La notizia gira da giorni nelle chat dei giornalisti, soprattutto tra chi lavora online: l’Inps ha contestato circa 8 milioni di euro in contributi a due grandi gruppi dell’informazione digitale, l’editore di Fanpage e il gruppo che pubblica i quotidiani locali Today.
Non è solo una botta economica: è un segnale pesante su come vengono usati i contratti “paralleli” nelle redazioni nate sul web.
Cos’ ha deciso l’Inps
Al termine di due ispezioni, l’Inps ha messo sul tavolo due verbali molto corposi:
- circa 3,5 milioni di euro contestati a Ciaopeople srl, editore di Fanpage
- circa 4,5 milioni di euro al gruppo Citynews, che controlla testate come RomaToday, MilanoToday, TorinoToday e gli altri “Today” sparsi per l’Italia
La cifra non è una “multa” generica: riguarda soprattutto contributi previdenziali che, secondo l’istituto, sarebbero stati versati in misura inferiore al dovuto.
Il punto chiave è questo: per centinaia di giornalisti sarebbe stato applicato un contratto collettivo considerato “più leggero” – in particolare il CCNL Uspi–Figec/Cisal – laddove, sempre secondo l’Inps, si sarebbe dovuto usare il contratto Fnsi–Fieg, quello storico dei quotidiani.
La differenza non è accademica:
- il contratto Fnsi–Fieg prevede stipendi più alti, scatti, indennità, maggiorazioni più robuste;
- il contratto Uspi–Figec/Cisal ha minimi più bassi e un costo del lavoro ridotto per l’editore.
Se cambia il contratto, cambia anche la base su cui calcolare i contributi. È lì che, secondo i verbali, nasce il “buco” da milioni di euro.
Fanpage: come si è arrivati allo scontro con l’Inps
Nel caso di Fanpage, il film inizia più di dieci anni fa.
All’inizio c’è una piccola redazione di pionieri dell’online, assunti con il contratto Fnsi–Fieg. Il sito cresce, il traffico esplode, servono persone nuove. Per allargare la squadra senza far esplodere il costo del lavoro, l’editore comincia a usare soprattutto collaborazioni coordinate e continuative (co.co.co.).
Sulla carta sono rapporti autonomi. Nella quotidianità, molti di quei collaboratori lavorano come redattori veri e propri:
- presenza stabile in redazione o collegamenti fissi da remoto
- turni, riunioni, reperibilità
- responsabilità su canali, sezioni, dirette
Con compensi che, nelle ricostruzioni circolate in questi giorni, oscillano intorno a 1.000–1.500 euro lordi al mese. Molto meno di un normale redattore inquadrato con contratto Fnsi–Fieg.
Nel frattempo scoppiano le prime vertenze individuali. Qualcuno fa causa, qualcun altro chiude con un accordo economico, altri restano. A quel punto l’azienda cambia strategia e decide di “stabilizzare” diversi collaboratori, ma non riportandoli nel perimetro Fieg–Fnsi.
Entra in scena un contratto collegato all’Uspi, pensato per testate periodiche e realtà più piccole. È una soluzione che inizialmente viene presentata come temporanea, quasi una tappa di passaggio. Quando quell’accordo non viene più rinnovato, il gruppo sceglie un nuovo riferimento sindacale e passa al contratto Uspi–Figec/Cisal.
Qui le differenze economiche diventano molto visibili:
- un redattore con contratto Fnsi–Fieg può superare i 2.600 euro lordi al mese;
- un redattore inquadrato con il contratto Uspi–Figec si ferma intorno a 1.600 euro lordi;
- anche le maggiorazioni per lavoro festivo e notturno risultano più basse.
È su questo scarto che l’Inps costruisce la sua contestazione: se il lavoro svolto e l’organizzazione della redazione sono di fatto quelli di un quotidiano online, allora il contratto corretto, per la logica dell’istituto, è quello dei quotidiani.
Tradotto: gli stipendi sarebbero dovuti essere più alti e, di conseguenza, anche i contributi.
Cosa dicono i sindacati dei giornalisti
Sul fronte sindacale la lettura è molto netta.
La Fnsi sostiene da anni che solo alcuni contratti possono essere considerati a tutti gli effetti contratti di categoria per i giornalisti:
- il contratto Fnsi–Fieg per quotidiani e agenzie di stampa
- l’accordo con Aeranti-Corallo per radio e tv locali
- l’intesa con Anso–Fisc per l’editoria locale e diocesana
Tutti gli altri vengono descritti come accordi paralleli, pensati – nella visione del sindacato – per abbassare il costo del lavoro e fare concorrenza con redazioni di giornalisti pagati meno, magari a parità di carico di lavoro.
La nota diffusa in questi giorni parla esplicitamente di:
- “scorretta applicazione del contratto di lavoro giornalistico”
- “concorrenza sleale” di fronte a editori che usano contratti più leggeri pur avendo bilanci e numeri simili ai grandi gruppi tradizionali
- un danno non solo ai singoli giornalisti ma anche ai conti della previdenza di categoria
Anche i sindacati regionali e le associazioni di stampa locali si sono schierati sulla stessa linea, sottolineando come il modello dei portali di news online sia spesso costruito su giornalisti strutturalmente sottopagati rispetto al loro lavoro effettivo.
