In questi giorni il nome di Francesco Petruzzi è ovunque: telegiornali, talk, social. È lui l’avvocato napoletano che difende la famiglia del bambino di due anni trapiantato con un cuore danneggiato all’ospedale Monaldi di Napoli, quello che la cronaca ha ribattezzato il caso del “cuore bruciato”.
Dietro il volto che parla alle telecamere fuori dall’ospedale c’è però un percorso preciso: un civilista che nasce nella provincia di Napoli, si specializza in danno alla persona e responsabilità sanitaria, e oggi si ritrova in prima linea in uno dei casi più delicati degli ultimi anni.
L’avvocato di Casalnuovo finito al centro di un caso nazionale
Francesco Petruzzi lavora nell’area metropolitana di Napoli, con uno studio a Casalnuovo, e si presenta da tempo come legale che si occupa soprattutto di:
- infortunistica stradale,
- colpa medica e malasanità,
- risarcimento del danno alla persona.
Sul suo percorso professionale insiste molto su un punto: la tutela di chi, da solo, non avrebbe la forza economica e tecnica per affrontare strutture sanitarie, assicurazioni e grandi enti. È quel filone di avvocatura che si colloca dalla parte dei pazienti, dei familiari, di chi ha subito un torto e chiede che qualcuno trasformi dolore e sospetti in atti, memorie, richieste di giustizia.
Nel caso del bimbo trapiantato al Monaldi, Petruzzi non è semplicemente un nome sulla carta: è la voce che accompagna la madre nelle uscite pubbliche, l’uomo che le sta accanto quando esce dall’ospedale con gli occhi gonfi appena dopo aver visto il figlio in terapia intensiva.
Dal danno alla persona al “cuore bruciato” del Monaldi
Il passaggio dal lavoro “normale” di studio a un caso nazionale avviene quando la famiglia del piccolo Tommaso – due anni e tre mesi, grave cardiopatia, ricoverato al Monaldi di Napoli – si trova davanti a qualcosa che non torna.
Il 23 dicembre al bambino viene trapiantato un cuore arrivato da Bolzano. Dopo l’intervento, però, quell’organo non funziona come dovrebbe. Il piccolo resta attaccato alla macchina Ecmo, un supporto extracorporeo che gli tiene in vita il cuore e i polmoni, e non riesce a uscirne.
Alla madre viene detto che il cuore “non parte”, che la situazione è grave, che bisogna aspettare. Quello che, secondo la famiglia, non viene spiegato è che quel cuore sarebbe stato conservato male durante il trasporto, in un contenitore non idoneo, con ghiaccio secco capace di danneggiarne le fibre, fino a “bruciarlo” in parte.
La scintilla scoppia quando la donna scopre i dettagli leggendo un articolo di giornale. A quel punto entra in scena Petruzzi: raccoglie lo sfogo della madre, studia le carte, parla con i medici legali, e capisce che non si tratta solo di un decorso sfortunato, ma di una possibile catena di errori gravissimi.
La scoperta, la denuncia, le prime accuse
Il punto che l’avvocato martella da subito è chiaro:
la famiglia non è stata informata di quello che era successo al cuore durante il viaggio.
Secondo la loro versione, i genitori non avrebbero mai saputo, prima dell’intervento, che l’organo poteva già essere compromesso. E, dopo il trapianto fallito, nessuno avrebbe spiegato nel dettaglio cosa fosse andato storto, limitandosi a dire che il cuore “non lavorava”.
Petruzzi fa quello che un legale, in un caso così, deve fare:
- presenta denuncia alla Procura,
- coinvolge i Carabinieri del Nas,
- chiede il sequestro del contenitore usato per il trasporto,
- pretende tutte le cartelle cliniche e i protocolli usati tra Bolzano e Napoli.
Parallelamente, porta la vicenda fuori dalle aule: parla ai microfoni, spiega che secondo la famiglia “qualcuno ha sbagliato due volte”, nella conservazione dell’organo e nella scelta di trapiantarlo comunque, e che poi, davanti alla gravità dell’esito, non sarebbe stata detta tutta la verità.
È un modo di lavorare che tiene insieme la parte tecnica – atti, esposti, richieste di sequestro – e quella mediatica, con una presenza costante nei programmi che stanno seguendo il caso.
Sei indagati, trapianti sospesi e ospedali sotto la lente
Mentre l’avvocato parla, la macchina giudiziaria si muove. Vengono iscritti nel registro degli indagati sei tra medici e operatori sanitari, divisi tra chi era presente al momento dell’espianto a Bolzano e chi ha gestito il trapianto a Napoli. L’ipotesi contestata è quella di lesioni colpose gravissime.
L’azienda ospedaliera da cui dipende il Monaldi sospende in via cautelativa i trapianti di cuore in età pediatrica e alcuni sanitari dell’équipe vengono allontanati dalle attività chirurgiche più delicate.
In mezzo a tutto questo, il bambino resta in terapia intensiva, sedato, collegato a tubi e macchinari, con la macchina che fa il lavoro di un cuore che non batte più come dovrebbe.
Per Petruzzi ogni ora che passa è un argomento in più: più il quadro clinico si deteriora, più, secondo lui, diventa evidente la portata del danno e delle responsabilità.
