Chi era José van Dam, il basso-baritono belga morto a 85 anni: gli inizi, film, riconoscimenti, i grandi ruoli

Daniela Devecchi

Chi era José van Dam, il basso-baritono belga morto a 85 anni

Non sono molti i cantanti che, anche a distanza di anni, bastano pochi secondi di ascolto per riconoscerli. Con José van Dam succedeva questo: una voce scura, rotonda, nitida nelle parole, capace di farsi autorevole senza mai diventare pesante.

Nato a Bruxelles nel 1940, è morto il 17 febbraio 2026, a 85 anni. La notizia è stata resa pubblica dalla Queen Elisabeth Music Chapel, la casa musicale in cui negli ultimi decenni aveva scelto di restare vicino ai giovani cantanti. Un cerchio che si chiude dentro lo stesso Paese in cui tutto era cominciato.

Gli inizi: Bruxelles, il Conservatorio e una carriera che parte in fretta

Van Dam entra giovanissimo al Conservatorio Reale di Bruxelles: ha 17 anni, studia con Frédéric Anspach e nel giro di poco ottiene primi premi in canto e interpretazione. Un percorso quasi lampo, ma dietro c’è già una disciplina che rimarrà per tutta la vita.

Subito dopo arrivano i primi impegni in teatro. All’inizio degli anni Sessanta debutta in ruoli come Don Basilio nel Barbiere di Siviglia e Escamillo nella Carmen di Bizet. Nel 1964 vince il Concorso di Ginevra, passaggio chiave che gli apre davvero le porte dell’estero.

Lo nota Lorin Maazel, che lo vuole per registrare Ravel e lo porta alla Deutsche Oper di Berlino. È un punto di svolta: da lì in avanti Berlino diventa uno dei suoi centri di gravità professionali.

I grandi ruoli e i teatri del mondo

Tra anni Settanta canta alla Scala, al Metropolitan di New York, alla Royal Opera House di Londra, alla Wiener Staatsoper, a Parigi, a Bruxelles, nei festival di Salisburgo e Aix-en-Provence. Non è un cantante “di nicchia”: il suo repertorio è largo, ma sempre scelto con cura.

Ci sono ruoli che, più di altri, restano legati alla sua voce:

  • in Mozart: Figaro, Leporello, Don Giovanni, un Sarastro dal fraseggio limpido e mai enfatico
  • in Verdi: Filippo II, Falstaff, Simon Boccanegra, parti dove la linea vocale deve convivere con un peso psicologico forte
  • in Wagner: l’Olandese volante, Hans Sachs, Amfortas, figure complesse che richiedono resistenza, ma anche una grande capacità di tenere insieme parola e orchestra
  • nel repertorio francese e novecentesco: Golaud in Pelléas et Mélisande, Méphistophélès, *Don Quichotte, *Wozzeck, fino a *Saint François d’Assise di Messiaen. Non era il cantante delle grandi smorfie, ma quello che ti portava dentro la storia con una frase ben detta, con un colore improvvisamente più scuro, con una pausa.

Il volto sullo schermo: Don Giovanni e Il maestro di musica

Van Dam ha avuto anche una piccola ma significativa parentesi nel cinema legato all’opera.

Nel film-opera Don Giovanni diretto da Joseph Losey, uscito alla fine degli anni Settanta, interpreta Leporello. Per molti spettatori, soprattutto fuori dall’ambiente dei teatri, quella è stata la prima occasione per vedere il suo modo di stare in scena: asciutto, preciso, pieno di sottotesto.

Nel 1988 è protagonista de “Il maestro di musica” (Le Maître de musique), dove interpreta un baritono anziano che insegna il mestiere del canto ai giovani. È un ruolo che somiglia molto a quello che diventerà la sua vita negli anni successivi: l’artista che si sposta sempre più verso la trasmissione e meno verso la vetrina.

Onorificenze, titoli e riconoscimenti

Nel corso della carriera raccoglie una lunga serie di riconoscimenti:

  • il titolo di Kammersänger a Berlino
  • onorificenze francesi nel mondo delle arti
  • vari premi discografici per le sue incisioni operistiche, sinfoniche e liederistiche

Nel 1998 il re Alberto II del Belgio lo nomina barone. È il modo in cui il Paese riconosce, anche simbolicamente, che quella voce ha rappresentato il Belgio nel mondo almeno quanto molti ambasciatori ufficiali.

Il maestro alla Queen Elisabeth Music Chapel

A un certo punto la carriera di José van Dam prende una direzione chiara: la scena resta, ma il baricentro si sposta verso l’insegnamento.

Dal 2004 diventa Master in Residence alla Queen Elisabeth Music Chapel, dove segue giovani cantanti in un lavoro quotidiano fatto di lezioni individuali, masterclass, concerti. Non si limita a “correggere note”: lavora sul testo, sul corpo, sul modo di abitare un personaggio.

Nel 2023 ottiene il titolo di Master Emeritus, segno che una parte del testimone è stata passata a una nuova generazione, ma il legame con l’istituzione resta forte. È proprio la Music Chapel ad annunciare la sua scomparsa, tenendo insieme il lutto e il senso di gratitudine per quello che ha lasciato.

Un’eredità fatta di suono e di esempio

Se si prova a riassumere l’eredità di José van Dam, vengono in mente tre linee:

  • una discografia ampia, dove molti ruoli restano punti di riferimento per chi studia oggi
  • una presenza costante nei grandi teatri, che ha contribuito a definire il modo di intendere certi personaggi nel secondo Novecento
  • un lavoro paziente con i giovani cantanti, che hanno trovato in lui non solo un maestro di tecnica, ma un modello di serietà e discrezione

La sua morte chiude una storia lunga, cominciata con un ragazzo di Bruxelles che entrava al Conservatorio a 17 anni e finita con un baritono-maestro che guardava i ragazzi salire sul palco al posto suo.

La voce non c’è più, ma resta registrata in decine di opere, oratori, cicli di lied. E per chi l’ha ascoltata dal vivo una volta sola, basta davvero un attacco, una parola detta con quel modo un po’ raccolto e intenso, per riconoscere che dall’altra parte c’era José van Dam.