Quinta Giornata Europea contro le Molestie: cosa succede oggi 19 febbraio a Roma

Daniela Devecchi

Quinta Giornata Europea contro le Molestie: cosa succede oggi 19 febbraio a Roma

A Roma, oggi 19 febbraio 2026, la parola molestie non resta chiusa in un convegno per addetti ai lavori. Esce in piazza, entra nelle aule, nello sport, nelle storie delle persone. La quinta Giornata Europea contro le Molestie sceglie la capitale come luogo simbolico per fare una cosa semplice ma non scontata: fermarsi, guardare in faccia ciò che spesso viene minimizzato, taciuto, spostato di lato.

Non si parla solo di casi estremi. Si parla di frasi, gesti, silenzi, abusi di potere. Tutto quello che, messo insieme, crea ambienti in cui qualcuno non si sente più al sicuro.

Da un’idea nata nello sport a un appuntamento europeo

Questa giornata non nasce in un ministero, ma da un pezzo preciso del mondo sportivo. Nel 2021 la Federazione Italiana Sport Equestri decide di mettere nero su bianco un impegno: affrontare il tema di molestie, abusi, violenze e discriminazioni nei luoghi dove si pratica sport, partendo dai maneggi e allargando lo sguardo.

L’intuizione è: se si lavora seriamente su prevenzione e tutela in questi contesti – dove il rapporto di fiducia tra adulto e ragazzo è fortissimo, e il corpo è al centro – allora quel modello può essere esteso altrove.

Col tempo la data si fissa nel calendario europeo, il 25 febbraio, e l’iniziativa cresce. Alla fine la formula è chiara: non una ricorrenza da ricordare distrattamente, ma un pretesto per fare rete tra sport, scuola, istituzioni, associazioni.

Roma, 19 febbraio: lo spazio dove ci si guarda negli occhi

Il momento centrale di quest’anno si tiene oggi, nello Spazio Europa “David Sassoli”, a due passi da Piazza Venezia. Non è casuale: è un luogo che mette insieme simbolicamente Roma e Bruxelles, Italia ed Europa.

In sala siedono:

  • rappresentanti delle istituzioni,
  • mondi sportivi diversi,
  • chi lavora ogni giorno con bambini, adolescenti, famiglie,
  • chi studia il tema dal punto di vista psicologico, giuridico, educativo.

Il programma mescola interventi “alti” e testimonianze molto concrete. Si parla di spogliatoi, chat, campi da gioco, scuole, ambienti di lavoro. Di episodi che non finiscono sui giornali ma che segnano le persone per anni.

L’impressione è quella di un tavolo in cui ognuno porta un pezzo: chi porta dati, chi porta storie, chi porta strumenti. Nessuno, da solo, ha la soluzione.

Sport come specchio: dove le gerarchie pesano di più

Lo sport resta il punto di partenza. Non solo quello di vertice, ma quello quotidiano: società di base, corsi, palestre, associazioni.

Qui le dinamiche sono chiare:

  • c’è chi guida e chi segue,
  • c’è chi decide tempi, ruoli, livelli,
  • c’è un contesto in cui il corpo viene valutato, corretto, spinto.

È proprio in questi spazi che una parola fuori posto, una mano di troppo, una pressione che va oltre il “fai meglio” può diventare un confine superato. La Giornata prova a dire, con calma ma con fermezza, che non basta ripetere lo slogan “lo sport è sano” se non ci si occupa di come viene esercitato il potere all’interno di questi ambienti.

Da qui lo spostamento naturale verso scuole, oratori, centri giovanili, luoghi di lavoro: ovunque ci sia una posizione di forza e qualcuno in posizione fragile, il tema delle molestie è potenzialmente presente.

Chi tiene insieme i fili

La FISE resta il motore organizzativo, ma oggi la regia è più affollata. A sostegno della Giornata ci sono soggetti europei e nazionali, il mondo dello sport organizzato, realtà che si occupano di diritti dei minori, osservatori su bullismo e disagio giovanile.

Accanto alle sigle c’è una figura scelta come ambasciatrice, volto riconoscibile che prova a tradurre il linguaggio tecnico in parole semplici. Nel suo intervento finale il filo resta sempre lo stesso: le vittime non devono essere lasciate sole, e la responsabilità di creare ambienti sicuri ricade sugli adulti, sulle istituzioni, sulle organizzazioni. Non su chi subisce.

Blue Box e piccoli gesti concreti

Il rischio, con queste giornate, è che restino chiuse in una cartellina di atti ufficiali. Per evitarlo, la quinta edizione prova a legare il messaggio a cose molto pratiche.

Una di queste è il progetto “Blue Box”. L’idea è quasi disarmante nella sua semplicità: usare le cabine fototessera come punto di accesso a informazioni e contatti utili per chi è in difficoltà. All’interno, una persona giovane può trovare riferimenti chiari a servizi di ascolto e aiuto, numeri specifici, indicazioni su come chiedere supporto se vive situazioni di molestia, bullismo, cyberbullismo.

Non è la soluzione a tutto, ovviamente. Ma è un modo per portare il tema fuori dalle conferenze e dentro luoghi di passaggio quotidiano.

Accanto a questo, c’è anche un annullo filatelico dedicato: un segno simbolico che fa entrare la Giornata nel flusso delle cose di tutti i giorni, sulle buste, sui timbri, sugli oggetti che circolano.

Bullismo, rete, confini che si spostano

Nel dibattito di oggi torna spesso una parola: continuità. Molestie, bullismo, cyberbullismo non sono mondi separati. Sono forme diverse dello stesso problema: l’uso distorto del potere, del gruppo, della forza (fisica o simbolica) contro qualcuno percepito come più vulnerabile.

Gli osservatori che lavorano da anni nelle scuole portano dati e storie: ragazzi presi di mira in classe, chat che diventano luoghi di umiliazione, video che girano senza controllo.

La Giornata prova a tenere insieme questi piani, ricordando che:

  • ciò che succede online non è meno reale,
  • ciò che accade in un campo sportivo non finisce al fischio finale,
  • ciò che viene liquidato come “esagerazione” spesso è la punta visibile di qualcosa di molto più profondo.

Una rete che guarda oltre il 19 febbraio

Cinque edizioni dopo l’avvio, la Giornata Europea contro le Molestie è diventata un appuntamento che torna ogni anno ma che, nelle intenzioni di chi la promuove, non dovrebbe restare confinato a una data.

La sfida vera comincia quando luci, foto e panel si spengono:

  • verificare se nelle società sportive vengono davvero adottati protocolli di tutela,
  • capire se le scuole traducono le parole in percorsi concreti,
  • vedere se le istituzioni mettono risorse su formazione, supporto, centri d’ascolto.

Il 19 febbraio, allora, funziona un po’ da sveglia collettiva. Ricorda che le molestie non sono un incidente di percorso, ma un problema strutturale. E che cambiare gli ambienti – sportivi, scolastici, lavorativi, digitali – è un lavoro lento, fatto di scelte piccole e coerenti.

Oggi Roma dà voce a tutto questo. Domani, perché abbia senso, dovranno essere i luoghi di tutti i giorni a continuare il discorso.