Luiso Sturla è morto a 95 anni nella sua Chiavari, la stessa città dove era nato nel 1930 e dove, negli ultimi anni, aveva deciso di tornare a vivere e a lavorare. Il mondo dell’arte lo saluta come uno dei maestri della pittura informale italiana, un ponte continuo tra la Liguria, Milano, New York e l’America Latina.
Per chi lo ha conosciuto da vicino era “Luìso”, con quell’accento pronunciato a metà tra il ligure e l’internazionale. Per tutti gli altri, un nome che compariva sui cataloghi, sulle pareti dei musei, nelle firme dei quadri fatti di materia, graffi, colore e silenzio.
Biografia e primi anni: Chiavari, Genova, Torino
Nato a Chiavari nel 1930, Sturla si forma prima al liceo artistico Barabino di Genova, poi alla facoltà di Architettura di Torino. Due mondi che resteranno sempre dentro la sua pittura: da una parte la disciplina del progetto, dall’altra la libertà del gesto.
Nei primi anni Cinquanta, a Chiavari, frequenta pittori come Bartolomeo Sanguineti e Vittorio Ugolini. Con loro dà vita al “Gruppo del Golfo”: un laboratorio di idee che guarda oltre la figurazione tradizionale e che mette la Riviera di Levante in dialogo con le correnti più avanzate dell’epoca.
Nel 1953 aderisce al Movimento Arte Concreta (MAC) di Milano, diventandone segretario per la Liguria. È un passaggio decisivo: lo porta dentro una rete di artisti, critici e gallerie che negli anni Cinquanta stanno riscrivendo il vocabolario dell’arte italiana.
Dalla Liguria a New York: la svolta internazionale
La prima grande esposizione personale arriva nel 1959, alla Galleria Numero di Firenze. Non è un episodio isolato: è l’inizio di una stagione in cui Sturla comincia a spostarsi, ad accettare inviti, a cambiare orizzonti.
Poco dopo c’è il salto che molti sognano e pochi hanno il coraggio di fare: New York.
Sturla vi resta per oltre un anno, in piena stagione dell’espressionismo astratto. Incontra pittori, poeti, galleristi; entra in contatto con figure come Michael Goldberg e Gregory Corso. Assorbe l’energia dei loft, delle gallerie di downtown, di un’America che in quegli anni sta ridefinendo il concetto stesso di pittura.
Quella parentesi newyorkese non è una curiosità biografica, ma un punto di svolta: da lì in avanti la sua pittura si muove con naturalezza dentro il linguaggio informale, fatto di campiture dense, materia accumulata, segni che non illustrano ma suggeriscono.
Milano, le mostre, il riconoscimento
Rientrato dagli Stati Uniti, Sturla sceglie Milano come città d’adozione. Ci si stabilisce nel 1962, in un momento in cui il capoluogo lombardo è un crocevia fondamentale per l’arte contemporanea.
Nello stesso anno il Centro Culturale Olivetti di Ivrea gli dedica una mostra personale, presentata dal critico Marco Valsecchi: è il segno che la sua ricerca viene ormai letta e riconosciuta a livello nazionale.
Negli anni successivi il nome di Luiso Sturla compare:
- nelle grandi mostre collettive italiane,
- nelle rassegne dedicate all’informale,
- in contesti internazionali come la Fondazione Wildenstein di Buenos Aires, dove approda grazie al sostegno di Olivetti Argentina.
Tra anni Ottanta e Duemila arrivano le grandi antologiche:
- a Palazzo Rocca a Chiavari (prima nel 1985, poi nel 2000),
- alla Biennale Nazionale d’Arte di Milano (edizioni 1987 e 1994),
- a Palazzo Reale di Genova,
- al Palazzo della Pilotta di Parma,
- al Museo Sivori di Buenos Aires,
- all’ex chiesa della Madonna della Vittoria a Mantova, in una mostra curata da Arturo Carlo Quintavalle.
Sono tappe che consolidano il suo ruolo di maestro riconosciuto, non solo in ambito ligure.
Lo stile: maestro dell’informale tra materia e silenzio
Parlare di Luiso Sturla significa parlare di pittura informale, ma l’etichetta da sola non basta.
Le sue opere sono spesso superfici in cui il colore non è semplice riempimento, ma sostanza che si addensa, si screpola, si sovrappone. La tela diventa campo di forze: strati, graffi, frammenti di segni che sembrano emergere e scomparire nello stesso momento.
Non ci sono figure, non ci sono “soggetti” in senso tradizionale. C’è un clima. Una vibrazione. Un equilibrio sottile tra ordine e caos, tra rigore interiore e libertà del gesto.
