Chi è Carmelo Cinturrino, il poliziotto che ha sparato al pusher a Rogoredo? Cos’ è successo davvero nel boschetto della droga, la “doppia vita” e a che punto è l’inchiesta

Daniela Devecchi

Chi è Carmelo Cinturrino, il poliziotto che ha sparato al pusher a Rogoredo? Cos' è successo davvero nel boschetto della droga, la "doppia vita" e a che punto è l’inchiesta

La storia di Carmelo Cinturrino è una di quelle che ti restano addosso. Perché mette insieme tante cose che in Italia toccano nervi scoperti: droga, periferie, forze dell’ordine, politica, fiducia e paura.

Il 26 gennaio 2026, nel boschetto di Rogoredo, alla periferia di Milano, un pusher viene ucciso da un colpo di pistola esploso da un agente di polizia. Quel poliziotto è lui, Cinturrino. In poche settimane passa dall’essere difeso come “servitore dello Stato” a essere indicato come il protagonista di una messinscena e di una presunta doppia vita.

Ma chi è davvero quest’uomo? Cosa è successo in quei minuti nel fango di via Impastato? E perché il suo nome è diventato un caso nazionale?

Chi è Carmelo Cinturrino

Carmelo Cinturrino ha 41 anni, è assistente capo della Polizia di Stato e lavora al commissariato Mecenate, uno dei presìdi più “caldi” di Milano dal punto di vista dello spaccio.

È originario di Alì Terme, piccolo centro in provincia di Messina: un paese di poche migliaia di abitanti, dove tutti si conoscono e dove la notizia del suo arresto è arrivata come uno schiaffo. Chi lo conosceva da ragazzo parla di un tipo determinato, orgoglioso della divisa, legatissimo alla madre.

A Milano, dentro il commissariato, lo descrivono come il più “anziano” e operativo del gruppo che lavora sulla zona Rogoredo–Corvetto. Un investigatore che sta sempre in strada, che conosce pusher e facce del boschetto per nome, che in un anno avrebbe messo a segno decine di arresti legati alla droga.

Già qui, il primo paradosso: per tanti era il poliziotto che “ripuliva” il boschetto. Per altri, come vedremo, era l’uomo che lì dentro det dettava le regole a modo suo.

Il boschetto di Rogoredo e la sera degli spari

Per capire questa storia bisogna immaginarselo, quel posto. Rogoredo è uno snodo ferroviario e metropolitano a sud-est di Milano. Dietro i binari, nascosto tra alberi e sterpaglie, c’è il cosiddetto “boschetto della droga”: uno dei mercati di eroina e cocaina più famosi del Nord Italia.

La sera del 26 gennaio 2026, una squadra di cinque poliziotti del commissariato Mecenate entra nella zona per un’operazione antidroga. Fa freddo, è quasi buio. In quell’area si muove Abderrahim Mansouri, 28 anni, marocchino, pusher conosciuto come “Zack”.

Secondo la ricostruzione ufficiale, a un certo punto avviene il contatto: distanza di oltre venti metri, gli agenti che avanzano, Mansouri che prova a scappare. Un solo colpo parte dalla pistola d’ordinanza di Carmelo Cinturrino. Il proiettile colpisce il giovane alla testa.

Mansouri cade nel fango e non si rialza più.

La prima versione: “Ho sparato perché mi ha puntato la pistola”

Nelle prime ore dopo la sparatoria la versione che circola è chiara, quasi rassicurante nella sua linearità:

  • il pusher avrebbe puntato contro Cinturrino una pistola,
  • il poliziotto, sentendosi in pericolo, avrebbe sparato per legittima difesa,
  • a terra, vicino al corpo, viene trovata un’arma: una pistola a salve, replica di una Beretta.

Per un po’ la narrazione pubblica è questa. E una parte della politica si schiera subito: “Io sto col poliziotto, senza se e senza ma”. Petizioni, post, interviste. Il boschetto diventa il teatro ideale per parlare di “eroi in divisa” contro spacciatori e degrado.

Ma le indagini della Procura di Milano vanno avanti. E, man mano che emergono nuovi elementi, quel racconto comincia a fare acqua.

Il testimone, i soccorsi in ritardo e la scena che non torna

A far scricchiolare la prima versione è, prima di tutto, una voce che arriva dal fango del boschetto: quella di un giovane afghano che dice di aver visto tutto.

Secondo il suo racconto:

  • tra Cinturrino e Mansouri c’erano più di venti metri;
  • Mansouri avrebbe fatto il gesto di alzare una pietra, più come sfida o gesto di rabbia che come vera minaccia a quella distanza;
  • poi avrebbe provato ad allontanarsi;
  • in quell’istante sarebbe partito il colpo.

