Morto Simone Scalogna, marito di Ginetta Di Caro: nuovo grave lutto per l’Aias di Borgo Manfria

Serena Comito

Morto Simone Scalogna, marito di Ginetta Di Caro: nuovo grave lutto per l’Aias di Borgo Manfria

Quando una comunità ruota intorno a un centro che, ogni giorno, accoglie persone fragili, la morte non è mai solo una notizia. È un colpo che attraversa famiglie, operatori, pazienti.
A Gela, nelle ultime ore, il nome che tutti si stanno passando sottovoce è quello di Simone Scalogna, marito di Ginetta Di Caro, figura di riferimento dell’Aias di Borgo Manfria.

Secondo quanto riportato dalla stampa locale, Simone è morto a causa di un infarto improvviso, talmente repentino da non lasciargli scampo. Lascia la moglie e i figli, travolti da un dolore che arriva a poche settimane da un altro lutto che ha segnato profondamente lo stesso ambiente: la scomparsa di Rocco Di Caro, fondatore del centro.

Chi era Simone Scalogna nel mondo Aias

Di Simone Scalogna non esistono biografie ufficiali, interviste o profili pubblici da personaggio noto.
Il suo nome, però, emerge in modo chiaro nel contesto dell’Aias di Borgo Manfria, perché legato alla moglie, Ginetta Di Caro, da anni impegnata in prima linea accanto a persone con disabilità e alle loro famiglie.

Il ritratto che si può ricostruire, incrociando le informazioni disponibili, è quello di un pilastro familiare: il compagno di una donna che ha fatto dell’inclusione la propria missione quotidiana. Un marito che viveva accanto a una realtà che, a Gela, rappresenta un punto di riferimento per centinaia di utenti, bambini, ragazzi e adulti seguiti nei percorsi riabilitativi.

La notizia del suo decesso è stata definita dai media come un “nuovo grave lutto per l’Aias”. Non solo per la vicinanza affettiva alla famiglia Di Caro, ma perché l’ennesimo colpo a una struttura che, negli ultimi mesi, ha già dovuto dire addio alla figura che l’aveva fatta nascere e crescere.

Il legame con Ginetta Di Caro e la famiglia che ha costruito il centro

Per capire il peso di questa morte, bisogna guardare al percorso della famiglia Di Caro.

L’Aias di Borgo Manfria, negli anni, è stata sviluppata e guidata da Rocco Di Caro, insieme alla moglie Anna Maria Longo e ai figli. Un lavoro lungo, fatto di ampliamenti, progetti, investimenti umani ed economici, fino a trasformare il centro in un punto fermo per la riabilitazione sul territorio.

Dentro questa storia familiare si colloca Ginetta, oggi tra le figure chiave delle attività del centro.
Gli articoli che raccontano la vita dell’Aias la descrivono come una delle anime dei progetti di socializzazione e sport inclusivo, in particolare per il seminternato: un luogo dove i ragazzi non fanno solo terapia, ma imparano a stare insieme, a giocare, a muoversi, a “uscire” simbolicamente dai confini della disabilità.

In questo quadro, Simone non appare mai come protagonista pubblico. Ma è lì, nel ruolo più difficile da raccontare: quello di marito e padre, di presenza silenziosa che sorregge, di uomo che divide la vita quotidiana con chi porta sulle spalle una struttura così delicata.

Un doppio lutto in poche settimane per l’Aias di Borgo Manfria

La morte di Simone arriva in un momento già segnato dal dolore.
Il giorno di Natale 2025, infatti, la comunità aveva perso Rocco Di Caro, fondatore e presidente del centro di Borgo Manfria. Ricoverato in Cardiologia, le sue condizioni si erano aggravate fino al decesso, segando la fine di una stagione iniziata decenni prima.

Per l’Aias, quella scomparsa aveva rappresentato molto più della perdita di un dirigente: era venuta meno la figura che aveva creduto per prima nella possibilità di costruire una struttura moderna, capace di accogliere centinaia di utenti e le loro famiglie.

Oggi, a distanza di poche settimane, la stessa rete di persone si ritrova a stringersi attorno alla figlia di Rocco, Ginetta, e ai suoi figli, per la scomparsa di Simone.
È un doppio lutto che pesa come un macigno su un microcosmo fatto di terapisti, educatori, famiglie, volontari e pazienti che vivono il centro non solo come luogo di cura, ma come seconda casa.

