigi 2024, scandali, cadute e rinascite della sprinter più discussa del mondo

Se ami l’atletica, il nome Sha’Carri Richardson ti sarà arrivato addosso almeno una volta negli ultimi anni. Capelli fucsia o arancioni, unghie lunghissime, esultanze teatrali e tempi da brividi sui 100 metri. In pista è un fulmine, fuori è un romanzo complicato, fatto di trionfi, errori, cadute e ritorni.

Oggi è campionessa olimpica con la 4×100 m degli Stati Uniti, primatista mondiale dei 100 m ai Mondiali di Budapest 2023 e una delle atlete più chiacchierate del pianeta. Ma la sua storia non è fatta solo di medaglie.

Ti va di ripercorrerla, metro dopo metro?

Età e origini: dalla Dallas della nonna al giro del mondo

Sha’Carri LaNay Richardson nasce il 25 marzo 2000 a Dallas, Texas. È minuta – circa un metro e 55 – ma ha dentro una quantità di energia che sembra non finire mai.

Cresce soprattutto con la nonna, Betty Harp, e con una zia. La madre biologica c’è e non c’è, il rapporto è fragile, e questa ferita tornerà fuori anni dopo, in modo doloroso, nella vicenda che le costerà le prime Olimpiadi.

A nove anni mette le scarpette per la prima volta. Non ci mette molto a capire che correre le viene naturale: alle scuole superiori vince titoli su titoli a livello statale, sempre sui 100 e 200 metri. La velocità diventa il suo linguaggio, il modo per farsi vedere e, forse, anche per scappare da un po’ di cose.

Dopo il liceo approda alla Louisiana State University (LSU). Indossa la maglia delle Lady Tigers e lì succede la prima esplosione vera.

L’esplosione al college: 10″75 a 19 anni

Primavera 2019, NCAA Championships. Sha’Carri ha 19 anni, corridoi viola LSU, faccia da teenager e quella postura da sprinter che ha già visto il futuro.

Nei 100 metri succede questo:
spara fuori dai blocchi, macina passi come una macchina e chiude in 10″75. Per darti un’idea:

  • record del college,
  • record mondiale under-20,
  • ingresso diretto nel club delle donne più veloci di sempre.

Nella stessa giornata, sui 200, firma un 22″17 che cancella il vecchio primato U20 dove c’era il nome di Allyson Felix.

Capito il livello?

Da lì la strada è segnata: lascia l’università, diventa professionista, firma con Nike, entra nel gruppo d’élite allenato da Dennis Mitchell. Nuova vita, stessa missione: diventare la più veloce di tutte.

La squalifica per cannabis: Tokyo saltata e il mondo che discute

Arriviamo al 2021. Lei è la nuova speranza dello sprint americano. Ad aprile, in Florida, vola in 10″72. In giugno, ai Trials USA, vince i 100 m e si prende il biglietto per le Olimpiadi di Tokyo.

Sembra la classica storia del “ragazzo prodigio che arriva ai Giochi”. Invece no.

Pochi giorni dopo, esce la bomba: test antidoping positivo alla cannabis.
Punizione: un mese di squalifica e annullamento della prestazione ai Trials. Tradotto: niente 100 metri olimpici, niente sogno Tokyo.

Qui la storia si fa personale. Sha’Carri racconta che in quei giorni aveva appena saputo, da un giornalista, della morte della madre biologica. Dice di aver fumato per reggere il dolore, aggiunge una frase che farà il giro del mondo: “I’m human”. Sono umana.

Da un lato esplode la solidarietà:
“Ma perché la marijuana è ancora sostanza proibita se è legale nello stato dove gareggiava?”

Dall’altro, la regola è regola: USADA, WADA, federazione. L’atleta che doveva illuminare Tokyo resta a casa. La ragazza che qualcuno già chiamava “la nuova Flo-Jo” guarda le Olimpiadi dalla tv.

Hai presente quelle sliding doors che ti cambiano la vita? Ecco.

Rinascita: Budapest 2023, regina dei 100 metri

Il rischio, dopo una botta così, è perdersi. Lei invece si rimette in piedi piano piano. Il 2022 è pieno di alti e bassi, gare buone e giornate no, tweet polemici e silenzi. Ma nel 2023 qualcosa scatta.

Ad aprile, in Florida, stampa un impressionante 10″57 con vento oltre il limite. Non vale come record, ma è un segnale.
A maggio va a Doha, prima tappa di Diamond League, e vince in 10″76. Una progressione che dice una cosa sola: sta tornando.

Il momento chiave è ai Mondiali di Budapest 2023:

  • in finale dei 100 è relegata in corsia 9;
  • parte non perfetta, le giamaicane escono meglio;
  • negli ultimi 40 metri però la vedi “accendersi”: stride cortissima, frequenza pazzesca, rimonta furiosa.

Taglia il traguardo, guarda il tabellone, si porta le mani alla bocca. 10″65.
Record dei Campionati del Mondo, titolo iridato, giamaicane dietro.

Poi arrivano:

  • il bronzo nei 200 (21″92),
  • l’oro con la 4×100 USA.

Nel giro di pochi giorni la ragazza “buttata fuori” da Tokyo diventa la donna più veloce del mondo. Non è un film: è atletica pura.

Parigi 2024: argento individuale, oro in staffetta

Saltiamo a Parigi 2024. Stadio di Saint-Denis Stade de France, notte dei 100 metri.
La favorita? Lei, ovviamente. È la campionessa del mondo in carica, la più veloce del lotto.

