Morto Valentino Bortoloso, il partigiano “Teppa” aveva quasi 103 anni: età, biografia, eccidio di Schio e polemiche

Daniela Devecchi

Morto Valentino Bortoloso, il partigiano “Teppa” aveva quasi 103 anni: età, biografia, eccidio di Schio e polemiche

A quasi 103 anni, la sua è una di quelle vite che attraversano tutto il Novecento italiano, guerra compresa. Valentino Bortoloso, per tutti “Teppa”, è morto il 12 febbraio 2026. Per qualcuno resterà sempre il partigiano della Val Leogra, per altri il capo del commando dell’eccidio di Schio. In mezzo, una storia fatta di povertà, Russia, montagna, processi, carcere, medaglie date e poi tolte, riconciliazioni difficili.

Età, origini e una giovinezza senza sconti

Valentino Bortoloso nasce il 24 marzo 1923 a Poleo, frazione di Schio, in provincia di Vicenza. Viene al mondo in una famiglia numerosissima, undici figli, genitori molto religiosi e pochissimi mezzi.

La scuola finisce presto. A sette anni è già al lavoro nei campi, come contadino, poi in fabbrica come operaio tessile, quindi in una carrozzeria. È la normalità per chi cresce in quell’Italia lì: poche parole, tanta fatica, nessuna idea di quello che sarebbe arrivato da lì a poco.

Dalla Russia alla scelta partigiana

Nel marzo 1942, in piena Seconda guerra mondiale, Bortoloso si arruola volontario nei Carabinieri. Pochi mesi dopo viene spedito sul fronte orientale, nella campagna di Russia, aggregato alla Divisione “Vicenza”.

È lì che si consuma uno dei capitoli più duri della sua vita: la ritirata dal Don. Centinaia di chilometri nella neve, temperature sotto i -30, compagni che non ce la fanno. Lui tornerà in Italia nel 1943, vivo ma segnato.

Dopo l’8 settembre, viene richiamato in servizio a Bologna, ormai in territorio della Repubblica Sociale Italiana. Nel gennaio 1944 decide di non starci più: lascia l’Arma con le armi in dotazione, si mette in fuga, passa per parenti nella zona di Lonigo e poi rientra a Schio.

La montagna è la sua destinazione finale: sale sull’Altopiano di Asiago e si unisce alla Brigata Garibaldina “Martiri della Val Leogra”. È qui che nasce “Teppa”, il nome di battaglia con cui verrà ricordato per il resto dei suoi giorni.

La “stagione dei bunker” nell’Alto Vicentino

Dopo i grandi rastrellamenti nazifascisti e il famoso proclama Alexander, che di fatto invita le formazioni partigiane a fermare le azioni più rischiose, per i gruppi della zona di Schio comincia quella che gli storici chiamano la “stagione dei bunker”.

Il gruppo di Bortoloso scava un rifugio sotterraneo nei pressi di una casa di famiglia che li sostiene:

  • un buco di pochi metri quadrati,
  • scavato in profondità,
  • nascosto sotto la vegetazione,
  • con un cunicolo di ingresso camuffato e un tubo per far entrare aria.

Lì dentro si vive di nulla: poca luce, pochissimo cibo, paura costante. Chi dà una mano rischia la fucilazione e la confisca dei beni. È il lato meno “romantico” della Resistenza, quello della fame e della puzza di terra bagnata, ma è anche il momento in cui si cementa il nucleo che parteciperà poi alla liberazione di Schio.

29 aprile 1945: la liberazione di Schio

Il 29 aprile 1945, a guerra ormai agli sgoccioli, le formazioni partigiane dell’Alto Vicentino scendono in città.

A Schio i combattimenti durano circa quattro ore. Ci sono morti anche tra i partigiani, ci sono civili coinvolti, ma alla fine il controllo del territorio passa:

  • sul piano militare, agli Alleati,
  • sul piano civile, al CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) locale.

Viene istituita una Commissione di epurazione che deve valutare i detenuti ritenuti fascisti o collaborazionisti. Anche Bortoloso ne fa parte, in rappresentanza delle formazioni partigiane.

È una fase esplosiva: da un lato c’è la voglia di fare pulizia dopo anni di occupazione e violenze, dall’altro il progressivo rilascio di molti prigionieri. In tanti cominciano a sentirsi traditi, convinti che chi ha appoggiato il fascismo la farà franca.

È in questo clima che matura la decisione più tragica della vita di Valentino Bortoloso.

L’eccidio di Schio e la notte del 6–7 luglio 1945

Nella notte tra il 6 e il 7 luglio 1945, a guerra formalmente finita, un gruppo di 12 uomini armati e incappucciati entra nel carcere mandamentale di Schio.

