Don Pippo Curatola, sacerdote, filosofo e storico direttore de L’Avvenire di Calabria, è morto a 80 anni: la sua storia tra Chiesa, scuola e giornalismo

Daniela Devecchi

Don Pippo Curatola, sacerdote, filosofo e storico direttore de L’Avvenire di Calabria, è morto a 80 anni: la sua storia tra Chiesa, scuola e giornalismo

La notizia è rimbalzata presto tra Reggio Calabria e la costa tirrenica: don Pippo Curatola è morto a 80 anni, nella mattina del 23 febbraio 2026, a Scilla. Per tanti non era solo un sacerdote, ma un volto familiare: il professore di filosofia, il direttore del giornale diocesano, il prete che ti fermava sul corso per chiederti davvero “come stai?”.

Nato il 19 settembre 1945 a San Lorenzo, nell’area grecanica reggina, aveva appena festeggiato gli 80 anni, raccontando con ironia e lucidità una vita “tra ascolto, sorriso e grido”, come amava definirla lui. Una vita spesa tra Chiesa, scuola e giornalismo, senza mai chiudersi in una sola stanza.

Gli inizi: il bambino che voleva entrare in seminario

Tutto comincia presto. Da bambino, dopo aver visto celebrare un frate a Melito, decide che vuole diventare prete. Non una frase detta per gioco: insiste, insiste ancora, finché quel desiderio non diventa la direzione di tutta la sua vita.

La famiglia non naviga nell’oro, il seminario costa, ma qualcuno – una benefattrice rimasta volutamente nell’ombra – decide di pagare per lui la retta. Così a dieci anni entra nel seminario Pio XI di Reggio Calabria, il 10 ottobre 1955. Lui stesso ricorderà quel giorno come un misto di lacrime e felicità: il distacco da casa, ma anche la sensazione di essere finalmente “nel posto giusto”.

In seminario incontra monsignor Giovanni Ferro, che diventerà il suo punto di riferimento spirituale. Sarà proprio lui, anni dopo, a ordinarlo sacerdote il 21 settembre 1968, nella chiesa del Sacro Cuore a Reggio Calabria. In quella celebrazione gli affida un’immagine precisa: fasciare le ferite della gente. Un mandato che don Pippo prenderà terribilmente sul serio.

Un prete con la testa da filosofo

Chi lo ha conosciuto lo descrive così: “un prete con la Bibbia in una mano e Kant nell’altra”. Studi solidissimi, curiosità inesauribile. Dopo il percorso teologico, studia filosofia e si butta nella scuola con l’entusiasmo di chi non vuole solo “finire il programma”, ma provare a cambiare lo sguardo dei ragazzi.

Per oltre trent’anni è docente di Storia e Filosofia nei licei statali di Reggio Calabria, in particolare al “Campanella”. Entra in classe con la tonaca e il registro sotto braccio, ma soprattutto con domande: sulla libertà, sul senso, sulla responsabilità. Chi è stato suo alunno racconta lezioni fitte di riferimenti, ma anche momenti di silenzio, quei silenzi un po’ scomodi in cui ti accorgevi che toccava a te dire cosa ne pensavi.

In parallelo, tiene corsi di Sacra Scrittura e di Etica negli istituti diocesani, forma generazioni di catechisti, religiosi, laici impegnati. Diventa rettore del seminario Pio XI, accompagnando il percorso di tanti giovani che si preparano al sacerdozio.

Negli ultimi anni parlava spesso di un rischio: quello che chiamava “oblio della ragione”. Per lui, fede e pensiero non erano due mondi separati: se la ragione si spegne, diceva, anche la fede finisce per diventare fragile, emotiva, senza radici.

Il direttore che ha cambiato L’Avvenire di Calabria

Se dici don Pippo Curatola, molti pensano subito a un giornale: L’Avvenire di Calabria, lo storico settimanale della diocesi di Reggio Calabria-Bova. Ne è stato direttore per oltre trent’anni, a partire dai primi anni Ottanta, trasformandolo da semplice testata locale a punto di riferimento per l’informazione cattolica in Calabria.

Sotto la sua guida il giornale passa da quindicinale a settimanale, amplia il raggio d’azione, racconta non solo la vita delle parrocchie ma anche la cronaca, la politica, il sociale, con lo sguardo di una Chiesa che vuole stare dentro le cose, non ai margini.

Non è tipo da grandi proclami, ma le sue scelte parlano chiaro. È tra i primi direttori di un periodico diocesano a capire che il futuro passa anche dal digitale e porta il giornale online all’inizio degli anni Duemila, quando molti settimanali locali non ci pensano nemmeno.

Sulle sue pagine, oltre ai servizi e ai commenti, c’è una firma che i lettori imparano ad aspettare: quella dei “Pensieri del Viandante”, una rubrica di aforismi e brevi riflessioni in penultima pagina. Piccoli testi, spesso di poche righe, in cui riusciva a tenere insieme l’attualità politica, la cronaca di quartiere e il Vangelo della domenica, con un tono che oscillava tra il sorriso e la denuncia.

Il suo impegno non si ferma alla diocesi: partecipa ai lavori della Federazione Italiana Settimanali Cattolici, diventa un punto di riferimento per tanti altri direttori, siede nel Consiglio di amministrazione del quotidiano Avvenire e viene scelto anche come dirigente del sindacato dei giornalisti calabresi. Sempre, però, difendendo un’idea chiara di informazione: rigorosa, documentata, ma mai disumana.