La replica di Fanpage e degli altri protagonisti
Dal lato delle aziende, la posizione è molto diversa.
Ciaopeople e Citynews rivendicano la piena legittimità dei contratti applicati, ricordando che il CCNL Uspi–Figec/Cisal è un contratto collettivo a tutti gli effetti, firmato da un sindacato e depositato come gli altri.
In sintesi, il messaggio è:
- se un contratto esiste, è firmato da un sindacato e viene applicato in modo coerente, non può essere considerato “farlocco”;
- l’Inps, contestando i versamenti, di fatto disconosce un contratto collettivo sottoscritto tra le parti sociali.
Dal fronte Fanpage, il direttore Francesco Cancellato ha fatto filtrare l’idea che sulla vicenda stiano pesando anche vecchie ruggini politiche legate alle inchieste del sito: secondo lui, alcune ricostruzioni apparse sulla stampa contengono inesattezze sui compensi e rischiano di trasformare una vicenda tecnica su contributi e contratti in un processo mediatico alla testata.
Sia Citynews sia Ciaopeople stanno valutando ricorsi contro i verbali Inps. Il contenzioso, quindi, è solo all’inizio.
Citynews: l’altra metà della storia
L’altra protagonista della vicenda è Citynews, il gruppo dietro le testate locali “Today”. Anche qui il cuore del problema è la stessa combinazione:
- redazioni molto strutturate, con notizie aggiornate in tempo reale
- giornalisti inquadrati con contratti non Fnsi–Fieg, ma con l’accordo Uspi–Figec/Cisal
Per l’Inps, il meccanismo è identico: contratto non adeguato alle mansioni, contributi calcolati su una base inferiore, differenza da recuperare.
Il fatto che le due ispezioni siano arrivate a cifre simili e a conclusioni parallele fa capire che non si tratta di un caso isolato, ma di una verifica a tappeto su come l’editoria online sta usando i contratti “alternativi”.
Cosa può succedere adesso
Al 17 febbraio 2026 la situazione è questa:
- i verbali Inps ci sono, con numeri e contestazioni nero su bianco
- Fnsi e sindacati li considerano una vittoria politica e un precedente importante contro i contratti low cost
- gli editori coinvolti non intendono incassare in silenzio e annunciano ricorsi
Sul piano pratico, per i giornalisti che lavorano in queste redazioni possono aprirsi diversi scenari:
- alcuni potrebbero chiedere il riconoscimento di livelli e inquadramenti superiori;
- potrebbero nascere nuove vertenze individuali per riavere differenze retributive accumulate negli anni;
- sul piano collettivo, il caso rischia di diventare un banco di prova: se le contestazioni Inps reggeranno in giudizio, per molti editori digitali sarà difficile continuare a usare indistintamente contratti “paralleli” per testate che, di fatto, funzionano come quotidiani nazionali.
Di certo, la vicenda tocca un nervo scoperto: l’idea che i siti d’informazione che negli anni hanno raccontato precariato, sfruttamento e diritti sul lavoro si ritrovino ora al centro di una battaglia sui contratti dei loro stessi giornalisti è un cortocircuito simbolico difficile da ignorare.
Domande frequenti
Chi paga davvero questi 8 milioni?
Per ora si tratta di somme contestate dall’Inps agli editori. Non è una condanna definitiva: gli importi potranno essere confermati, ridotti o annullati in base agli eventuali ricorsi. Il conto, in ogni caso, riguarda le aziende, non i singoli giornalisti.
I giornalisti di Fanpage e Today rischiano il posto?
Il rischio immediato non è tanto il licenziamento collettivo, quanto un clima di incertezza. Se l’azienda dovesse far fronte a esborsi importanti, potrebbe ridiscutere organici e strutture. Al tempo stesso, però, la vicenda dà ai giornalisti argomenti in più per chiedere inquadramenti e retribuzioni più vicine ai contratti “pieni”.
Che differenza c’è tra contratto Fnsi–Fieg e contratto Uspi–Figec/Cisal?
Il primo è il contratto storico dei quotidiani: minimi salariali più alti, scatti d’anzianità, indennità, maggiorazioni più robuste. Il secondo nasce per una fascia diversa di editori e prevede retribuzioni più basse e tutele ridotte. Applicare l’uno o l’altro cambia parecchio il netto in busta e il montante dei contributi versati.
Cosa cambia per chi legge Fanpage e Today?
Nel breve periodo, probabilmente nulla: siti, newsletter e social continueranno a funzionare. Nel medio periodo, però, questa vicenda può avere un impatto sul modello economico dell’informazione online: se il costo del lavoro giornalistico sale, gli editori dovranno trovare nuovi equilibri tra pubblicità, abbonamenti, investimenti e dimensione delle redazioni.
Questo caso riguarda solo Fanpage e Today?
No. Quello che succede a questi due gruppi è un segnale per tutta l’editoria digitale. Altri editori online che usano contratti simili o strutture analoghe stanno guardando con molta attenzione a come andrà a finire, perché il verdetto su questi verbali Inps potrebbe cambiare le regole del gioco per molti.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






