C’è un momento, in ogni comunità, in cui un nome che tutti conoscono smette di essere solo un nome e diventa un vuoto. A Sant’Alberto e nelle campagne attorno è successo in queste ore, con la morte improvvisa del dottor Antonio Tremamunno, medico di famiglia da quasi trent’anni, colpito da un malore mentre era al lavoro.
Aveva poco più di sessant’anni, una moglie, tre figli. E una lista di pazienti che somigliava più a un pezzo di rubrica di paese che a un elenco anonimo di codici fiscali.
Un medico di base nel senso più pieno del termine
Tremamunno era il medico di medicina generale a Sant’Alberto, frazione di Ravenna affacciata sulle valli. Il suo ambulatorio in via Cavedone era uno dei centri nevralgici della zona: lì passavano anziani soli, famiglie giovani, bambini con la febbre, lavoratori con problemi cronici da gestire.
Da anni seguiva anche gli ospiti della casa protetta Don Zalambani, diventando per molti di loro l’unico volto sanitario stabile nel tempo. Non era raro vederlo fermarsi qualche minuto in più, oltre la visita, per scambiare due parole con i parenti o con gli operatori.
Chi lo conosceva lo descrive con tre parole che tornano spesso: umanità, ascolto, disponibilità. Non solo prescrizioni e ricette, ma spiegazioni, pazienza, un modo di fare che metteva a proprio agio soprattutto i più fragili.
Le radici lontane e la vita costruita in Romagna
Originario della Basilicata, Tremamunno aveva scelto la Romagna come casa professionale e umana. Qui aveva costruito la sua carriera, ma anche la sua famiglia.
Di lui, i racconti che circolano in queste ore dicono che la medicina non era stata un “colpo di fulmine” immediato, ma una strada scoperta un po’ alla volta, trasformata in vocazione giorno dopo giorno, paziente dopo paziente.
Chi gli era vicino racconta di un uomo mite, poco incline alle grandi frasi, ma estremamente concreto: più a suo agio in studio o al letto di un anziano che davanti ai riflettori. Uno di quei professionisti che non finiscono mai in prima pagina, se non – purtroppo – quando se ne vanno.
Il malore in studio e la corsa in ospedale
La mattina del malore era una mattina qualsiasi di ambulatorio. Pazienti in sala d’attesa, visite da smaltire, qualche urgenza da incastrare.
Poi, all’improvviso, il corpo ha detto basta.
Un malore improvviso durante l’attività, i soccorsi chiamati in fretta, la corsa in ospedale. I colleghi hanno provato a rianimarlo, a strapparlo a quell’istante di buio. Non c’è stato nulla da fare.
La notizia è circolata velocemente, com’è inevitabile in luoghi dove tutti si conoscono. In poche ore, Sant’Alberto e le frazioni vicine si sono ritrovate a far i conti con la perdita non solo di un medico, ma di un pezzo di identità collettiva.
Il cordoglio di un territorio intero
Nelle chat di paese, sui social, nei bar e nei corridoi delle strutture assistenziali, il tono è lo stesso: incredulità e gratitudine.
C’è chi ricorda la visita a domicilio “anche la sera tardi, quando gli altri ambulatori erano già chiusi”, chi la telefonata fuori orario, chi l’attenzione dedicata non solo al paziente, ma anche al familiare stanco che accompagnava.
Dalle istituzioni locali arrivano parole che vanno oltre la formula di rito. Il dottor Tremamunno viene definito un “punto di riferimento prezioso per la comunità”, un professionista che ha garantito cura e presenza “con dedizione, amore e una straordinaria umanità” per oltre venticinque anni.
Anche la famiglia, pur nel dolore, ha scelto di condividere un messaggio che lo racconta con delicatezza: un uomo che ha trasformato il proprio lavoro in una forma di aiuto costante, e che – questa l’espressione che rimane – continuerà ad aiutare gli altri anche dopo la morte. Un riferimento che lascia intuire scelte di grande generosità, senza bisogno di entrare nei dettagli.
Cosa resta quando non c’è più il “nostro dottore”
La scomparsa del dottor Tremamunno apre inevitabilmente anche un tema pratico: che cosa succede quando un medico di base così radicato viene a mancare in un territorio già segnato dalla carenza di professionisti?
È una domanda che riguarda la riorganizzazione degli assistiti, la copertura dell’ambulatorio, il carico di lavoro sui colleghi. Ma riguarda soprattutto la dimensione più impalpabile: la fiducia.
Per centinaia di pazienti, quel medico era la persona a cui si raccontano le malattie, ma anche i pezzi di biografia che con le malattie si intrecciano. Conoscere storie familiari, condizioni lavorative, fragilità sociali permette a un medico di base di curare meglio. Sostituire questa conoscenza richiede tempo.
Il territorio dovrà trovare nuove risposte, nuovi riferimenti. Nel frattempo, la sensazione è quella di un lutto collettivo che supera la soglia della sala d’attesa e si allarga alle strade, alle case, alle strutture dove il dottor Tremamunno è passato così tante volte.
Il ritratto di un medico “normale”, per questo insostituibile
In un’epoca in cui si parla spesso di sanità solo in termini di numeri, liste d’attesa, tagli e riforme, la storia di Antonio Tremamunno ci riporta alla base: la medicina di prossimità la fanno persone in carne e ossa, con il loro modo di ascoltare, rassicurare, spiegare.
Il suo ritratto, raccolto pezzo per pezzo dalle voci di chi l’ha conosciuto, è quello di un medico “normale” – niente clamori, niente primariati, niente fama – proprio per questo insostituibile.
Resta il dolore di chi lo ha amato e di chi si è affidato a lui.
Resta il vuoto in via Cavedone, davanti a una porta che per anni è stata la prima tappa di chi aveva bisogno di aiuto.
Ma resta anche, forte, l’idea che la sua eredità più grande non siano i numeri, gli anni di servizio, le cariche, bensì il modo in cui ha scelto di stare accanto alle persone.
In fondo, per un medico di famiglia, è lì che si misura davvero il senso di una vita di lavoro. E a Sant’Alberto, in questi giorni, sembra che nessuno abbia dubbi su quale fosse la risposta, nel caso del dottor Antonio Tremamunno.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






