Chi è Alfonso Caliendo, papà del piccolo Domenico dal “cuore bruciato” morto al Monaldi

Serena Comito

Chi è Alfonso Caliendo, papà del piccolo Domenico dal “cuore bruciato” morto al Monaldi

Per settimane lo abbiamo visto quasi sempre sullo sfondo, accanto alla compagna Patrizia Mercolino, mentre le telecamere cercavano il volto di una madre distrutta. Ma dietro la tragedia del piccolo Domenico, il bimbo di due anni trapiantato con un cuore “bruciato” all’ospedale Monaldi di Napoli e morto dopo un calvario di quasi due mesi, c’è anche la figura silenziosa del padre, Alfonso Caliendo.

Il suo nome è iniziato a circolare solo negli ultimi giorni, quando le sue parole – rotte dal pianto – sono state mandate in onda nei programmi televisivi e riprese dai siti di cronaca. Un padre che si definisce meno forte del figlio, e che oggi si ritrova a fare i conti con l’assenza improvvisa di quel bambino che lo salutava ogni mattina con un semplice “ciao papà”.

Origini e famiglia di Alfonso Caliendo

La famiglia di Domenico vive a Nola, in provincia di Napoli. La mamma, Patrizia Mercolino, è originaria di Buscate, nel Milanese: si è trasferita in Campania e qui ha conosciuto Alfonso, con cui ha costruito una nuova vita e una famiglia allargata.

In casa non c’era solo Domenico: ci sono anche due figli più grandi, un maschio e una femmina, che in questi mesi hanno visto la loro quotidianità stravolta da ospedali, fiaccolate, telecamere e preghiere. Alfonso è rimasto a lungo “dietro le quinte”, spesso a casa con loro, mentre Patrizia passava ore e ore in corsia al Monaldi.

Alcune ricostruzioni televisive collocano le radici della coppia anche a Taurano, piccolo paese dell’Irpinia da cui la famiglia sarebbe partita prima di spostarsi a Nola: segno di legami forti con più territori e comunità che, nelle ultime settimane, si sono stretti attorno ai genitori di Domenico con fiaccolate e momenti di preghiera.

La vita prima del trapianto: il rapporto tra Alfonso e Domenico

Prima del 23 dicembre, prima di quel trapianto che avrebbe dovuto salvargli la vita, Domenico era un bambino piccolo ma pieno di energia. In più di un’intervista, Alfonso ha ricordato la routine di quelle mattine “normali”: lui che si alza per andare a lavorare, il bambino che si sveglia, lo guarda e lo saluta. Un gesto semplice, quotidiano, che il padre descrive come la cosa che oggi gli manca di più.

Non parla come un personaggio pubblico, ma come un padre qualunque: racconta i giochi con suo figlio, il sorriso, la leggerezza di quei momenti prima che tutto cambiasse. L’ultima scena che ricostruisce è quella dell’ospedale: Domenico che gioca nel corridoio, poi viene portato via per l’intervento. Da quel momento, Alfonso ammette di non averlo più rivisto sveglio.

Il viaggio quotidiano da Nola al Monaldi

Dopo il trapianto, la vita della famiglia si è spezzata in due: da una parte la casa a Nola con gli altri figli, dall’altra il reparto di terapia intensiva del Monaldi, dove Domenico è rimasto sedato e attaccato ai macchinari.

Per settimane, Alfonso e Patrizia hanno affrontato un pellegrinaggio quotidiano: un percorso di chilometri tra Nola e Napoli, più volte al giorno, per restare accanto al bambino, parlare con i medici, ascoltare bollettini sempre più pesanti. Alcune ricostruzioni parlano proprio di questo tragitto ripetuto, descritto come una prova fisica ed emotiva che si è aggiunta al dolore.

Mentre la madre diventava il volto pubblico della battaglia, con appelli in tv, interviste e richieste di aiuto rivolte alle istituzioni, Alfonso continuava a muoversi tra ospedale e casa, cercando di tenere in piedi ciò che restava della normalità per i due figli più grandi.

Le parole del padre: “Domenico è più forte di me”

Quando finalmente ha accettato di parlare davanti alle telecamere, la voce di Alfonso Caliendo ha colpito per la sua fragilità. Non ci sono frasi costruite, non c’è retorica: c’è un uomo che dice apertamente che il figlio è più forte di lui, che gli manca il sorriso del bambino, che gli mancano i giochi, persino quel “ciao papà” di ogni mattina.

