«Ogni secondo conta».
È la frase che Patrizia Mercolino ripete a chiunque le chieda come sta. Da settimane vive praticamente dentro l’ospedale Monaldi di Napoli, accanto al lettino di rianimazione del figlio. Lui è sedato, collegato alle macchine. Il cuore che avrebbe dovuto salvarlo è arrivato danneggiato.
I giornali l’hanno ribattezzata “la mamma del bimbo dal cuore bruciato”. Dietro quella etichetta c’è una donna normale, catapultata in una storia più grande di lei, dove la speranza del trapianto si è trasformata in una battaglia per tenerlo in vita e per avere verità.
La mamma di un bambino malato, ma “quasi normale” prima del trapianto
Prima di tutto, Patrizia è una madre che ha fatto di tutto per regalare normalità a un figlio malato di cuore.
Il suo bambino, poco più di due anni, soffre di cardiomiopatia dilatativa, una malattia del muscolo cardiaco che rende il cuore grande, stanco, poco efficiente. La diagnosi arriva quando lui è piccolissimo: ha solo pochi mesi, diventa improvvisamente pallido, le labbra si tingono di viola, la corsa in ospedale, gli esami, le parole che nessun genitore vorrebbe sentire.
Eppure, quando Patrizia ne parla, torna sempre lì: prima del trapianto suo figlio stava a casa.
Prendeva farmaci tutti i giorni, certo. Aveva controlli periodici. Ma giocava, mangiava, rideva, andava in braccio, tirava fuori il carattere. Una vita faticosa, sì, ma una vita. Una routine costruita intorno alle medicine, non alle macchine.
Questa differenza tra “prima” e “dopo” è il centro di tutto il suo racconto.
La chiamata di dicembre: la speranza che si spezza in sala operatoria
Poi arriva dicembre 2025.
Il telefono squilla: c’è un cuore compatibile per il suo bambino. La chiamata che aspetti per mesi, sapendo che per un organo che arriva c’è sempre un’altra famiglia che piange.
Il donatore è un bimbo di quattro anni, morto al Nord. I genitori acconsentono alla donazione. Un’équipe del Monaldi parte, vola a prendere quel cuore. È il 23 dicembre, una data che per loro doveva essere l’inizio di un nuovo capitolo.
In quelle ore succede quello che oggi è al centro delle indagini:
- il cuore viene prelevato,
- viene messo nel contenitore per il trasporto,
- al posto del ghiaccio “normale” viene usato ghiaccio secco, che raggiunge temperature molto più basse,
- il tessuto cardiaco si danneggia, viene definito dagli stessi sanitari un cuore “bruciato”.
Quando l’organo arriva a Napoli e si capisce che c’è un problema, il cuore del bambino di Patrizia è già stato tolto. Il vecchio, seppur malato, non c’è più.
Non c’è modo di fare marcia indietro. In sala operatoria si decide di impiantare comunque quel cuore danneggiato, nel tentativo estremo di dare al piccolo una possibilità. Ma il nuovo organo non parte, non riesce a svolgere la sua funzione.
Per tenerlo in vita, i medici sedano il bimbo, lo mettono in coma farmacologico e lo collegano a una macchina che ossigena il sangue al posto del cuore e dei polmoni. È una procedura pesante, pensata per tempi brevi, non per settimane.
Il giorno che doveva segnare la rinascita diventa l’inizio di un incubo.
Oggi: un bimbo attaccato alle macchine e una madre che non molla
Da quel 23 dicembre, la vita di Patrizia è diventata un corridoio di ospedale, una poltrona accanto al lettino, un rumore continuo di allarmi e pompe.
Il figlio è da oltre cinquanta giorni collegato alle macchine, sempre sedato, tenuto in vita da un supporto esterno. Il tempo, però, non gioca a suo favore: più a lungo resta in queste condizioni, più anche gli altri organi si affaticano. Il fegato è in sofferenza, i valori oscillano, ogni giorno è un equilibrio nuovo da tenere in piedi.
Nel frattempo, è stato inserito ai primissimi posti nella lista d’attesa per un nuovo cuore pediatrico. Il suo caso è considerato prioritario, il nome è segnalato anche fuori dall’Italia, dove possibile.
Si è parlato anche di un cuore artificiale per bambini, ma i medici hanno spiegato che, nelle sue condizioni, il rischio sarebbe altissimo. Al momento l’unica vera strada è trovare un nuovo organo compatibile, il più in fretta possibile.
È qui che nasce l’appello di Patrizia: non urla, non fa scenate. Ripete soltanto che ogni secondo conta, che ogni giorno in più così è un giorno rubato al futuro del figlio.
«Non ci hanno detto del cuore bruciato: l’abbiamo scoperto dai giornali»
C’è un passaggio che racconta benissimo il suo carattere.
