Chi è Ilia Malinin, il “Dio dei quad” che ha sbagliato la notte più importante? Padre, fidanzata, origini, caduta, olimpiadi

Daniela Devecchi

Chi è Ilia Malinin, il “Dio dei quad” che ha sbagliato la notte più importante? Padre, fidanzata, origini, caduta, olimpiadi

Ha 21 anni, ha già riscritto la tecnica del pattinaggio con il quadruplo Axel e sette salti quadrupli in un unico programma. A Milano-Cortina 2026 doveva essere la sua incoronazione, è diventata la sua notte più buia: ottavo nell’individuale, post sui social che preoccupano i fan, ora la sfida è ricominciare.

Un 21enne che ha riscritto la fisica del pattinaggio

Ilia Roman Malinin, per tutti “Ilia” o “Quad God”, è nato il 2 dicembre 2004 a Fairfax, in Virginia. Ha il passaporto statunitense, ma in pista si porta addosso un pezzo di ex Unione Sovietica: i genitori sono nati in Russia e hanno gareggiato per l’Uzbekistan.

A 21 anni il suo curriculum è già quello di una carriera intera:

  • oro olimpico nel team event di Milano-Cortina 2026;
  • due titoli mondiali consecutivi nel singolo maschile;
  • tre Finali di Grand Prix vinte di fila;
  • una serie di vittorie che, fino alla vigilia dei Giochi, lo aveva reso praticamente intoccabile.

Ma soprattutto: è il primo pattinatore ad aver atterrato in gara un quadruplo Axel, il salto più difficile del pattinaggio, con quattro giri e mezzo in aria. E l’unico ad aver infilato sette salti quadrupli in un programma libero, alla Finale di Grand Prix 2025. Da qui il soprannome, diventato anche handle sui social: Quad God.

Origini e famiglia: la dinastia Malinin–Skorniakov

Per capire Ilia bisogna partire da chi c’era sul ghiaccio prima di lui.

La madre è Tatiana Malinina, singolista elegante e longeva, campionessa continentale e più volte protagonista ai Mondiali. Il padre è Roman Skorniakov, ex pattinatore che ha rappresentato l’Uzbekistan in due Olimpiadi. Si conoscono nel circuito internazionale, finiscono per pattinare per la stessa federazione, poi scelgono gli Stati Uniti come nuova casa e si trasferiscono nell’area di Washington.

Quando nasce Ilia, il ghiaccio è già parte dell’arredamento di famiglia: mamma e papà allenano, lui li segue in pista e comincia a saltare prestissimo. Curiosità non banale: il cognome che porta è quello della madre, “Malinin” nella forma maschile, più semplice da pronunciare per il pubblico americano rispetto a Skorniakov.

Oggi i genitori sono ancora il suo team tecnico principale. Hanno costruito, pezzo dopo pezzo, la progressione dei salti che ha portato Ilia a normalizzare l’idea di un libero con sette quad e un quadruplo Axel in mezzo. Una famiglia-squadra in piena regola.

Padre e coach: chi è Roman Skorniakov

Nella narrativa attorno a Malinin si parla spesso della madre, ma il padre Roman è il pezzo meno visibile e altrettanto centrale del puzzle.

Ha fatto parte della generazione di pattinatori cresciuti tra Russia e Asia centrale, ha conosciuto da dentro la pressione delle grandi competizioni e oggi è un tecnico specializzato sui salti. È lui, insieme a Tatiana, a supervisionare ogni dettaglio della rotazione in aria, dell’ingresso, delle combinazioni che Ilia porta in gara.

Nelle interviste Roman si definisce “il fan numero uno” del figlio, ma resta anche il suo correttore più severo: è quello che, in allenamento, può permettersi di dirgli che un quadruplo “non è abbastanza buono” anche quando tutti gli altri sono in piedi a battergli le mani.

Fidanzata, no grazie (per ora). E una vita privata molto normale

Il titolo strizza l’occhio al capitolo sentimentale, ma qui la risposta è semplice: al momento non c’è una fidanzata ufficiale.

Lo stesso Malinin, nelle interviste, ha spiegato che per ora preferisce non avere una relazione stabile, perché vuole mettere davanti a tutto la carriera. L’idea è: prima vedere fin dove può arrivare come atleta, poi pensare al resto.

Fuori dal ghiaccio, per quanto possibile, è un ragazzo di vent’anni come tanti: videogiochi, qualche uscita con gli amici, amore per i social, passione per l’arte e il disegno. Poco prima delle Olimpiadi ha anche allargato la “famiglia” con due gatti adottati, di cui parla spesso con un affetto quasi imbarazzato.

È una normalità che cozza con l’immagine del fenomeno tecnico capace di sfidare la gravità. E che rende ancora più stridente ciò che è successo a Milano-Cortina.

L’ascesa del “Dio dei quad”

Sportivamente, Malinin è la punta di un nuovo salto evolutivo del pattinaggio maschile.

A 17 anni mette in piedi il primo quadruplo Axel completato in gara: quattro giri e mezzo, ingresso avanti, un margine di errore minimo. Dove prima il salto era considerato quasi fantascienza, lui lo porta in pista come arma fissa.

Nel giro di poche stagioni:

  • domina i campionati nazionali statunitensi;
  • sale sul podio mondiale, poi vince e difende il titolo;
  • fa sua, anno dopo anno, la Finale del Grand Prix.

Il punto di rottura arriva nel dicembre 2025: libero con sette quadrupli, quad Axel incluso. Una montagna di punti tecnici che ridisegna le gerarchie. Da quel momento, ogni programma maschile “normale” sembra, per contrasto, un po’ meno all’altezza dei tempi.