L’Aias di Gela: non solo riabilitazione, ma comunità

Per capire quanto questa notizia colpisca la città, basta guardare a ciò che oggi rappresenta l’Aias sezione di Gela.

La struttura segue centinaia di utenti, con servizi che spaziano dalla riabilitazione motoria e neuropsicomotoria alle terapie logopediche, dai laboratori occupazionali fino ai progetti di sport inclusivo.
Negli ultimi anni, il centro ha inaugurato nuovi spazi di socializzazione, coinvolgendo i ragazzi in attività che vanno dal calcio balilla fino a discipline come boccia, baskin, tennis, sempre con l’obiettivo di abbattere barriere fisiche e psicologiche.

Sono progetti che spesso portano la firma, o l’impronta evidente, di Ginetta Di Caro e del suo gruppo di lavoro: iniziative organizzate nei palazzetti, giornate evento, percorsi che trasformano la riabilitazione in esperienza di gruppo e di crescita.

In questo scenario, la morte di Simone tocca non solo la sfera privata, ma l’equilibrio emotivo di una comunità intera.
Chi frequenta il centro conosce i volti, i legami, le parentela. Sa chi è “la figlia di Rocco”, sa quanto sia fragile un sistema costruito sulla forza di poche persone che trainano tutti.

Il dolore della famiglia e il silenzio necessario

Al momento, non risultano note pubbliche, messaggi ufficiali o lunghi necrologi firmati dalla famiglia.
È un silenzio comprensibile: la notizia è fresca, il dolore troppo vicino. Le poche righe che emergono dalle cronache locali bastano a delineare l’essenziale:

  • morte per improvviso infarto;
  • legame diretto con la famiglia Di Caro;
  • moglie e figli che restano, insieme a una comunità che conosce bene il peso di questa perdita.

In questi casi, il confine tra informazione e rispetto è sottile. Si può raccontare ciò che è pubblico: la dinamica generale, il contesto, la ricaduta sulla comunità. Ma tutto ciò che appartiene al privato – le ultime ore, i dettagli clinici, le parole scambiate in famiglia – resta fuori, com’è giusto che sia.

Una comunità che si stringe attorno alla famiglia Di Caro

Nelle prossime ore e nei prossimi giorni, è probabile che arriveranno messaggi di cordoglio più espliciti: parole di vicinanza, ricordi condivisi, forse iniziative per ricordare Simone all’interno del centro o durante qualche evento.

Per ora, ciò che emerge è l’immagine di una famiglia colpita due volte, ma circondata da una rete di affetto che da anni ruota attorno all’Aias di Borgo Manfria.
Operatori, genitori dei ragazzi, utenti storici: è questo il popolo silenzioso che, lontano dai riflettori, sa cosa significa perdere in poco tempo due figure così vicine al cuore del progetto.

La sensazione è quella di una comunità che, ancora una volta, dovrà trovare la forza di andare avanti. Come spesso succede nei luoghi dove si convive ogni giorno con la fragilità, il dolore non cancella il lavoro fatto, ma lo rende ancora più prezioso.

Domande frequenti

Chi era Simone Scalogna?
Simone Scalogna era il marito di Ginetta Di Caro, figura di riferimento dell’Aias di Borgo Manfria, a Gela. Non era un personaggio pubblico, ma una presenza centrale nella vita familiare e nel contesto umano che ruota intorno al centro.

Di cosa è morto Simone Scalogna?
Secondo quanto riportato dalle cronache locali, Simone Scalogna è morto a causa di un infarto improvviso, descritto come un malore talmente repentino da non lasciargli scampo.

Che rapporto c’è tra Simone Scalogna e l’Aias di Borgo Manfria?
Il legame di Simone con l’Aias passa attraverso la moglie, Ginetta Di Caro, impegnata da anni nei progetti del centro. Per questo la sua morte è stata definita un “nuovo grave lutto per l’Aias”.

Perché si parla di “nuovo grave lutto” per l’Aias?
Perché poche settimane prima era morto Rocco Di Caro, fondatore e presidente dell’Aias di Borgo Manfria. La scomparsa di Simone arriva subito dopo quella di Rocco, colpendo la stessa famiglia e lo stesso ambiente.

L’Aias di Gela continuerà le sue attività nonostante questi lutti?
Le cronache non parlano di sospensioni o chiusure. Come spesso accade in realtà così radicate sul territorio, è probabile che il centro continui il proprio lavoro, anche se segnato da un dolore profondo che riguarda operatori, utenti e famiglie.