Fino a poco tempo fa, “Guido Oppido” era un nome che girava quasi solo nei corridoi degli ospedali, nelle aule dei congressi, sulle pubblicazioni scientifiche. Un cardiochirurgo pediatrico, un primario, uno di quelli che passano più tempo in sala operatoria che davanti alle telecamere.
Poi è arrivata la storia di Domenico, due anni e mezzo, il trapianto di cuore che non ha mai funzionato davvero, le parole “cuore bruciato” finite nei titoli. E quel nome, di colpo, è diventato pubblico.
Ma chi è, davvero, il medico che si è trovato al centro di questa vicenda?
Origini, studi, primi passi
Guido Oppido è un medico di lungo corso, classe intorno alla metà degli anni Sessanta, origini calabresi e formazione “classica” da chirurgo italiano: tanta università, tanta corsia, pochissime scorciatoie.
Dopo la laurea in Medicina e Chirurgia con il massimo dei voti, sceglie la strada più complicata e più esposta: la cardiochirurgia. Non si ferma al cuore degli adulti, ma imbocca la via stretta della cardiochirurgia pediatrica, quella dei neonati di pochi chili, dei bambini nati con difetti complessi, degli interventi in cui non c’è margine per l’errore.
Per anni lavora in un grande policlinico del Nord, in un centro considerato di riferimento per le cardiopatie congenite. Lì accumula esperienza su:
- malformazioni cardiache complesse,
- correzioni in età neonatale,
- uso della circolazione extracorporea e dei supporti meccanici in bambini piccolissimi.
Poi arriva la chiamata di Napoli: entra all’ospedale Monaldi e diventa direttore della cardiochirurgia pediatrica e delle cardiopatie congenite. Un reparto che, nel bene e nel male, è l’ultima spiaggia per tanti bambini campani e non solo.
Le cifre che circolano parlano di migliaia di interventi eseguiti in carriera. Chi lo conosce professionalmente lo descrive come uno che in sala “ci sa fare”, con molta esperienza sulle spalle e un curriculum di tutto rispetto.
Il primario “duro” in sala operatoria
C’è un tratto che torna spesso nei racconti su di lui: il carattere.
In sala operatoria, Oppido viene dipinto come un primario dai modi decisi, poco incline ai giri di parole, molto esigente con se stesso e con gli altri. Un capo che non fa sconti, soprattutto nei momenti in cui ci si gioca la vita di un bambino.
Per qualcuno è il profilo tipico dei grandi chirurghi: freddi all’apparenza, concentrati sul gesto tecnico, pronti a prendersi decisioni che altri non reggerebbero. Per altri, questo stile può aver generato tensioni, chiusure, difficoltà di comunicazione all’interno dell’équipe.
La verità, probabilmente, sta in mezzo: reparti così complessi vivono sempre su un equilibrio delicato tra personalità forti, disciplina ferrea e lavoro di squadra. E quando qualcosa va storto, quel clima interno viene improvvisamente messo sotto lente.
La storia di Domenico: il cuore da Bolzano e quella sala operatoria
Arriviamo al 23 dicembre 2025, antivigilia di Natale.
Domenico, due anni e mezzo, è ricoverato al Monaldi. Ha una cardiomiopatia grave, il suo cuore è grande, stanco, non ce la fa più. È in lista per un trapianto.
La telefonata che tutti aspettavano arriva: c’è un donatore compatibile, lontano, al Nord. Parte l’équipe per il prelievo, si organizza il trasporto dell’organo, si prepara la sala operatoria a Napoli. È una corsa contro il tempo, come sempre nei trapianti.
Qui entra in gioco un dettaglio che cambierà tutto: il cuore destinato a Domenico, durante il confezionamento per il trasporto, viene a contatto con ghiaccio secco, non con il solito ghiaccio d’acqua. Temperature molto più basse, materiali diversi, condizioni limite.
Il cuore arriva al Monaldi. Viene dichiarato utilizzabile. Domenico entra in sala. Viene addormentato, collegato alle macchine, aperto il torace.
Oppido guida l’intervento.
A un certo punto, il passo decisivo: l’espianto del cuore malato. Una volta rimosso quel cuore, non si torna più indietro. Il bambino è completamente affidato alla circolazione extracorporea e alla speranza che l’organo nuovo funzioni.
Quando si apre il contenitore con il cuore del donatore, però, la scena che viene descritta nelle relazioni interne è impressionante: l’organo è inglobato in un blocco di ghiaccio, con segni evidenti di un raffreddamento eccessivo. “Cuore bruciato”, dirà qualcuno, usando un’immagine forte ma efficace.
L’équipe prova comunque a impiantarlo. Si tenta di farlo ripartire, si regolano farmaci, flussi, parametri. Ma il cuore non funziona come dovrebbe.
