Cagliari – Chi ha vissuto la stagione rock cagliaritana degli anni Ottanta il suo nome lo conosce a memoria. E non solo il nome: la voce, l’energia sul palco, quel modo di stare in scena che trasformava un concerto in qualcosa di più.
Oggi quella voce si è spenta. Massimo Antonucci, 65 anni, insegnante e storico frontman dei Physique du Rôle, è morto, lasciando un vuoto pesante nel mondo della musica sarda e in chi quella stagione l’ha vista nascere dal basso, tra cantine, locali fumosi e impianti montati alla buona.
La scena cagliaritana e un gruppo fuori dagli schemi
Per capire chi fosse Massimo Antonucci bisogna tornare indietro, quando la new wave sbarcava anche sull’isola e Cagliari provava a tenere il passo con quello che succedeva a Londra, Manchester, Firenze.
I Physique du Rôle nascono proprio lì, nel cuore di quella stagione: una band che guarda al post-punk e alla wave, ma con un approccio tutto suo. Sul palco non c’era solo il suono, c’era una vera e propria messa in scena. Azioni teatrali, gesti studiati e improvvisazioni, un continuo mescolare musica, movimento, corpo. In prima linea, a tenere insieme tutto, c’era lui: Massimo, microfono in mano, presenza forte e magnetica, capace di reggere lo sguardo del pubblico e di trascinarlo.
I concerti passano di bocca in bocca. Prima i locali dell’isola, poi i palchi più importanti, fino al salto che molti ricordano ancora oggi: nel 1984 la band arriva a suonare al Rolling Stone di Milano, luogo simbolo del rock italiano dell’epoca. Per una formazione nata in Sardegna, era quasi un segnale: quella scena esisteva davvero, non era solo un giro di amici.
Dall’onda new wave alle aule di scuola
Accanto alla musica c’era il lavoro, quello quotidiano.
Massimo Antonucci insegna al liceo “Motzo” di Quartu, porta la sua esperienza tra i banchi, incontra generazioni di ragazzi che magari dei Physique du Rôle non hanno mai sentito parlare, ma si ritrovano davanti un professore con un passato da frontman e un presente fatto di libri, programmi, verifiche.
Sono due mondi che apparentemente non c’entrano niente: la notte dei club e il giorno delle interrogazioni. In realtà, chi lo ha conosciuto racconta di un filo comune: la stessa attenzione per le parole, per il ritmo, per quello che arriva a chi ti sta davanti, sia un pubblico sotto un palco o una classe seduta a fissare la cattedra.
Lo scioglimento, il ritorno e la memoria che non si è mai spenta
A metà anni Ottanta, come spesso succede a quei progetti nati con la furia dell’urgenza, i Physique du Rôle si sciolgono. I componenti prendono strade diverse, la vita si allarga, arrivano altri lavori, altre città, altre priorità.
Ma quella parentesi non viene mai davvero archiviata. Restano cassette, fotografie, storie raccontate a cena, qualche vinile gelosamente custodito. E restano soprattutto i ricordi di una generazione che ha visto in quella band la prova che anche in Sardegna si poteva fare musica “altra”, senza per forza inseguire il modello del cantautorato o della balera.
Qualche anno fa succede quello che molti speravano da tempo: il gruppo si rimette in moto. I Physique du Rôle si ricostituiscono, rimettono mano ai pezzi storici, lavorano a materiale nuovo. Non è una nostalgia di maniera, non è solo il “suoniamo i vecchi pezzi e via”: è un tentativo sincero di riprendere quel discorso e portarlo nel presente, con le rughe e l’esperienza che nel frattempo sono arrivate.
Physique du Rôle e “the missing boys”
Il ritorno dei Physique du Rôle non passa inosservato, soprattutto perché in quegli stessi anni cresce l’interesse verso quella stagione new wave sarda che per molto tempo è rimasta ai margini dei racconti ufficiali.
Nel docufilm “The Missing Boys”, firmato da Davide Catinari, la loro musica entra a pieno titolo nella colonna sonora. Alcuni brani della band vengono scelti per raccontare, anche solo per frammenti, cosa significasse salire su un palco in Sardegna negli anni a cavallo tra Settanta e Ottanta, con strumenti spesso presi in prestito e una voglia quasi ostinata di fare qualcosa di diverso.