Due ospedali, due verità mediche
Uno degli aspetti più delicati del caso è lo scontro tra linee mediche opposte.
Da una parte c’è l’Heart Team del Monaldi, che sostiene che il bambino è ancora in lista per un nuovo trapianto, pur in condizioni critiche. Dall’altra c’è il parere del Bambino Gesù, il grande ospedale pediatrico di Roma, secondo cui Tommaso non è più trapiantabile: il suo corpo, dopo settimane di Ecmo, emorragie, infezioni, non reggerebbe un altro intervento di quel tipo.
L’avvocato sceglie con nettezza da che parte stare. Fa sue le conclusioni del Bambino Gesù, le porta in televisione, le mette nero su bianco nelle memorie. Parla di un bimbo che non può più ricevere un altro cuore, e che quindi, a maggior ragione, avrebbe dovuto essere protetto fin dall’inizio, evitando di correre rischi su un organo già mal conservato.
In mezzo, una madre che si trova a sentire due campane:
- chi le dice che suo figlio ha ancora una chance chirurgica,
- chi le spiega che, ormai, il trapianto non è più possibile.
Petruzzi inquadra tutto in un tema più grande: il diritto delle famiglie ad avere informazioni chiare, coerenti e complete, senza rimbalzi di responsabilità tra ospedali.
La strategia legale: verità, responsabilità, cure possibili
Dal punto di vista strettamente tecnico, la battaglia di Francesco Petruzzi si gioca su tre fronti.
1. Verità su cosa è accaduto al cuore
Capire se davvero il cuore è stato:
- conservato in un contenitore non conforme,
- esposto a temperature troppo basse con ghiaccio secco,
- nonostante tutto giudicato comunque “trapiantabile”.
Su questo sono decisive le perizie e le analisi dei Nas.
2. Responsabilità individuali e di sistema
Stabilire chi ha deciso cosa:
- chi ha autorizzato quel tipo di trasporto,
- chi ha visto le condizioni dell’organo prima dell’intervento,
- chi ha parlato con la famiglia e che cosa è stato detto.
L’obiettivo è risalire a persone in carne e ossa, non solo “al Monaldi” o “a Bolzano” in astratto.
3. Tutela del presente del bambino
Non c’è solo il passato. Petruzzi continua a chiedere che, oggi, vengano valutate tutte le opzioni possibili: dai centri d’eccellenza alternativi al tema del cuore artificiale, fino alla verifica di ogni strada sperimentale percorribile, compatibilmente con lo stato del piccolo.
Accanto a lui, di recente, si è affiancato anche un altro penalista, a conferma del fatto che il fascicolo si sta allargando e che la famiglia non vuole lasciare scoperto nessun fronte.
Un volto riconoscibile in un caso che divide il Paese
Nel giro di poche settimane, l’avvocato Francesco Petruzzi è diventato uno dei volti più riconoscibili di questa vicenda. Alcuni lo vedono come il legale che dà voce alla rabbia dei genitori, altri come un avvocato molto abile anche sul piano mediatico, capace di tenere il caso sempre acceso nell’opinione pubblica.
Lui si muove sul solco che si è costruito negli anni: colpa medica, risarcimento, difesa dei più fragili. Solo che questa volta non si tratta “solo” di soldi o di un referto sbagliato, ma del cuore di un bambino di due anni, di un trapianto finito male, di un sistema che dovrà spiegare per filo e per segno come sia stato possibile arrivare a tanto.
FAQ su Francesco Petruzzi e il caso del cuore “bruciato”
Chi è l’avvocato Francesco Petruzzi?
È un avvocato civile dell’area di Napoli, con studio a Casalnuovo, specializzato in danno alla persona, responsabilità medica e infortunistica. In questo momento assiste la famiglia del bambino trapiantato con un cuore danneggiato all’ospedale Monaldi di Napoli.
Perché si parla di “cuore bruciato”?
Si usa questa espressione perché, secondo quanto emerso, il cuore trapiantato al bambino sarebbe stato conservato in modo scorretto durante il trasporto, in un contenitore improprio e con ghiaccio secco, subendo un danneggiamento delle sue strutture, come se fosse stato “bruciato” dal freddo.
Che cosa contesta l’avvocato Petruzzi ai medici?
Contesta tre cose principali:
– la conservazione sbagliata dell’organo,
– la scelta di trapiantare comunque il cuore danneggiato,
– la mancata informazione completa alla famiglia prima e dopo l’intervento.
Quante persone risultano indagate finora?
Al momento risultano sei indagati, tra medici e operatori sanitari, divisi tra chi ha partecipato all’espianto dell’organo e chi ha eseguito il trapianto. L’ipotesi di reato è lesioni colpose gravissime.
Qual è la situazione del bambino oggi?
Il bambino è ancora ricoverato in terapia intensiva, sostenuto da una macchina Ecmo. Le sue condizioni restano gravi. Un importante ospedale pediatrico ha espresso il parere che non sia più trapiantabile, mentre il Monaldi lo mantiene formalmente in lista per un eventuale nuovo cuore, a testimonianza di un forte contrasto anche sul piano medico.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