Il ragazzo aggiunge un dettaglio pesante: subito dopo lo sparo, lui non vede nessuna pistola vicino al corpo. Dice di ricordare bene la faccia di Mansouri che cade di faccia nel fango.

C’è un altro elemento che insospettisce gli inquirenti: tra lo sparo e la chiamata ai soccorsi passano più di venti minuti. Un tempo lunghissimo in una situazione del genere. Secondo le carte, Cinturrino avrebbe inizialmente assicurato ai presenti di aver già avvisato i sanitari, cosa che non corrisponde a quanto emerge dalle verifiche sulle chiamate.

Non è solo un dettaglio tecnico: in procura leggono quei minuti come il tempo in cui la scena viene “gestita”.

La pistola giocattolo e la “valigetta”: la messinscena

Il nodo centrale, però, è un altro: la pistola giocattolo trovata vicino alla mano del pusher.

Le analisi di laboratorio diranno che:

  • sull’arma non ci sono tracce di Dna di Mansouri;
  • al contrario, ci sono più tracce riconducibili a Carmelo Cinturrino: sull’impugnatura, vicino al grilletto, in punti che indicano una manipolazione decisa.

A questo si aggiunge la testimonianza di un collega di Cinturrino, il più giovane della squadra. Racconta che, subito dopo lo sparo, l’assistente capo gli avrebbe ordinato di andare in commissariato a recuperare una borsa nera, una specie di valigetta con lo stemma della Repubblica.

Le telecamere davanti al commissariato lo riprendono mentre entra, prende lo zaino e lo riporta nel parcheggio, poi di nuovo verso il boschetto. Il collega dice che, una volta tornato, Cinturrino apre il bagagliaio dell’auto, prende qualcosa di nero dalla borsa e solo dopo lui si accorge della presenza della pistola a terra, accanto al corpo del pusher.

Secondo l’ipotesi della Procura, in quella valigetta c’era proprio la pistola a salve.

Tessera dopo tessera, il puzzle che si forma agli occhi degli inquirenti è chiaro: per loro la scena della legittima difesa sarebbe stata fabbricata a posteriori.

Le parole di Cinturrino: “Ho messo io la pistola lì”

Di fronte a questi elementi, Carmelo Cinturrino crolla su un punto decisivo: ammette di aver collocato lui la pistola giocattolo accanto al cadavere.

Racconta di averlo fatto per paura delle conseguenze, perché si è reso conto subito di aver sparato in una situazione che non giustificava l’uso dell’arma. Dice di aver pensato che Mansouri stesse per tirare fuori una pistola e di aver capito solo dopo che in mano aveva un sasso.

Sulla gestione del boschetto, sul presunto “pizzo” e su rapporti opachi con gli spacciatori, invece, nega con forza: nessuna richiesta di denaro o droga, nessun accordo con i pusher.

Resta il fatto che quell’ammissione – “la pistola l’ho messa io” – da sola basta a far crollare l’intera retorica iniziale della difesa “senza se e senza ma”.

La “doppia vita”: martello, soprannome “Thor” e accuse di pizzo

Mentre la Procura indaga sull’omicidio, emergono anche altre storie, soprattutto dalle testimonianze raccolte tra chi vive e spaccia a Rogoredo.

Alcuni tossicodipendenti e pushers descrivono Cinturrino come un poliziotto violento, che avrebbe usato un martello o un oggetto simile per colpire chi frequentava il bosco. Un comportamento che gli avrebbe fatto guadagnare tra alcuni colleghi il soprannome di “Thor”, come il supereroe con il martello.

Ci sono anche dichiarazioni, tutte da verificare nelle aule di giustizia, secondo cui l’agente avrebbe chiesto denaro e droga a uno o più spacciatori della zona, trasformando di fatto la sua posizione di poliziotto in una forma di controllo personale sul mercato.

Si parla, in alcuni racconti, di “pizzo quotidiano”: una cifra fissa in soldi e cocaina per avere mano libera nello spaccio. È un’accusa pesantissima, che se confermata trasformerebbe la figura di Cinturrino da agente “duro” a delinquente in divisa.

È importante ricordarlo: al momento queste sono ipotesi e testimonianze, non sentenze. Ma danno la misura del terremoto che il caso ha provocato.

Le accuse formali e la situazione giudiziaria

Oggi, il quadro è questo:

  • Carmelo Cinturrino è in stato di custodia cautelare, con l’accusa principale di omicidio volontario per la morte di Abderrahim Mansouri.
  • A questa si affiancano contestazioni legate alla falsa rappresentazione dei fatti, alla presunta alterazione della scena del crimine e alla mancata attivazione tempestiva dei soccorsi.
  • Altri quattro poliziotti della stessa squadra risultano indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso: avrebbero avallato la versione iniziale della legittima difesa e non avrebbero fatto abbastanza per far partire i soccorsi in tempi rapidi.

