Questura a Padova oggi il suo nome circola in silenzio, con il rispetto che si deve a chi ha lasciato un segno profondo. Ivan Francescon, 52 anni, assistente capo della Polizia di Stato, non c’è più. È stato trovato morto nel fiume Brenta, a Cadoneghe, e per molti è impossibile non rivedere subito un’altra scena: lui in costume, in spiaggia a Jesolo, che si tuffa tra le onde per strappare alla corrente una bambina di dieci anni.
Dietro l’etichetta facile di “poliziotto eroe” c’era un uomo con una famiglia, una vita in divisa, un carattere descritto da chi lo conosceva come silenzioso, generoso, affidabile.
La vita in divisa a Padova
Per i colleghi del Reparto Prevenzione Crimine del Veneto, con sede a Padova, Ivan Francescon era molto più di un nome sull’organigramma. Era un assistente capo abituato alla strada, ai controlli, ai servizi di prevenzione che spesso non finiscono sui giornali ma fanno la differenza nella quotidianità.
Chi ha lavorato con lui lo ricorda come un poliziotto scrupoloso e leale, uno che non cercava i riflettori, ma che c’era sempre. Turni lunghi, notti, spostamenti tra province: la sua era la vita tipica di chi sta in prima linea ma senza clamore.
Fuori dal lavoro, era marito e padre. Lascia la moglie e un figlio ormai grande, un ragazzo che quel giorno a Jesolo era al suo fianco, sulla stessa spiaggia, quando il padre ha deciso di correre verso le onde invece che restare a guardare.
Jesolo, estate 2025: la corsa tra le onde
È giugno 2025. A Jesolo il mare è agitato, il vento alza onde lunghe e scure. Sulla spiaggia, famiglie e bambini, qualcuno entra lo stesso in acqua nonostante le condizioni difficili.
All’improvviso, le urla. Una madre chiama aiuto: la figlia, dieci anni, è stata trascinata al largo, in una zona pericolosa, vicino agli scogli. In acqua c’è anche il padre, che tenta di raggiungerla e di tenerla su, ma la corrente è troppo forte.
Sulla stessa spiaggia c’è Ivan Francescon. È lì fuori servizio, in vacanza con la famiglia e il cane. Sta godendosi una giornata normale, una delle poche senza divisa. In pochi secondi capisce la gravità della situazione.
Richiama il figlio, gli affida il cane e si tuffa. Il mare non è un alleato: onde alte, corrente che trascina verso il largo, il fondo che sparisce sotto i piedi. Anche lui, più tardi, racconterà di essere andato sott’acqua più volte.
Riesce comunque ad arrivare alla bambina, la afferra, cerca di tenerla a galla. In quelle stesse acque si muove il padre, allo stremo. Intorno, altri bagnanti capiscono che da soli non ce la possono fare. Nasce così una catena umana, una fila di persone che si danno la mano dalle onde fino alla riva.
Alla fine, tutti e tre tornano a terra: la bambina, il padre, il poliziotto. La piccola è viva, stremata ma cosciente, e può abbracciare di nuovo i genitori. Una di quelle storie che, in un attimo, poteva trasformarsi in tragedia.
Quando gli viene chiesto come abbia trovato il coraggio di buttarsi in quel mare, Ivan minimizza. Parla di istinto, di un gesto quasi automatico: ha sentito l’urlo, ha visto il pericolo, è entrato in acqua. Per lui, è questo il senso della divisa, anche quando la divisa non ce l’ha addosso.
I riconoscimenti e l’orgoglio silenzioso
Il salvataggio non passa inosservato. Nel giro di pochi giorni il nome di Ivan Francescon rimbalza tra giornali, tv locali, social. Si parla del “poliziotto padovano che salva la bambina a Jesolo”.
In Questura, il questore di Padova lo convoca e lo premia: una cerimonia sobria, una stretta di mano, un riconoscimento per il coraggio e la lucidità dimostrati in mare. Anche dal mondo istituzionale arrivano parole di gratitudine: il gesto di Ivan viene indicato come esempio di ciò che può significare, concretamente, avere un appartenente alle forze dell’ordine seduto a pochi metri da noi in spiaggia, al bar, in strada.
Lui però non cavalca l’onda mediatica. Dopo le interviste e le foto di rito, torna alla sua normalità: servizi, pattuglie, riunioni, vita di reparto. Nessuna voglia di trasformare quell’episodio in un biglietto da visita permanente. L’orgoglio, se c’è, resta in famiglia e tra colleghi.
La tragedia sul Brenta
Il 16 febbraio 2026 arriva la notizia che nessuno avrebbe voluto sentire. Lungo il fiume Brenta, in territorio di Cadoneghe, viene trovato un corpo. Sono le prime ore concitate della cronaca, ma il nome emerge presto: è Ivan Francescon.
Le prime informazioni parlano di un gesto volontario. Nessun dettaglio aggiuntivo viene diffuso. Solo poche righe sobrie: un poliziotto viene trovato senza vita in acqua, lascia la moglie, il figlio, i colleghi.
In Questura a Padova cala un silenzio pesante. Per molti è un colpo improvviso, quasi impossibile da elaborare: lo ricordano sorridente nelle foto del premio dopo Jesolo, lo rivedono in reparto, lo sentono ancora presente nei messaggi sul telefono.
Le parole che circolano sono sempre le stesse: “persona perbene”, “collega generoso”, “uomo buono”. La città, che lo aveva conosciuto come il poliziotto che aveva salvato una bambina, adesso lo saluta con un dolore diverso, più intimo, segnato dalla consapevolezza che ci sono parti di una vita che restano per forza di cose invisibili agli altri.
Il peso della divisa e le fragilità nascoste
La storia di Ivan Francescon si inserisce, suo malgrado, in un quadro più ampio: quello delle fragilità di chi lavora in divisa. Negli ultimi anni, numeri e testimonianze hanno acceso i riflettori sul tema dei suicidi tra forze dell’ordine e militari, un fenomeno di cui si parla sempre ancora troppo poco.
Nel suo caso non ci sono spiegazioni pubbliche, non c’è un “perché” ufficiale. E nessuno, fuori dalla cerchia più stretta, può davvero sapere cosa stesse vivendo. Quello che rimane, però, è la fotografia di un paradosso duro da accettare: un uomo che un giorno salva una vita in mare e, mesi dopo, viene trovato senza vita in un fiume.
Su un punto, però, la sua storia può ancora dire qualcosa: chiedere aiuto non è una sconfitta. Esistono sportelli interni, servizi di supporto psicologico, centri di salute mentale, associazioni e numeri di emergenza dedicati. Parlare con un collega, con un professionista, con qualcuno di fiducia può fare la differenza, per chi sta in divisa e per chiunque si trovi in una situazione di buio.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






