Chi era Stefano Crotti
Di Stefano Crotti, 28 anni, non sappiamo molto. Nessun profilo pubblico, niente biografie dettagliate, nessuna intervista a raccontarlo. E forse è proprio questo a colpire: dietro i titoli sulle valanghe e sui “ciaspolatori travolti” ci sono vite normali, persone che escono per una giornata sulla neve e non tornano più.
Quello che è certo è che Stefano si trovava sulle Dolomiti, nel gruppo del Catinaccio, per una escursione con le ciaspole insieme alla sua compagna. Una domenica d’inverno che doveva essere solo aria fredda, neve e panorama, e che invece si è trasformata in una tragedia.
La valanga sotto il Vajolet: cosa è successo
Il teatro dell’incidente è uno dei luoghi più iconici della Val di Fassa: la zona tra il rifugio Vajolet e il Passo Principe, nel cuore del Catinaccio. Chi conosce quei sentieri sa quanto possano essere suggestivi anche d’inverno, quando la neve ricopre tutto e il silenzio è quasi irreale.
Nel primo pomeriggio, poco dopo le 14.30, dal versante del Passo Vajolet si stacca una valanga che percorre il canalone e travolge i due escursionisti. La compagna di Stefano riesce in qualche modo a uscire dalla massa di neve. Lui no.
Immagina la scena: neve che scende potente, visibilità che si azzera, confusione. In pochi secondi la gita del weekend diventa una corsa contro il tempo.
Due ore di ricerche senza Artva
Un dettaglio pesantissimo, sottolineato da chi è intervenuto, è la mancanza dell’Artva, l’apparecchio che permette di localizzare una persona sepolta da una valanga.
Stefano e la compagna non lo avevano.
E questo ha cambiato tutto.
Senza Artva, i soccorritori non possono affidarsi al segnale elettronico per trovare il punto esatto in cui è sepolta la vittima. Devono procedere “alla vecchia maniera”: sondando la neve, affidandosi all’esperienza, ai cani, alle tracce parziali che la valanga può aver lasciato.
Sul posto arrivano:
- le squadre del Soccorso Alpino della Val di Fassa e delle stazioni vicine,
- le unità cinofile da valanga,
- l’elicottero della Provincia di Trento,
- vigili del fuoco e altre forze di soccorso.
In tutto, una quindicina di persone al lavoro in quota, in un ambiente che resta comunque pericoloso, perché il pendio sopra di loro non smette di essere instabile solo perché è già scesa una valanga.
Le ricerche durano circa due ore. Un tempo infinito quando sai che sotto quella neve c’è qualcuno che sta lottando contro il freddo, l’assenza di ossigeno, l’ipotermia.
Quando finalmente lo individuano, Stefano è sepolto sotto la coltre bianca e in condizioni critiche.
Il volo al Santa Chiara e la notizia della morte
Una volta estratto, i sanitari iniziano subito le manovre di emergenza. Stefano è in forte ipotermia e in condizioni definite da subito gravissime.
Viene caricato sull’elicottero e trasferito in codice rosso all’ospedale Santa Chiara di Trento. Da lì in poi, le notizie arrivano frammentate:
- prima si parla di un 28enne in rianimazione,
- poi emergono i particolari sulla valanga e sulla lunga ricerca,
- infine arriva la conferma che Stefano non ce l’ha fatta.
La cronaca registra l’ennesima vittima di montagna. Ma dietro quella formula ci sono familiari, amici, una compagna che ha vissuto tutto in prima persona, squadre di soccorso che, pur facendo il massimo, si ritrovano comunque a dover constatare un decesso.
Non è solo una “notizia di montagna”: è una ferita che resta aperta per chi quella domenica era lì, o per chi si riconosce in quelle stesse abitudini – un paio di ciaspole, una gita, una traccia che sale verso un rifugio.
Una giornata nera per le valanghe sulle Dolomiti
Quella in cui è morto Stefano non è stata una giornata qualsiasi dal punto di vista nivologico.
Il bollettino valanghe indicava un grado di pericolo 3 – marcato. Un livello che, spesso, viene sottovalutato: non è “molto forte”, non è “estremo”, e molti escursionisti lo leggono come un “si può andare, basta un po’ di attenzione”.