Scilla, le parrocchie e il rapporto con la gente

Con tutti questi incarichi, avrebbe potuto chiudersi tranquillamente dietro una scrivania. Invece no: per lui la parrocchia resta la casa di base.

È stato arciprete a Scilla, prima ancora che la località tirrenica diventasse meta di turismo di massa come oggi. Lì impara a leggere le fatiche di un paese diviso tra bellezza paesaggistica e problemi concreti: emigrazione, lavoro che manca, giovani che se ne vanno. È rimasto legato a quel posto al punto da tornarci negli ultimi anni e, proprio lì, chiudere la sua vita terrena.

Per lungo tempo è parroco di Santa Maria della Cattolica dei Greci a Reggio Calabria, una comunità che porta nel nome la memoria bizantina della città. Lo ricordano per le omelie dense ma comprensibili, per le confessioni lunghissime, per quel modo tutto suo di ascoltare: non annuiva tanto per cortesia, ti incalzava, faceva domande, riportava spesso il discorso alla responsabilità personale.

È stato anche rettore del Santuario del Sacro Cuore nell’ex monastero di San Francesco di Sales, altro luogo simbolico della devozione cittadina.

Negli ultimi tempi, nonostante i problemi di salute, ha continuato a celebrare, in particolare la Messa in latino, custodendo una sensibilità liturgica che molti reggini gli riconoscevano come tratto distintivo. Non è curioso che uno così proiettato sul futuro del giornalismo amasse, allo stesso tempo, la bellezza delle forme antiche?

Gli 80 anni e una vita “tra ascolto, sorriso e grido”

Nel settembre 2025, per i suoi 80 anni, amici, colleghi e parrocchiani lo convincono a voltarsi indietro e rileggere la propria storia. In quell’occasione sintetizza la sua vita in tre parole: ascolto, sorriso, grido.

  • Ascolto, perché dal seminario alle parrocchie, dalla scuola alla redazione, ha sempre cercato di dare spazio alle voci degli altri: studenti, fedeli, lettori, colleghi.
  • Sorriso, come stile pastorale. Chi lo conosceva bene dice che anche quando era severo, c’era sempre una punta di ironia, un modo di ridimensionare il dramma senza negarlo.
  • Grido, perché non ha mai smesso di denunciare ciò che non funzionava: povertà, corruzione, indifferenza. Non urlava in modo spettacolare, ma scriveva, parlava, richiamava alla responsabilità.

In quelle pagine di bilancio personale lascia intravedere anche le sue fragilità: gli errori, le stanchezze, le notti in bianco a pensare se una scelta fosse stata davvero giusta. Una figura tutt’altro che patinata, insomma, ma proprio per questo così vicina alla gente.

L’eredità di don Pippo Curatola

Cosa resta oggi di don Pippo Curatola?

Resta il segno profondo lasciato in tre mondi diversi eppure intrecciati:

  • nella Chiesa di Reggio Calabria-Bova, che perde un sacerdote capace di tenere insieme tradizione e pensiero critico;
  • nella scuola, dove generazioni di studenti hanno imparato a non accontentarsi di risposte facili;
  • nel giornalismo cattolico, che in lui ha visto un direttore capace di leggere la realtà locale con uno sguardo nazionale, senza cedere né al moralismo né al sensazionalismo.

Resta anche una domanda che, in fondo, attraversa tutta la sua biografia: è possibile oggi essere insieme prete, intellettuale e giornalista senza snaturare nessuno dei tre ruoli? La sua vita, con tutti i suoi limiti, prova a dare una risposta: sì, se si parte dall’ascolto delle persone e non dall’autocelebrazione.

Per chi lo ha incontrato anche solo una volta, l’immagine che forse tornerà alla mente sarà semplice: don Pippo che cammina lento per le vie di Reggio, cartella sotto braccio, un giornale piegato, il saluto a chiunque incrociasse. Un “viandante” davvero, come nella sua rubrica, ma con i piedi ben piantati nella sua terra.

FAQ su don Pippo Curatola

Chi era don Pippo Curatola?
Era un sacerdote calabrese nato a San Lorenzo nel 1945, ordinato nel 1968, diventato nel tempo figura di riferimento come prete, filosofo e giornalista. È stato per oltre trent’anni direttore de L’Avvenire di Calabria e docente di Storia e Filosofia nei licei di Reggio Calabria.

Quanti anni aveva don Pippo Curatola quando è morto?
Aveva 80 anni. Era nato il 19 settembre 1945 ed è morto il 23 febbraio 2026 a Scilla, sulla costa tirrenica reggina.

Di quale giornale è stato direttore don Pippo Curatola?
È stato storico direttore de L’Avvenire di Calabria, il settimanale della diocesi di Reggio Calabria-Bova, che sotto la sua guida è diventato un punto di riferimento per la stampa cattolica locale e non solo.

Che cosa insegnava don Pippo Curatola?
Per molti anni ha insegnato Storia e Filosofia nei licei statali di Reggio Calabria e ha tenuto corsi di Sacra Scrittura ed Etica negli istituti diocesani, formando generazioni di studenti, seminaristi e laici.

Perché don Pippo Curatola è considerato una figura importante?
Perché è riuscito a tenere insieme tre vocazioni – quella del sacerdote, del docente e del giornalista – lasciando un segno profondo nella vita della Chiesa calabrese, nella scuola e nel mondo dell’informazione, con uno stile fatto di ascolto, competenza e responsabilità.