È un modo, questo, per fissare su pellicola una storia che rischiava di restare solo nei ricordi di chi c’era. E dentro quella storia, ancora una volta, c’è la voce di Massimo Antonucci che torna a farsi sentire oltre i confini dell’isola, riportata al pubblico da un film che rimette in fila nomi, suoni, facce.
Un lutto che tocca due mondi
La notizia della sua morte arriva come un colpo secco. Un lutto improvviso, dicono. Niente cronaca di pronto soccorso, nessun elenco di dettagli medici: solo la constatazione che Massimo non c’è più e che il rock sardo perde uno dei suoi volti più riconoscibili.
A piangerlo non è solo chi lo ha visto sul palco in gioventù, ma anche chi negli ultimi anni lo ha ritrovato nei concerti della reunion, negli articoli dedicati alla scena new wave, nelle proiezioni di “The Missing Boys”. E poi c’è il mondo della scuola: colleghi, studenti, ex alunni che sui social lasciano messaggi discreti, ricordi di lezioni, frasi annotate sul diario, impressioni di un professore diverso dagli altri.
Due piani che si sovrappongono: la figura pubblica del musicista e quella quotidiana dell’insegnante. In mezzo, la sensazione comune di aver perso qualcuno che, a suo modo, ha inciso.
Cosa resta dopo Massimo Antonucci
Quando muore una persona legata così profondamente a una scena locale, la domanda che resta nell’aria è sempre la stessa: che cosa rimane, oltre ai necrologi e agli articoli di questi giorni?
Nel caso di Massimo Antonucci resta innanzitutto la memoria di una stagione in cui la musica non era solo intrattenimento, ma un modo per spostare un po’ più in là i confini di un’isola spesso raccontata come chiusa e periferica. Resta la testimonianza che anche da Cagliari si poteva guardare al mondo con suoni scuri, tastiere, chitarre nervose e testi che non avevano paura di sporcarsi.
Restano le tracce audio, le immagini d’archivio, le sequenze di un docufilm che ha rimesso al centro chi in quegli anni c’era davvero. E restano le persone che lo hanno incrociato nelle aule del liceo, ai concerti, dietro le quinte, nelle prove.
Il resto, da oggi in poi, sarà compito di chi raccoglierà quel lascito: tenere viva la memoria dei Physique du Rôle, riscoprire i gruppi di quella ondata new wave sarda, far conoscere anche a chi è nato dopo cosa c’era prima dei social e delle playlist algoritmiche.
Massimo Antonucci non salirà più su un palco, ma l’eco di quello che ha fatto continua a circolare, tra un vecchio nastro recuperato da un cassetto e una proiezione in sala. Ed è forse lì, in quel passaggio di mano in mano, che continuerà a vivere.
Domande frequenti sulla morte di Massimo Antonucci
Chi era Massimo Antonucci?
Era un musicista e insegnante sardo, 65 anni, storico frontman dei Physique du Rôle, band simbolo della scena new wave e rock cagliaritana degli anni Ottanta, oltre che docente al liceo “Motzo” di Quartu.
Di quale band faceva parte?
È stato per anni il cantante dei Physique du Rôle, gruppo che univa suono new wave e performance teatrali, molto attivo nei primi anni Ottanta sui palchi di Cagliari, della Sardegna e, in alcune occasioni, anche della penisola.
Perché è considerato importante per il rock sardo?
Perché con i Physique du Rôle ha contribuito a costruire una scena alternativa, sperimentale, che ha portato in Sardegna le atmosfere post-punk e new wave in un periodo in cui il rock isolano cercava nuove strade. La band è diventata un riferimento per chi oggi studia o riscopre quella stagione.
Cosa c’entra con il docufilm “The Missing Boys”?
Alcuni brani dei Physique du Rôle sono stati inseriti nella colonna sonora di “The Missing Boys”, documentario di Davide Catinari sulla scena new wave sarda. In questo modo la musica della band e la voce di Antonucci sono tornate anche al pubblico più giovane.
Sono state rese note le cause della morte?
No, al momento si parla solo di lutto improvviso. Le notizie diffuse finora si concentrano soprattutto sul suo percorso artistico e sul ricordo umano e professionale, senza entrare nei dettagli clinici della scomparsa.
“Head Staff”, giornalista pubblicista laureata in letteratura, amo scrivere e apprendere costantemente cose nuove. Trovo che il mestiere del giornalista sia uno dei più affascinanti che esistano. Ti consente di apprendere, di conoscere il mondo, farti conoscere e di entrare in simbiosi con il lettore






