Ci sono giornalisti che per anni entrano in casa tua all’ora di cena e poi, quando li rivedi dopo tempo, ti sembra quasi di riconoscere un parente.
Mimmo Liguoro era uno di quelli: volto del TG2 e del TG3, napoletano di Torre del Greco, voce appassionata quando si parlava di politica, ma ancora di più quando il discorso cadeva su Napoli e sulla sua musica.
In queste ore la notizia della sua morte a Roma ha fatto il giro delle redazioni e dei social. Si parla di “giornalismo in lutto”, di un maestro per chi è passato dalla Rai e di un narratore affettuoso – ma mai indulgente – della città che lo aveva visto nascere.
Dalla Torre del Greco al video del telegiornale
Mimmo Liguoro nasce il 16 luglio 1941 a Torre del Greco, in provincia di Napoli. Una città di mare, di corallo, di emigrazione e ritorni, dove il senso di appartenenza è quasi fisico. Da lì parte il ragazzo che studia, si laurea in Giurisprudenza a Napoli e sceglie la strada del giornalismo invece di quella – molto più lineare – dell’avvocatura.
Prima della Rai, passa per agenzie e quotidiani: cronaca, politica, molto lavoro d’archivio e di telefono. È quella scuola lì, un po’ ruvida, che ti insegna a distinguere la notizia dal rumore di fondo.
Poi arriva l’occasione che gli cambia la vita: l’ingresso in Rai.
Il volto dei telegiornali: TG2, TG3 e una lunga stagione in video
Dagli anni Ottanta in poi, Mimmo Liguoro diventa un punto fermo dell’informazione televisiva pubblica. Prima al TG2, poi al TG3, in anni in cui guardare il telegiornale significava davvero orientarsi in mezzo a eventi enormi: crisi di governo, attentati, cambi di presidente della Repubblica, Tangentopoli, guerre che ci riguardavano anche se lontane.
Per oltre vent’anni è redattore capo e conduttore:
- al TG2, dove contribuisce a costruire un linguaggio meno ingessato, più vicino al parlato ma sempre rigoroso;
- al TG3, dove guida edizioni e speciali nelle ore calde della politica.
Il suo stile? Nessun protagonismo, nessuna smania di diventare personaggio.
Una dizione chiara, domande secche, sguardo che non si compiace mai della propria “importanza”. Se ti capita di riguardare una conduzione di quegli anni, colpisce proprio questo: è lì per fare il suo mestiere, non per occupare la scena.
Non solo “mezzobusto”: Pegaso, Gulliver, cultura e approfondimenti
Liguoro non si limita al notiziario secco. Negli anni firma e cura diverse rubriche Rai:
- trasmissioni di approfondimento politico e sociale;
- spazi dedicati a cultura e spettacolo, dove invita scrittori, registi, attori;
- programmi che mischiano cronaca, costume, storie di persone comuni.
È uno di quelli che arrivano dal tg ma non hanno paura di sporcarsi le mani con formati diversi: l’intervista lunga, il reportage, il racconto in esterna.
Gli piace soprattutto ciò che sta a metà tra alto e basso: la politica che incontra la strada, la cultura che non resta chiusa nelle sale dei festival, la canzone che racconta una città meglio di tante analisi.
Napoli sempre al centro: la canzone, i libri, la memoria
Se togli Rai e telegiornali, resta comunque un tratto che lo definisce: l’amore per Napoli. Non quello da cartolina, ma quello che passa per le voci, le melodie, i vicoli, i personaggi borderline.
Per anni studia e racconta la canzone napoletana. Non si limita a citarla: la smonta, la ricostruisce, ne segue la storia dai posteggiatori alle grandi star del Novecento. Da questo lavoro nascono libri, saggi, biografie:
- volumi sui posteggiatori napoletani, i musicisti di strada che hanno portato le canzoni nei cortili, nei ristoranti, sulle barche;
- ritratti di autori e interpreti dimenticati, che lui restituisce alla memoria collettiva;
- testi in cui mette in fila i legami tra politica, società e musica, spiegando come certe canzoni abbiano raccontato povertà, emigrazione, amore, disincanto.
E poi c’è il calcio, altro amore mai nascosto.
Con un libro un po’ folle e molto suo – una galleria di “profili in versi” da Monzeglio a Maradona – dimostra che si può raccontare il pallone senza trasformarlo in religione, ma anche senza ridurlo a semplice statistica. Dentro c’è il Napoli, certo, ma soprattutto c’è l’idea che lo sport sia un pezzo di identità di una città, proprio come le sue canzoni.
