Chi è Antonio Viscione, il tifoso di Reggio Emilia morto a 52 anni: l’addio improvviso al capo ultras dei Baskings

Daniela Devecchi

Chi è Antonio Viscione, il tifoso di Reggio Emilia morto a 52 anni: l’addio improvviso al capo ultras dei Baskings

A Reggio Emilia ci sono persone che non finiscono quasi mai in prima pagina, eppure tengono insieme pezzi interi di città. Le riconosci dal rumore che lasciano quando mancano: non un rumore “da cronaca”, ma quello più sottile di una domenica che improvvisamente sembra più vuota, di un palazzetto che perde un volto, una battuta, un coro iniziato sempre allo stesso modo.

Antonio Viscione è morto a 52 anni. La notizia ha colpito il mondo dei Reggio Emilia Baskings, realtà legata al baskin, il basket inclusivo. E per capire perché la sua scomparsa abbia avuto un impatto così netto basta osservare come viene raccontato da chi lo viveva davvero: non come “uno che tifava”, ma come una presenza centrale, quasi un perno.

La sua è una storia che parla di sport, sì. Ma soprattutto parla di ciò che lo sport riesce a diventare quando smette di essere solo risultato e diventa appartenenza.

Un tifo che non era “contorno”

Nel lessico comune, “ultras” è una parola che spesso porta dietro stereotipi e semplificazioni. Nel caso di Antonio Viscione, invece, quello che emerge è un’altra immagine: un tifo fatto di costanza, di presenza, di energia messa al servizio di una squadra che, per definizione, nasce per includere.

Il baskin non è solo uno sport adattato: è un modo di stare in campo (e sugli spalti) in cui la partita è importante, ma non è tutto. È il posto dove convivono abilità diverse, ruoli diversi, tempi diversi. E allora anche il tifo, se vuole essere all’altezza, deve cambiare pelle: deve diventare accogliente, non giudicante; rumoroso, ma mai aggressivo; coinvolgente, senza fare esclusioni.

Chi lo conosceva lo descrive proprio così: una “voce” riconoscibile, uno che sapeva dare ritmo, trascinare, tenere su l’umore quando la giornata era storta. Non è poco. Perché il tifo, quello vero, è una forma di lavoro emotivo: ti presenti anche quando non hai voglia, anche quando piove, anche quando la testa è altrove. Ti presenti perché qualcuno, dall’altra parte, conta anche su quello.

E qui viene spontanea una domanda: quante volte sottovalutiamo chi, semplicemente, “c’è sempre”?

Baskings: una squadra, ma anche un’idea di città

Parlare dei Baskings significa parlare di una Reggio che sceglie di raccontarsi con un linguaggio diverso. Una Reggio dove lo sport non è solo “performance”, ma progetto sociale, incontro, spazio condiviso. Il baskin, in questo senso, non è una nicchia: è un messaggio. E persone come Antonio Viscione diventano importanti proprio perché tengono acceso quel messaggio nel quotidiano.

Non è difficile immaginare la scena: spalti con famiglie, amici, ragazzi, sorrisi che non sono di facciata. E in mezzo, uno che si prende la responsabilità di fare da collante. Di far partire un coro. Di chiamare la tribuna. Di trasformare un gesto semplice (battere le mani) in un “noi” collettivo.

Nel ricordo pubblico viene riportato anche un dettaglio che dice moltissimo: Antonio era anche papà di Francesco, atleta. E questa cosa sposta la prospettiva: non era un tifo “da fuori”, era un tifo che nasceva da dentro, dall’esperienza personale, dalla vicinanza quotidiana. Era, in un certo senso, una forma di cura.

Una morte improvvisa, e il silenzio che va rispettato

La scomparsa viene indicata come improvvisa. Ma su un punto bisogna essere chiari: non è stata resa pubblica alcuna causa ufficiale. E questo significa una cosa semplice: non si deve inventare, non si deve insinuare, non si deve completare la storia con supposizioni.

Quello che si sa è che Antonio Viscione è morto il 16 febbraio 2026. E che i funerali si tengono oggi, 19 febbraio 2026, alle 13:45, con un percorso che passa dalla Casa funeraria Croce Verde alla parrocchia di Gavassa, e poi al cimitero nuovo di Coviolo.

Il gesto simbolico: “ritirare” la maglia

Tra le cose che colpiscono di più c’è una decisione dal peso simbolico immediato: la volontà di “ritirare” la sua maglia. È un gesto che nello sport significa dire che quella persona non viene sostituita, che la sua presenza resta parte della storia.

Qui non parliamo di un giocatore in campo, ma di qualcuno che stava sugli spalti. Eppure il senso è lo stesso: si riconosce che quella voce, quel ritmo, quel modo di esserci era diventato identità.

Una figura che racconta un modo diverso di tifare

Questa storia parla anche di un’evoluzione culturale. Per anni abbiamo immaginato il tifo come qualcosa di “a parte”. Qui, invece, il tifo si sposta su un altro asse: diventa parte del progetto, un’estensione dell’inclusione, una lingua comune.

E allora Antonio Viscione diventa quasi un simbolo di questo passaggio: l’idea che si può essere trascinanti senza essere violenti, identitari senza essere esclusivi, “ultras” senza essere caricatura.

Un lutto che resta nella quotidianità

Ci sono lutti che si misurano nelle cerimonie, e poi ce ne sono altri che si misurano nel tempo: la prossima partita, il prossimo ingresso in palestra, il prossimo coro che parte e che, per un attimo, sembra mancare di una guida.

Antonio Viscione lascia la moglie Tina, i figli Francesco e Manuel, e una rete di affetti che non è fatta solo di famiglia, ma anche di persone che lo hanno conosciuto “in tribuna”, di genitori, atleti, amici.

E a chi resta rimane una cosa difficile da mettere in parole ma facilissima da riconoscere: la sensazione di un posto che, all’improvviso, è più vuoto.