In realtà il rischio “marcato” significa che:
- su molti pendii ripidi sono possibili distacchi anche provocati dal passaggio di una singola persona;
- sono richieste grande prudenza nella scelta dell’itinerario e una buona capacità di valutare il terreno;
- in alcuni punti è meglio rinunciare.
Nello stesso arco di ore in cui si consuma la tragedia sul Catinaccio, vengono registrati altri incidenti da valanga in area dolomitica e alpina, tra cui quello costato la vita a un 50enne in Alto Adige. Una sorta di “giornata nera”, che mette insieme neve instabile, voglia di uscire, sottovalutazione del rischio.
Ti sei mai chiesto quanto spesso, davanti a un bollettino non perfetto, la scelta reale sia tra “salire comunque” e “rimanere a casa”?
Il nodo della sicurezza: attrezzatura, scelte, rinunce
La storia di Stefano Crotti diventa – suo malgrado – anche un caso emblematico di sicurezza in montagna d’inverno.
Qui non parliamo di imprese estreme, di pareti nord, di spedizioni. Parliamo di una escursione con le ciaspole, un’attività che molti percepiscono come “soft”, quasi turistica. Proprio per questo, a volte:
- si parte senza consultare davvero il bollettino valanghe,
- si va in zone che, in estate, sono facili, ma d’inverno cambiano completamente volto,
- si sottovaluta l’importanza dell’Artva, della pala e della sonda, viste come strumenti “da esperti”.
E se ti dicessimo che la linea tra “escursione facile” e “situazione fuori controllo” può essere questione di pochi minuti, pochi metri, una scelta di itinerario?
In questa storia c’è tutto:
- un pendio in quota,
- un rischio dichiarato non basso,
- due escursionisti senza Artva,
- una valanga che scende,
- soccorsi che arrivano con ogni mezzo ma devono lavorare a lungo proprio perché manca il segnale di ricerca.
Non è un atto d’accusa verso le vittime, che restano tali. È però un promemoria forte, quasi brutale, rivolto a chiunque metta piede sulla neve: la montagna invernale non perdona leggerezze.
Un nome da ricordare, non solo una statistica
Alla fine, di Stefano Crotti ci resterà il nome in cronaca, l’età – 28 anni – e il luogo in cui ha perso la vita: la montagna, quella che probabilmente amava.
Non sappiamo dove vivesse, che lavoro facesse, che sogni avesse. Sappiamo però che la sua storia entra, volente o nolente, nel elenco di quelle che dovrebbero farci fermare un attimo prima di chiudere lo zaino e uscire di casa.
La prossima volta che guarderai un pendio innevato chiedendoti “si può fare o no?”, magari ti tornerà in mente questa valanga sotto il Vajolet. E forse quella voce interiore che ti invita alla prudenza diventerà un po’ più forte.
FAQ su Stefano Crotti e la valanga sul Catinaccio
Chi era Stefano Crotti?
Stefano Crotti era un giovane di 28 anni che si trovava in Val di Fassa per una escursione con le ciaspole sul Catinaccio. Al momento non sono stati diffusi dettagli pubblici su residenza, lavoro o altri aspetti della sua vita privata.
Dove è avvenuta la valanga in cui è morto?
La valanga è avvenuta nella zona del Catinaccio, tra il rifugio Vajolet e il Passo Vajolet / Passo Principe, in Val di Fassa, in Trentino.
Stefano Crotti aveva l’Artva?
No. Né Stefano né la sua compagna risultano dotati di Artva, l’apparecchio elettronico che consente di essere localizzati in caso di seppellimento da valanga. Questa assenza ha reso le operazioni di ricerca molto più lunghe e difficili.
Quanto sono durate le ricerche sotto la valanga?
Le ricerche sono durate circa due ore prima che i soccorritori riuscissero a individuare e disseppellire Stefano dalla neve.
Com’era il rischio valanghe quel giorno sul Catinaccio?
Secondo il bollettino valanghe, il grado di pericolo era 3 – marcato, una situazione in cui sono possibili distacchi anche al passaggio di singole persone, soprattutto su pendii ripidi. In condizioni simili è fondamentale valutare bene gli itinerari, l’orario e l’attrezzatura, e non escludere la possibilità di rinunciare.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