Due mesi di limbo e poi la morte
Da quel momento in poi, la vita di Domenico pende dal filo di una macchina.
I medici lo collegano a un supporto extracorporeo che sostituisce, in parte, il lavoro di cuore e polmoni. È una sorta di “tempo supplementare” tecnologico, in attesa di un miracolo che non arriverà.
Passano i giorni, passano le settimane. Il suo corpo resta attaccato a tubi, monitor, pompe. Non c’è un vero recupero della funzione cardiaca. Viene perfino valutata la possibilità di un secondo trapianto, ma la situazione clinica è ormai considerata troppo compromessa.
Il 21 febbraio 2026, dopo quasi due mesi di agonia, Domenico muore.
L’indagine: catena di errori o colpa individuale?
A quel punto la domanda è una soltanto: cosa non ha funzionato?
È stata “solo” sfortuna? Un errore umano? Una serie di leggerezze a catena? Un sistema che non ha retto?
La Procura apre un fascicolo e, passo dopo passo, ricostruisce:
- chi ha prelevato il cuore,
- come è stato confezionato e trasportato,
- chi ha valutato l’idoneità all’impianto,
- quando esattamente è stato tolto il cuore malato di Domenico,
- che margine di scelta ci fosse ancora, in sala, quando il danno all’organo è stato davvero evidente.
Guido Oppido viene iscritto nel registro degli indagati insieme ad altri sanitari. L’accusa ipotizzata è quella di omicidio colposo.
È un passaggio tecnico, ma pesante: significa che, secondo chi indaga, è ipotizzabile un profilo di responsabilità, anche se non c’è ancora nessuna condanna, né una verità giudiziaria definita.
Vengono sequestrate cartelle cliniche, relazioni interne, telefoni. Le chat tra medici e operatori, nelle ore e nei giorni della tragedia, finiscono sotto la lente degli investigatori. È lì che si cerca di capire se ci sia stato un errore individuale clamoroso o una somma di errori di sistema.
La famiglia da una parte, la difesa dall’altra
In mezzo, tra le carte e i codici, ci sono due voci che non si conciliano.
Da una parte, la madre di Domenico.
Per lei, il figlio è entrato in sala con un cuore malato ma vivo, ed è uscito senza un cuore funzionante, appeso alle macchine. La sua domanda è semplice e brutale: “Perché avete deciso di andare avanti? Chi ha scelto di usare quel cuore?”. Il suo avvocato spinge perché non si parli solo di incidente, ma di responsabilità consapevole.
Dall’altra parte, la difesa di Oppido.
I legali del primario raccontano il punto di vista opposto: una volta tolto il cuore di Domenico, fermarsi non sarebbe stato possibile. In quella condizione, dicono, l’unica cosa che restava da fare era tentare, in ogni modo, di usare l’organo a disposizione, anche se in condizioni difficilissime. E da quel momento in poi – aggiungono – sarebbero stati messi in campo tutti i mezzi per tenerlo in vita il più possibile.
Due narrazioni che, almeno per ora, viaggiano in parallelo.
Il reparto e le domande che restano
Il caso Domenico, però, non riguarda solo una persona.
Ha aperto una crepa anche sull’immagine del reparto, e in generale sul modo in cui vengono gestiti i trapianti più delicati.
Dalle verifiche interne emergono punti critici:
- procedure non sempre cristalline,
- passaggi affidati più all’abitudine che a protocolli scritti,
- una catena di decisioni in cui non è sempre chiaro chi ha l’ultima parola.
È qui che molti collocano il cuore del problema: in un sistema che dovrebbe avere “difese” a più livelli – tecniche, organizzative, comunicative – e che invece, quella notte, sembra essersi rotto in più punti.
Guido Oppido, come primario, si trova al centro di questa rete di responsabilità. Non solo come chirurgo che ha materialmente operato, ma come figura apicale di un reparto di eccellenza che oggi deve spiegare perché la macchina non ha funzionato.
E adesso?
Cosa succederà, ora, al destino giudiziario e professionale di Guido Oppido?
Le prossime tappe sono quelle classiche in una vicenda come questa:
- l’autopsia e l’analisi dell’organo trapiantato,
- lo studio dei tracciati della circolazione extracorporea e di tutti i parametri intraoperatori,
- le valutazioni dei periti su cosa si sarebbe potuto fare diversamente in ogni fase.
Solo alla fine di questo percorso si capirà se la posizione di Oppido verrà alleggerita, confermata o aggravata, e quanto la sua firma peserà sulle conclusioni dell’inchiesta.
Nel frattempo resta questo: il ritratto di un cardiochirurgo di altissimo profilo tecnico, abituato a decidere nel giro di pochi secondi su vite fragili, finito dentro una storia in cui, a perdere la vita, è stato un bambino di due anni e mezzo. E un paese intero che si chiede se quella morte poteva essere evitata.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