Per oltre due anni, Malinin viene percepito come praticamente imbattibile: se resta in piedi, vince. Punto.

Olimpiadi: l’oro a squadre e il backflip da copertina

Milano-Cortina 2026 è la sua prima Olimpiade, e l’inizio è da film.

Nel team event, la gara a squadre, guida gli Stati Uniti verso l’oro con programmi a difficoltà altissima. È il suo primo oro olimpico, il momento in cui molti lo incoronano simbolicamente “re del nuovo pattinaggio”.

In quell’occasione firma anche un gesto pieno di significato simbolico: un backflip perfettamente eseguito, un salto acrobatico spettacolare che per anni era stato vietato e che ora rientra, con paletti precisi, nel repertorio. Un numero da poster, che contribuisce a costruire il mito del ragazzo che fa cose “che non si dovrebbero fare” sul ghiaccio e invece le rende possibili.

Tutto sembra pronto per la consacrazione definitiva nella gara individuale.

La notte più importante (e più buia): l’ottavo posto nell’individuale

Nell’individuale maschile Malinin arriva da favoritissimo.

Dopo il programma corto è primo, con un margine di diversi punti sul resto del gruppo: salti puliti, componenti sempre più solidi, l’idea diffusa che l’oro sia una formalità da sbrigare nel libero.

Poi arriva la notte del libero, quella “più importante”, e succede il contrario di tutto ciò che era scritto.

Nel giro di quattro minuti e mezzo:

  • cade due volte;
  • declassa alcuni salti chiave, tra cui il tentativo di quad Axel;
  • perde fluidità, sicurezza, ritmo.

Il punteggio crolla, lui scivola all’ottavo posto finale. L’oro va al kazako Mikhail Shaidorov, autore di un programma pulito e di altissima difficoltà, che consegna al suo Paese il primo titolo olimpico della storia del pattinaggio di figura.

Il contrasto è fortissimo: da un lato il predestinato che inciampa, dall’altro l’outsider che coglie la serata perfetta.

Caduta e ferite invisibili: la pressione e i post sui social

Subito dopo la gara, Malinin si presenta ai microfoni con gli occhi lucidi e pochissime frasi. Ammette di aver “rovinato” la prova, parla di pressione, di mente e corpo che “non si sono parlati”.

Nei giorni successivi, la narrazione si sposta anche sulla sua fragilità emotiva.

Sui social compaiono e scompaiono in fretta alcuni contenuti molto personali, con riferimenti alla stanchezza, al sentirsi inadeguato, alla sensazione che qualsiasi cosa faccia “non sia mai abbastanza”. Post che molti fan leggono come un campanello d’allarme.

Se da un lato esplode l’ansia del pubblico (“stai bene?”, “prenditi cura di te, non solo dei tuoi salti”), dall’altro sale una grande ondata di solidarietà: migliaia di messaggi che gli ricordano che “una gara non definisce chi sei”, che l’ottavo posto non cancella i record, né la persona dietro al pattinatore.

Intanto, anche la famiglia fa quadrato. La madre, molto presente sui social, difende il figlio, ricorda i sacrifici, sottolinea che un atleta non dovrebbe essere ridotto a un punteggio in un’unica serata storta.

La storia, d’un tratto, smette di essere solo tecnica e diventa il racconto di un ventunenne che fa i conti con il lato oscuro di un’etichetta enorme – “Dio dei quad” – appiccicata addosso a un ragazzo che resta, comunque, umano.

E adesso? Mondiali, rivalità e bivio di carriera

Il giorno dopo il crollo, Ilia non scappa. Resta al palazzetto, torna ad allenarsi, si fa vedere sugli spalti a tifare gli altri. È un modo silenzioso per dire: sono ancora qui.

Dal suo entourage arriva la conferma più importante: difenderà comunque il titolo mondiale ai prossimi Mondiali di Praga, a fine marzo. Lì ritroverà proprio Shaidorov, il nuovo campione olimpico. Si annuncia una rivalità generazionale che potrebbe segnare il quadriennio verso i prossimi Giochi.

Intanto, paradossalmente, la sua popolarità cresce: follower che raddoppiano, video delle sue performance “impossibili” rilanciati ovunque, dibattiti tra chi lo vede come l’eroe tragico di Milano-Cortina e chi è convinto che la caduta olimpica sarà solo un capitolo in una storia molto più lunga.

Il punto: chi è davvero Ilia Malinin

Chi è, allora, Ilia Malinin?

È il figlio di due olimpionici che hanno portato la loro vita sul ghiaccio dall’ex URSS alla Virginia e che oggi allenano il campione del mondo in casa.
È il ragazzo che ha trasformato il quadruplo Axel da leggenda a elemento di programma, e che ha fatto sembrare “normale” un libero con sette quadrupli.
È il ventunenne che, per una notte, ha scoperto davanti a tutti quanto può essere pesante reggere l’idea di essere invincibile.

Davanti a lui ora c’è un bivio: lasciare che Milano-Cortina resti il trauma che lo definisce, oppure usarla come punto di ripartenza, la crepa da cui entra nuova luce.

Guardando la sua storia – la famiglia-team, l’ossessione per il ghiaccio, la disponibilità a mostrarsi vulnerabile – è difficile pensare che questa sia la parola “fine”. Più realisticamente, è una virgola rumorosa nel racconto del pattinatore più estremo della sua generazione. E di un essere umano che, sotto la scritta Quad God, sta imparando a convivere anche con la possibilità di cadere.