Morte Simona Ventura, impiegata del Cus Palermo: condannato l’ospedale Villa Sofia per l’intervento in ritardo

Serena Comito

Morte di Simona Ventura, impiegata del Cus Palermo: condannato l’ospedale Villa Sofia per l’intervento in ritardo

A Palermo il nome Simona Ventura non rimanda solo alla celebre conduttrice televisiva. Per chi ha frequentato il Cus Palermo, quel nome significa sport universitario, segreteria, pratiche da sistemare e soprattutto un sorriso fisso dietro al bancone.

Oggi, a distanza di anni dalla sua morte, la sua storia è tornata in primo piano: il tribunale ha stabilito che Simona, 51 anni, è stata operata troppo tardi per un’emorragia cerebrale. E ha condannato l’azienda ospedaliera Villa Sofia-Cervello a pagare oltre 760 mila euro di risarcimento ai familiari.

Chi era Simona Ventura, il volto gentile del Cus Palermo

Nata e cresciuta a Palermo, Simona Ventura lavorava da anni nella segreteria del Cus Palermo, il Centro universitario sportivo del capoluogo.

Per studenti, atleti e allenatori era molto più di una semplice impiegata:

  • seguiva iscrizioni, tesseramenti, corsi;
  • aiutava chi arrivava spaesato in segreteria;
  • faceva da ponte tra uffici, tecnici e ragazzi.

Nel post di cordoglio pubblicato sui social dal Cus Palermo, ripreso anche dalle cronache locali, si legge un saluto semplice ma pesante come un macigno: “Ciao Simona, grazie per tutto”, accompagnato da un cuore. Il suo sorriso viene descritto come un punto di riferimento per studenti e atleti, un volto familiare per chiunque avesse a che fare con le attività del centro sportivo.

Un dettaglio che colpiva tutti: “Si chiamava Simona Ventura, come la nota conduttrice, e lavorava nella segreteria”, sottolinea il lancio condiviso da PalermoToday sui social.
Un’omonimia che spesso strappava una battuta, ma che negli ambienti del Cus non creava confusione: lì, “Simona Ventura” era lei, l’impiegata che sbrigava carte e problemi con pazienza.

Il malore e il ricovero: la corsa in ospedale nel maggio 2015

Il maggio 2015 è il mese che ha cambiato tutto.

Secondo quanto ricostruito nelle carte della causa civile e riportato dalle cronache, Simona viene colpita da un grave malore, riconducibile a un’emorragia cerebrale. Viene trasportata all’ospedale Villa Sofia-Cervello di Palermo, dove viene presa in carico dai medici.

Da qui in poi la storia assume contorni netti sul piano giudiziario, ma resta dolorosa a livello umano:

  • la paziente presenta un quadro neurologico grave;
  • viene avviato un percorso di valutazione in ospedale;
  • secondo i consulenti e il giudice, l’intervento chirurgico non viene eseguito con la tempestività necessaria a fronte della gravità dell’emorragia.

Simona muore a poco più di cinquant’anni, lasciando un vuoto immediato in famiglia e all’interno del Cus. Le cronache parlano di una donna che ha perso la vita “a soli 51 anni” per quella emorragia cerebrale.

La sentenza: Villa Sofia condannata a oltre 760 mila euro

A distanza di anni dalla morte, i familiari di Simona hanno intrapreso un percorso legale per accertare eventuali responsabilità sanitarie.

Il procedimento si è chiuso in questi giorni con una sentenza pesante per la struttura:

  • il Tribunale di Palermo ha riconosciuto la responsabilità dell’ospedale Villa Sofia-Cervello;
  • il giudice Enrico Catanzaro ha stabilito che l’intervento per l’emorragia cerebrale fu effettuato in ritardo, rispetto a quanto richiesto dal quadro clinico;
  • la conseguenza, secondo il tribunale, è stata determinante per l’esito fatale.

Per questo, la struttura sanitaria è stata condannata a pagare complessivamente oltre 760 mila euro ai familiari di Simona.

La cifra non cancella nulla, ma sancisce nero su bianco un principio: in casi del genere, la tempestività delle cure non è un dettaglio, è una linea sottile tra la vita e la morte.

Il ricordo di colleghi, studenti e atleti

Fuori dalle aule di tribunale, però, Simona resta soprattutto quello che è stata ogni giorno dietro quel bancone di segreteria.

Nel post di addio, il Cus Palermo la ricorda come una presenza discreta e indispensabile, una donna capace di tenere insieme burocrazia e umanità: chi passava dagli uffici non trovava solo moduli e timbri, ma qualcuno che si fermava a spiegare, a chiarire, a stemperare le ansie prima di un esame o di una gara.

Le parole che ricorrono di più sono “sorriso” e “punto di riferimento”:

  • per gli studenti che iniziavano a vivere l’università anche attraverso il Cus;
  • per gli atleti che avevano bisogno di una mano con tesseramenti e certificati;
  • per i colleghi che con lei condividevano la routine di ufficio.

La sua morte ha lasciato un vuoto silenzioso: lo spazio fisico che occupava in segreteria è stato riempito da qualcun altro, ma per chi l’ha conosciuta quel posto “resta suo”.

Il caso Simona Ventura e il tema più ampio della responsabilità sanitaria

La storia di Simona non è solo il ricordo di una persona amata. È anche un caso concreto di responsabilità sanitaria, che rimette al centro una domanda scomoda: cosa succede quando la macchina ospedaliera non si muove alla velocità che una situazione d’emergenza richiede?

Nella sentenza, il Tribunale di Palermo non si concentra su un singolo gesto isolato, ma sull’intera gestione del caso: tempi, priorità, decisioni. La conclusione è chiara: un intervento più tempestivo avrebbe potuto cambiare l’esito, o comunque offrire una possibilità in più.

Per i familiari, questa decisione non restituisce Simona. Ma fissa un precedente e, soprattutto, riconosce che quel dolore non è stato solo frutto del destino.