La finale, però, non è scritto da nessuna parte che debba vincerla. A bruciare tutte è Julien Alfred, che si prende l’oro in 10″72. Sha’Carri chiude seconda, 10″87, medaglia d’argento olimpica.

Non è il finale che alcuni avevano immaginato, ma resta un traguardo enorme: per gli Stati Uniti è il ritorno sul podio dei 100 donne dopo anni di dominio giamaicano.

Pochi giorni dopo, arriva il riscatto in staffetta.

Nella 4×100 m:

  • lancia le ultime frazioni dopo Jefferson, Thomas e compagne;
  • riceve il testimone non davanti, anzi;
  • rimonta come una furia, supera Giamaica e Gran Bretagna e vola al traguardo.

È oro olimpico.
Lei esulta, urla, guarda le avversarie mentre chiude. Quel “cold stare” negli ultimi metri manda virali video e gif. C’è chi la ama per questo, chi storce il naso e la trova eccessiva. Lei è esattamente così: o ti piace alla follia o ti manda in tilt. Via di mezzo, poca.

Record e numeri: quanto è forte davvero

Tolto il rumore di fondo, restano i dati. E i dati, nel suo caso, parlano chiaro:

  • 100 m: primato personale 10″65, il tempo con cui ha vinto i Mondiali di Budapest (record dei Campionati);
  • 200 m: 21″92;
  • titoli mondiali: oro 100 m, oro 4×100, altre medaglie in staffetta;
  • titoli olimpici: oro 4×100 m, argento 100 m.

È piccola ma corre come se fosse montata su molle. Le partenze non sono sempre perfette, ma quando entra in fase lanciata ha una progressione che fa impressione: la vedi mangiare metri, avversaria dopo avversaria.

Dietro il personaggio: arresti, errori, fragilità

Seria parentesi, perché la sua storia non è solo un manifesto motivazionale.

Oltre al caso cannabis del 2021, negli ultimi anni Sha’Carri è finita di nuovo nelle cronache:

  • un arresto per violenza domestica nel 2025 dopo una lite con il compagno e collega Christian Coleman (vicenda chiusa senza processo mediatico lungo);
  • un arresto per eccesso di velocità pericoloso a fine gennaio 2026, in Florida, mentre guidava a più di 160 all’ora in autostrada.

In entrambi i casi parla di responsabilità, di percorso personale, di lavoro su di sé. Ma i fatti restano, e aggiungono strati a un profilo già complesso: non è solo la sprinter che vince e balla sul traguardo, è una venticinquenne che sbaglia, sbraita, si difende, scivola, risale.

Ti viene da chiederti: quanto è facile, a quell’età, tenere insieme fama, soldi, pressioni, traumi familiari, aspettative di un intero Paese?

Immagine, attivismo e ruolo simbolico

Al di là dei risultati, Sha’Carri è diventata un simbolo per molte ragazze, soprattutto nere, cresciute in contesti difficili.

Parla spesso di:

  • salute mentale e dolore non elaborato;
  • doppi standard su corpo, capelli, estetica delle atlete nere;
  • diritto di essere “too much” senza doversi giustificare ogni volta.

Hai presente quando dicono “troppo truccata, troppo colorata, troppo rumorosa”? Lei se n’è fatta uno scudo, quasi un marchio. E per questo, nel bene e nel male, non passa inosservata.

Sui social alterna frasi motivazionali, sfoghi personali, video ironici, contenuti sponsorizzati. È testimonial Nike e volto di campagne globali che puntano proprio sulla sua immagine di donna che non chiede permesso a nessuno.

Una storia ancora in corsa

La cosa più interessante è che, nonostante tutto quello che ha già vissuto, Sha’Carri Richardson ha solo 25 anni.

Ha:

  • perso un’Olimpiade per una canna,
  • vinto un Mondiale da outsider in corsia 9,
  • subito una gogna mediatica,
  • messo al collo un oro e un argento olimpici,
  • commesso errori seri anche fuori pista,
  • usato tutto questo per parlare di fragilità, identità, razza, donne nello sport.

Non sappiamo ancora come finirà la sua carriera. Se diventerà la sprinter più titolata della sua generazione o un talento gigantesco ma discontinuo. Quello che sappiamo, oggi, è che nessuna come lei incarna così bene il cortocircuito tra mito e persona: la campionessa e la ragazza di Dallas cresciuta con la nonna che cerca ancora, ogni giorno, di capire chi vuole essere.

FAQ – Domande su Sha’Carri Richardson

Quanti anni ha Sha’Carri Richardson?
È nata il 25 marzo 2000 a Dallas, Texas. Al 24 febbraio 2026 ha 25 anni.

Perché è famosa Sha’Carri Richardson?
Perché è una delle velociste più forti al mondo sui 100 metri: campionessa mondiale a Budapest 2023, campionessa olimpica nella 4×100 m e argento olimpico nei 100 m a Parigi 2024.

Che cosa è successo con la cannabis nel 2021?
Nel 2021 è risultata positiva al THC dopo i Trials USA, pochi giorni dopo aver scoperto la morte della madre biologica. È stata squalificata per un mese e ha perso la partecipazione ai 100 m alle Olimpiadi di Tokyo.

Qual è il record personale di Sha’Carri Richardson sui 100 metri?
Il suo primato personale è 10″65, tempo con cui ha vinto l’oro mondiale a Budapest nel 2023, record dei Mondiali.

Perché se ne parla anche fuori dall’atletica?
Perché oltre ai successi sportivi ha vissuto scandali, arresti e momenti difficili, e perché è diventata un simbolo di forza ma anche di fragilità, molto esposta sui social e nel dibattito su salute mentale, donne nere e pressione mediatica nello sport.