La Procura di Milano, nel chiedere e motivare il fermo, parla di pericolo di fuga e di possibile reiterazione di condotte violente, alla luce del profilo che emerge dalle carte. Allo stesso tempo, sta passando al setaccio il passato professionale di Cinturrino: alcuni arresti effettuati in zona Rogoredo potrebbero essere riesaminati.

L’impressione è che non si tratti di un “incidente isolato”, ma di un caso destinato ad allargarsi.

Le reazioni: polizia, politica, opinione pubblica

Anche sul fronte delle reazioni il caso è tutto fuorché banale.

Il capo della Polizia ha preso posizione in modo netto, definendo Cinturrino non più un poliziotto ma un “delinquente”, e sottolineando come siano stati altri uomini e donne in divisa a indagarlo con rigore, a dimostrazione – dice – che il corpo ha gli anticorpi per isolare le mele marce.

Il questore di Milano ha rivendicato il lavoro della Squadra Mobile e del commissariato, ricordando che l’inchiesta è nata proprio dall’interno della Polizia, non da una denuncia esterna.

Sul fronte politico, il caso ha creato imbarazzo soprattutto a destra. Alcuni leader che nelle prime ore si erano schierati in modo assoluto con il poliziotto hanno dovuto correggere il tiro dopo l’arresto e le ammissioni sulla messinscena. La presidente del Consiglio ha parlato di “sgomento” e di tradimento nei confronti della divisa, ribadendo la linea dell’“implacabilità verso chi sbaglia, anche se indossa un’uniforme”.

Nel frattempo, tra i cittadini resta un sentimento doppio: da una parte la voglia di non mettere in discussione tutte le forze dell’ordine per il comportamento di uno; dall’altra la paura che episodi del genere non siano così rari, solo meno clamorosi.

Un caso che fa male ma che forse era necessario

Quella di Carmelo Cinturrino non è solo la storia di un singolo poliziotto e di un pusher. È una lente che ingrandisce tante domande che ci facciamo da anni:

  • quanto è sottile il confine tra uso legittimo della forza e abuso?
  • chi controlla chi ha il potere di fermarti, perquisirti, spararti?
  • quanto ci fidiamo delle versioni “ufficiali” quando non ci sono telecamere a riprendere tutto?

Lo sapevi che, se non ci fosse stato un testimone pronto a parlare e colleghi disposti a raccontare quello che hanno visto, forse oggi staremmo ancora parlando di “pusher armato abbattuto in legittima difesa”?

Fa male, perché mette in discussione un’immagine rassicurante delle forze dell’ordine. Ma forse è proprio da casi così, da processi duri e indagini senza sconti, che passa l’unica forma possibile di fiducia adulta: quella che non chiude gli occhi, né quando sbaglia un pusher, né quando sbaglia un poliziotto.

FAQ – Domande frequenti sul caso Carmelo Cinturrino

Chi è Carmelo Cinturrino?
È un assistente capo della Polizia di Stato, 41 anni, originario di Alì Terme (Messina) e in servizio al commissariato Mecenate di Milano, dove lavorava da anni nelle operazioni contro lo spaccio nella zona di Rogoredo.

Che cosa è successo il 26 gennaio 2026 a Rogoredo?
Durante un’operazione antidroga nel boschetto di Rogoredo, Cinturrino ha esploso un colpo con la pistola d’ordinanza che ha ucciso il pusher 28enne Abderrahim Mansouri. In un primo momento si è parlato di legittima difesa, ma le indagini hanno messo in discussione questa versione.

Perché si parla di pistola giocattolo?
Vicino al corpo di Mansouri è stata trovata una pistola a salve. Le analisi e le testimonianze hanno portato la Procura a ritenere che quell’arma non fosse mai stata impugnata dal pusher, ma fosse stata collocata successivamente da Cinturrino per simulare la legittima difesa. Lo stesso agente ha ammesso di averla posizionata lui.

Di cosa è accusato oggi Carmelo Cinturrino?
È accusato principalmente di omicidio volontario, con contestazioni legate anche alla manipolazione della scena del crimine e al mancato tempestivo soccorso. Sono in corso accertamenti su possibili condotte di estorsione e pizzo ai danni degli spacciatori della zona, accuse che lui respinge.

Altri poliziotti sono coinvolti?
Sì. Quattro colleghi di Cinturrino risultano indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. Avrebbero sostenuto la versione iniziale della legittima difesa e non avrebbero fatto tutto il possibile per far intervenire rapidamente i soccorsi.