Chi ha scritto di lui ha spesso sottolineato due aspetti:
- da un lato il radicamento ligure, percepibile in certi orizzonti, in certi tagli di luce, in un rapporto speciale con il mare e con la terra;
- dall’altro la capacità di parlare un linguaggio internazionale, capace di dialogare con le esperienze di New York, di Milano, dell’America Latina senza risultare mai derivativo.
È una pittura che non cerca l’effetto immediato, ma chiede tempo: come certe conversazioni che iniziano in punta di piedi e poi ti restano dentro.
L’Archivio Luiso Sturla e il ritorno a Chiavari
Dopo decenni passati tra Milano, viaggi, mostre e studi in giro per il mondo, Luiso Sturla sceglie di tornare a Chiavari in modo stabile. È il 2014: a ottant’anni suonati, riapre un laboratorio in città e ricomincia da lì, tra mare e colline.
Nel 2019 nasce l’associazione culturale “Archivio Luiso Sturla”, che si occupa di tutelare e valorizzare il suo lavoro: catalogazione delle opere, mostre, pubblicazioni, attività didattiche. È la struttura che garantisce continuità alla sua ricerca anche oltre la dimensione individuale.
Nel 2021 l’Archivio organizza a Palazzo Rocca la grande mostra “Sturla. Opere 1950–2020”, un percorso che attraversa settant’anni di attività. E ancora, nel 2023, arriva il film “Io, Luiso Sturla – ritratto biografico informale”, proiettato in anteprima al cinema Mignon di Chiavari: un documentario che lo mostra al lavoro, tra tele, ricordi e riflessioni.
Negli ultimi anni, nonostante l’età, Sturla continua a dipingere, a parlare con i giovani, ad aprire lo studio. Chi lo ha incontrato in questo periodo racconta un uomo lucidissimo, ironico, capace di ripercorrere la propria storia con una naturalezza disarmante.
L’ultimo saluto e la richiesta della famiglia
La notizia della sua morte è arrivata il 15 febbraio 2026.
I necrologi parlano di “lutto nel mondo dell’arte” e di perdita enorme per Chiavari e per la cultura ligure.
I funerali sono stati fissati per martedì 17 febbraio, alle 10, nella chiesa di San Giovanni Battista a Chiavari. Non una sede qualunque: una delle chiese storiche del centro, a due passi dai portici e dai vicoli che lui aveva visto cambiare negli anni.
La famiglia e l’Archivio hanno chiesto espressamente di non inviare fiori, ma di fare – chi lo desidera – una donazione all’associazione “Archivio Luiso Sturla”. Un modo molto concreto per trasformare il cordoglio in qualcosa che resta: studio, cataloghi, mostre, cura delle opere.
È, in fondo, una sintesi perfetta del suo percorso: meno retorica, più sostanza.
Chiavari lo saluta così: con le campane, con le sue tele ancora appese nei musei, con un Archivio che porta il suo nome e che continuerà a tenerlo vivo.
Faq su Luiso Sturla
Chi era Luiso Sturla?
Luiso Sturla era un pittore nato a Chiavari nel 1930, considerato uno dei maestri italiani della pittura informale. Ha lavorato tra Liguria, Milano, New York e l’America Latina, costruendo un linguaggio personale fatto di materia, segni e campiture cromatiche.
Quanti anni aveva Luiso Sturla quando è morto?
Sturla è morto all’età di 95 anni nella sua Chiavari, dove negli ultimi anni era tornato a vivere e a lavorare dopo una lunga carriera internazionale.
Perché è considerato un maestro dell’informale?
Perché fin dagli anni Cinquanta ha scelto una pittura non figurativa, centrata sulla materia, sul gesto e sul colore. Ha dialogato con il MAC, con l’astrazione europea e con l’espressionismo astratto americano, mantenendo però uno stile riconoscibilissimo e coerente nel tempo.
Quali sono state le tappe principali della sua carriera?
Tra le tappe più importanti: il “Gruppo del Golfo” a Chiavari, l’adesione al Movimento Arte Concreta, il periodo a New York, il trasferimento a Milano, le mostre con Olivetti in Italia e in Argentina, le antologiche a Palazzo Rocca, Palazzo Reale a Genova, Parma, Buenos Aires, Mantova e la grande retrospettiva “Opere 1950–2020”.
Cos’è l’Archivio Luiso Sturla?
È l’associazione culturale nata per conservare, studiare e valorizzare l’opera dell’artista. Cura cataloghi, esposizioni e iniziative legate alla sua produzione. In occasione dei funerali, la famiglia ha chiesto di sostenerla con donazioni in sua memoria, al posto dei fiori.
“Head Staff”, giornalista pubblicista laureata in letteratura, amo scrivere e apprendere costantemente cose nuove. Trovo che il mestiere del giornalista sia uno dei più affascinanti che esistano. Ti consente di apprendere, di conoscere il mondo, farti conoscere e di entrare in simbiosi con il lettore