In una delle interviste più riprese, realizzata all’interno del programma televisivo “Dentro la notizia”, Alfonso racconta l’ultima volta che ha visto Domenico vigile: lo stava accompagnando in ospedale, si giocava nel corridoio, poi il piccolo ha iniziato a piangere quando i medici lo hanno portato via. Da quel momento, il padre lo ha rivisto solo in un letto di terapia intensiva, sedato.

Queste parole sono diventate, loro malgrado, una delle immagini simbolo di questa vicenda: non solo l’errore medico, non solo il “cuore bruciato”, ma una famiglia normale travolta da una catena di decisioni e responsabilità su cui ora indaga la magistratura.

La fiaccolata di Nola e il sostegno della comunità

Quando i medici hanno spiegato che un nuovo trapianto non era più possibile e che l’unica strada rimasta era la terapia del dolore, Nola si è fermata. Sotto una pioggia fitta, centinaia di persone si sono riunite in Duomo per pregare per Domenico: in prima fila, seduti uno accanto all’altra, c’erano Patrizia Mercolino e Alfonso Caliendo, con i volti stravolti dalla stanchezza e dal dolore.

Striscioni, palloncini a forma di cuore, candele accese: tutta la città ha provato a stringersi attorno a quella famiglia, nel tentativo di reggere insieme un peso che da soli sarebbe insopportabile. Per molti, da quel momento, il papà di Domenico non è più solo un nome in un articolo, ma il simbolo di un padre che subisce in silenzio, mentre il mondo discute di protocolli, box per il trasporto degli organi, ghiaccio secco e responsabilità sanitarie.

La morte di Domenico e la richiesta di verità

Il 21 febbraio 2026 il calvario del piccolo Domenico si è concluso. Le cronache parlano di un arresto cardiaco all’alba, del cardinale Battaglia chiamato per impartire l’estrema unzione, e dei genitori convocati in ospedale per l’ultimo saluto. Poco dopo, l’ospedale Monaldi ha confermato ufficialmente la morte del bambino.

Per Alfonso, come per Patrizia, il dolore personale si intreccia con un’altra battaglia: capire come sia stato possibile che un cuore pediatrico, arrivato fino a Napoli per salvare la vita del figlio, sia stato definito “bruciato” a causa del trasporto sbagliato, con l’uso di ghiaccio secco al posto del ghiaccio tradizionale e di un box non idoneo.

La famiglia ha incaricato avvocati e consulenti di seguire l’inchiesta: tra le carte, oltre al dolore, ci sono anche le parole dei genitori e il loro rifiuto di qualsiasi accanimento terapeutico, in favore di un fine vita dignitoso per il figlio. Per Alfonso, oggi, la verità su quello che è accaduto non è solo una questione giudiziaria: è l’unico modo per dare un senso a una perdita che, altrimenti, resterebbe solo assurda.

Domande frequenti sul papà del piccolo Domenico

Come si chiama il papà del piccolo Domenico dal “cuore bruciato”?
Nelle ricostruzioni principali viene indicato come Alfonso Caliendo, compagno di Patrizia Mercolino e padre di tre figli, tra cui il piccolo Domenico.

Dove vive la famiglia di Domenico?
La famiglia vive a Nola, in provincia di Napoli. La mamma è originaria di Buscate (Milano), ma si è trasferita in Campania e ha costruito lì la propria famiglia con Alfonso.

Quanti figli hanno Alfonso Caliendo e Patrizia Mercolino?
Le cronache parlano di tre figli: Domenico, il bimbo di due anni morto dopo il trapianto di cuore “bruciato”, e due figli più grandi, un maschio e una femmina, rimasti a casa con il padre durante i giorni più duri del ricovero.

Che lavoro fa Alfonso Caliendo?
I giornali che hanno raccontato la vicenda si sono concentrati quasi esclusivamente sul suo ruolo di padre. Viene descritto come un uomo che si alza la mattina per andare a lavorare e che ha dovuto conciliare il lavoro con i viaggi continui verso l’ospedale, ma non ci sono dettagli pubblici affidabili sulla sua professione e non è corretto attribuirgli incarichi o ruoli specifici senza conferme.

Alfonso/“Antonio” Caliendo è la stessa persona di altri noti Caliendo (agenti sportivi, politici)?
No. Al momento non ci sono elementi che colleghino il papà di Domenico a figure pubbliche omonime. In questa vicenda, il cognome Caliendo appartiene semplicemente a una famiglia di Nola che ha perso un figlio di due anni dopo un trapianto fallito e chiede giustizia e verità