L’insegnante: la Rai alle spalle, i ragazzi davanti
Quando esce dalla Rai, a metà anni Duemila, non smette di occuparsi di informazione. Cambia solo il punto di vista: dallo studio di un telegiornale passa all’aula di una scuola di giornalismo.
Insegna linguaggio televisivo e tecniche del racconto giornalistico a studenti che, spesso, lo hanno visto da piccoli sullo schermo. È un passaggio di testimone importante: lui porta in aula tutti gli errori e le fatiche della tv “analogica”, quelli che non impari in un corso online, e li trasforma in consigli pratici.
Chi è stato suo allievo racconta spesso la stessa scena: Mimmo che stoppa un servizio, torna indietro di cinque secondi e chiede “perché hai usato proprio questa parola?”. Non per umiliare, ma per mostrare che nel tg non esiste la frase buttata lì. Ogni termine sposta un po’ il peso della notizia.
Torre del Greco, Napoli, Roma: tre città, una sola voce
Dietro la biografia c’è anche una geografia.
Torre del Greco è l’origine: famiglia, infanzia, primi sguardi sul mondo.
Napoli è la matrice culturale: teatro, musica, politica, contraddizioni, città amata e raccontata fino allo sfinimento.
Roma è il luogo del lavoro maturo: i corridoi di Saxa Rubra, i palazzi della politica, gli studi televisivi.
Eppure, anche quando vive stabilmente a Roma, resta agli occhi di molti “il giornalista di Torre del Greco”, quello che in un dibattito sulla città partenopea non chiamavi per cortesia, ma perché sapevi che avrebbe portato una memoria lunga.
Non è curioso come certe città ti restano appiccicate per sempre, anche quando le hai lasciate da decenni?
La morte e il lutto di una generazione di giornalisti
La notizia della sua morte a Roma, diffusa il 18 febbraio 2026, arriva accompagnata da un dato semplice: le cause non vengono rese note. E va bene così. Non sempre è necessario sapere come si muore per capire cosa si lascia.
Colpisce invece la reazione di molti colleghi, soprattutto quelli che con lui hanno mosso i primi passi: c’è chi lo ricorda come redattore capo severo ma giusto, chi rievoca i turni infiniti davanti alla moviola dei servizi, chi racconta la prima conduzione fatta con lui alle spalle, in regia, pronto a intervenire se qualcosa fosse andato storto.
Per il pubblico, resta lo sguardo di chi guardava in camera senza sedurre, ma chiedendo attenzione. Per i cronisti, resta il modello di un giornalismo molto televisivo ma poco spettacolarizzato, in cui la notizia contava più del personaggio che la pronuncia.
Cosa resta di Mimmo Liguoro
Se proviamo a stringere, dopo tutti questi anni, restano almeno tre cose:
- Un modo di fare tv: pulito, sobrio, profondamente rispettoso del telespettatore.
- Un archivio di storie su Napoli e la sua musica, tra libri, interventi, presentazioni, che oggi sono una miniera per chi voglia studiare davvero la canzone napoletana.
- Un’eredità di mestiere, trasmessa a chi è passato dalla sua aula e dalla sua redazione: l’idea che ogni servizio sia una responsabilità, non un semplice contenuto da riempire.
Forse la domanda, adesso, è questa: come si fa a mantenere vivo un certo tipo di giornalismo in un’epoca che corre così veloce?
Una parte della risposta sta proprio nel ricordare figure come la sua, senza nostalgia sterile, ma chiedendosi ogni volta se le parole che mettiamo in fila – sui giornali, in tv, online – sarebbero passate o no al vaglio di uno come Mimmo Liguoro.
FAQ
Chi era Mimmo Liguoro?
Era un giornalista e conduttore televisivo italiano, volto storico del TG2 e del TG3, nato a Torre del Greco nel 1941.
Dove è morto Mimmo Liguoro?
È morto a Roma, città dove viveva e lavorava da anni.
Di cosa si occupava oltre ai telegiornali?
Ha curato programmi di approfondimento, rubriche culturali, ha scritto libri sulla canzone napoletana, sulla storia e sul calcio, ed è stato docente in una scuola di giornalismo.
Qual era il suo legame con Napoli?
Fortissimo: era considerato una voce autorevole sulla cultura napoletana, in particolare sulla musica, e non ha mai smesso di raccontare la sua città, anche da lontano.
Chi raccoglierà la sua eredità?
Dal punto di vista professionale, l’eredità è nelle mani dei giornalisti che ha formato e di chi continuerà a usare i suoi libri e i suoi racconti per studiare Napoli, la televisione e il modo di fare informazione senza urlare.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






