Il punto focale di questa vicenda sta tutto in una frase.
Poche parole, pronunciate con un candore che disarma.
Lettere che, una accanto all’altra, restituiscono in chiaroscuro l’idea del valore attribuito a una donna. Non una donna qualunque, ma la persona con cui condividi casa, tempo e due bambini piccoli.
“Oggi le ho dato solo due schiaffi.”
Basta questo, per capire.
“Solo due schiaffi”: come se la violenza potesse essere misurata a colpi di riduzione, di “solo”, di “niente di grave”.
Per il 31enne fermato dai Carabinieri della stazione di Villaricca, quei due schiaffi erano la giustificazione.
Per chi interviene ogni giorno su fronti come questo, sono l’ennesimo tassello di una storia di maltrattamenti in famiglia che, questa volta, non è sfociata in qualcosa di ancora peggiore solo per un soffio.
La fuga verso la caserma
È primo pomeriggio, le 14 sono passate da poco.
Al citofono della caserma di Villaricca si presenta una donna di 28 anni. È agitata, si guarda intorno come chi teme che qualcuno possa rispuntare da un momento all’altro.
Con lei c’è il figlio di 5 anni, uno dei due bambini avuti con il compagno. Le stringe la mano, la segue in silenzio.
La donna racconta ai militari di essere fuggita da casa poco prima, dopo l’ennesima aggressione.
Sul corpo – anche nelle parti non coperte dagli abiti – i Carabinieri vedono chiaramente grossi lividi violacei. Segni che parlano prima ancora delle parole.
Alla base, ancora una volta, ci sarebbe la gelosia: discussioni, accuse, controllo.
Il finale, però, è sempre uguale: schiaffi, calci, paura.
La confessione: “solo due schiaffi”
I Carabinieri ascoltano la giovane donna.
Ascoltano il racconto delle violenze degli ultimi mesi, dei silenzi, delle lacrime mai tradotte in denunce prima di oggi. Poi decidono di intervenire subito.
Raggiungono l’uomo in casa. È ancora lì.
Lo portano in caserma, lo interrogano.
È in quel momento che il 31enne ammette, tremando, di averla colpita. Ma prova a ridimensionare:
“Oggi le ho dato solo due schiaffi.”
Solo.
Come se esistesse una soglia accettabile.
Come se la misura della violenza fosse un numero, e non il fatto stesso di alzare le mani su chi dovrebbe sentirsi al sicuro, non in pericolo, dentro le mura di casa.
Per i Carabinieri non c’è molto altro da chiarire: per l’uomo scattano le manette.
Viene portato in carcere, arrestato con l’accusa di maltrattamenti in famiglia e lesioni personali.
La donna in ospedale, 20 giorni di prognosi
La vittima viene accompagnata al pronto soccorso dell’ospedale San Giuliano, dove i medici si prendono cura delle sue ferite.
Il referto parla chiaro: 20 giorni di prognosi.
Venti giorni per far sgonfiare i lividi.
Molti di più, probabilmente, per provare a rimarginare quelli che non si vedono.
Oltre il “solo”: il valore di una vita
“Solo due schiaffi” non è una frase qualsiasi.
È il riflesso di una cultura che ancora troppo spesso minimizza, sminuisce, giustifica.
In quelle tre parole c’è l’idea pericolosa che una certa dose di violenza sia “sopportabile”, che non valga la pena disturbarne il mondo esterno, chiamare aiuto, denunciare.
Ma ogni schiaffo, ogni spinta, ogni insulto è un confine superato.
Ogni livido sulla pelle di una donna, ogni paura impressa negli occhi di un bambino che assiste, è una violenza piena, mai “solo” qualcosa.
Questa storia finisce con un arresto, una denuncia, una prognosi medica.
Ma, soprattutto, con una 28enne che ha trovato la forza di suonare il citofono di una caserma e di dire, finalmente, cosa succedeva davvero tra quelle quattro pareti.
Ed è da lì che bisogna ripartire: dal coraggio di chi chiede aiuto, e dalla capacità delle istituzioni – e della società tutta – di rispondere senza più indulgere al “solo”.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