Quando le chiedono come ha saputo che il cuore era danneggiato, Patrizia spiega che, nei primi giorni, a lei e al marito è stato solo detto che il trapianto «non era andato come sperato», che il cuore nuovo «non partiva». Stop.
Niente dettagli sul trasporto. Nessun accenno al ghiaccio secco. Nessuna parola sul fatto che l’organo fosse arrivato già compromesso.
Lei racconta di avercelo letto nero su bianco in un articolo di giornale. Prima titoli, poi servizi in tv. Lì ha trovato quella espressione che oggi tutti usano: “cuore bruciato”.
Per una madre è un doppio colpo: non solo sapere che qualcosa è andato storto in modo grave, ma anche scoprire che la verità è passata dai media prima che dalla stanza dei medici.
Nonostante questo, Patrizia nei suoi interventi pubblici mantiene un tono controllato. Dice che non è il momento di sfogare rabbia o rancore. Che ci sarà tempo per chiedere responsabilità, spiegazioni, giustizia. Adesso, ripete, l’unica priorità è salvare suo figlio.
Indagini, medici sospesi e domande che aspettano risposta
Mentre lei veglia accanto al bambino, attorno si muove la parte più fredda della storia: inchieste, atti, sospensioni.
La Procura ha aperto un’indagine, con più sanitari indagati tra chi ha partecipato all’espianto, al trasporto e al trapianto del cuore. All’ospedale sono stati sospesi in via cautelare alcuni chirurghi pediatrici, e il programma di trapianto di cuore pediatrico è stato bloccato in attesa di vederci chiaro.
Patrizia, assistita dal suo avvocato, non entra nei dettagli tecnici. Ma le domande che si fa sono le stesse che si fanno tanti genitori leggendo questa storia:
- chi ha deciso le modalità di trasporto dell’organo?
- perché è stato usato un sistema che lo ha danneggiato?
- perché si è proceduto comunque al trapianto di un cuore già compromesso?
- perché alla famiglia non è stata detta subito tutta la verità?
Domande pesanti, che non cancellano la stima verso chi, in corsia, lavora ogni giorno per tenere in vita i bambini, ma che restano lì, in sospeso, insieme ai tubi che scorrono accanto al letto di suo figlio.
Perché la storia di Patrizia parla anche agli altri
La vicenda di Patrizia Mercolino non è solo cronaca nera sanitaria. Tocca corde molto più profonde.
Parla di fiducia nelle istituzioni sanitarie, di trasparenza nella comunicazione con le famiglie, di limiti e fragilità di un sistema che vive di eccellenze ma può inciampare in errori giganteschi.
Racconta anche quanto, in Italia, siano importanti le donazioni di organi e quanto sia fondamentale che quella catena – dalla scelta generosa di una famiglia all’intervento in sala operatoria – sia protetta da procedure ferree, senza scorciatoie, senza approssimazioni.
In mezzo a tutto questo, c’è lei: una madre che non si definirebbe mai “eroina”, ma che sta vivendo ogni giornata con una forza che impressiona chi la ascolta.
Chi è Patrizia, allora?
È una donna che ha visto suo figlio passare da una vita difficile, ma vissuta a casa, a una stanza di ospedale dove ogni rumore può voler dire tutto. È una mamma che oggi chiede una sola cosa: un cuore nuovo per il suo bambino. Il resto, promette, lo affronterà dopo.
Domande frequenti su Patrizia e sul caso del cuore danneggiato a Napoli
Chi è Patrizia Mercolino?
È la mamma di un bimbo di poco più di due anni ricoverato all’ospedale Monaldi di Napoli. Il figlio è affetto da una grave cardiopatia ed è stato sottoposto a trapianto di cuore, con un organo arrivato danneggiato.
Perché si parla di cuore “bruciato”?
Perché il cuore destinato al bambino sarebbe stato conservato con una modalità inadeguata durante il trasporto, a temperature molto basse, tali da danneggiare in modo serio il tessuto cardiaco. In gergo, è stato definito un cuore “bruciato”.
Come stava il bambino prima del trapianto?
Aveva una cardiomiopatia importante, ma viveva a casa con la famiglia. Seguiva una terapia farmacologica, faceva controlli regolari, ma riusciva a mangiare, giocare, vivere una quotidianità che la madre descrive come “quasi normale”.
Come sta oggi il bambino?
È in coma farmacologico in terapia intensiva, collegato a macchine che fanno il lavoro del cuore e dei polmoni. Le sue condizioni sono molto gravi e altri organi, come il fegato, stanno soffrendo. È in lista d’attesa urgente per un nuovo cuore.
Che cosa chiede oggi Patrizia?
Chiede innanzitutto un nuovo organo per suo figlio, nel minor tempo possibile. E chiede che venga fatta piena luce su quanto è successo: chi ha sbagliato, perché è successo, perché la famiglia non è stata informata subito in modo completo.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