La squadra fa parte della Polizia ausiliaria partigiana e il comando è attribuito proprio a “Teppa” Bortoloso. È quella notte che passa alla storia come eccidio di Schio.

Il bilancio è pesantissimo:

  • 54 persone uccise,
  • tra loro donne, minorenni, persone già destinate alla scarcerazione,
  • almeno 17 feriti.

Non è un’azione di guerra, non è un conflitto a fuoco casuale: è una vendetta organizzata, frutto di un clima di rabbia e frustrazione. Per questo l’episodio diventa subito oggetto di indagini da parte degli Alleati e della magistratura italiana.

Da quel momento in poi, la biografia di Bortoloso non sarà più solo quella del partigiano della Val Leogra, ma quella di uno dei responsabili di una delle stragi più discusse del dopoguerra italiano.

Processi, condanna a morte ed ergastolo

Poche settimane dopo la strage, una parte dei partecipanti viene arrestata. Bortoloso tenta la fuga in Trentino, ma viene catturato.

Si apre un processo davanti al tribunale militare alleato. L’esito, per lui, è durissimo:

  • condanna a morte,
  • successiva commutazione in ergastolo,
  • alla fine, grazie ad amnistie e indulti, circa dieci anni di carcere effettivo.

Nelle ricostruzioni biografiche si parla di mesi passati in attesa dell’esecuzione, con la prospettiva del plotone di fronte, e poi di un rientro in libertà in un Paese che nel frattempo sta già cambiando volto.

Quando esce, Bortoloso non è il “reduce glorioso”: fa fatica a trovare lavoro, riceve lettere minatorie, viene isolato da una parte della comunità. Eppure decide di restare a Schio, lavorare come operaio, partecipare alla vita associativa e politica.

Il lungo dopoguerra: militanza, memoria e ferite aperte

Nei decenni successivi, Valentino Bortoloso diventa una figura doppia.

Da una parte:

  • militante nel mondo partigiano e associativo,
  • attivo nella città, in iniziative sociali e politiche,
  • considerato da molti un cittadino esemplare che ha cercato di contribuire dove poteva.

Dall’altra:

  • simbolo, per i familiari delle vittime dell’eccidio, di un’ingiustizia mai davvero sanata,
  • nome che torna a galla ogni volta che si parla di crimini partigiani e di memoria unilaterale della Resistenza.

È il destino di chi porta addosso un passato così pesante: per alcuni è un testimone scomodo della guerra di Liberazione, per altri un carnefice che non dovrebbe comparire in nessun elenco di “eroi”.

La Medaglia della Liberazione: concessa e poi revocata

Nel 2016 il suo nome torna all’onore delle cronache. A Bortoloso viene conferita la “Medaglia della Liberazione”, riconoscimento istituito per EX partigiani, reduci e internati nel 70º anniversario della fine della guerra.

Quel gesto scatena una tempesta politica e mediatica:

  • i parenti delle vittime dell’eccidio di Schio protestano duramente,
  • una parte del mondo politico parla di scandalo,
  • la vicenda finisce sui giornali nazionali.

Alla fine, il Ministero della Difesa decide di revocare la medaglia. È un caso raro, che certifica quanto il suo nome sia ancora un nervo scoperto: per qualcuno non può essere accomunato agli altri partigiani, per qualcun altro la revoca è un insulto alla lotta di Liberazione.

La lettera di riconciliazione e i 100 anni tra le polemiche

Nel 2017 succede qualcosa che pochi avrebbero immaginato: Valentino Bortoloso firma una lettera di riconciliazione insieme ad Anna Vescovi, figlia di una delle vittime dell’eccidio.

Lo fanno alla presenza del vescovo di Vicenza, in un percorso di concordia civica che a Schio va avanti da tempo. Un gesto simbolico enorme: da una parte il responsabile del commando, dall’altra la figlia di chi è stato ucciso.

Nel 2023, quando Bortoloso compie 100 anni, la polemica si riaccende. Una delegazione politica lo va a trovare per portargli un saluto, ricordandolo come testimone della Resistenza. Le foto fanno il giro dei social e dei giornali: c’è chi parla di omaggio dovuto a un ex partigiano, chi grida allo scandalo per la celebrazione di un “boia”.

Ancora una volta, la sua figura spacca tutto in due.

La morte a quasi 103 anni e l’eredità di una vita scomoda

Il 12 febbraio 2026 Valentino Bortoloso muore, a quasi 103 anni. Se ne va uno degli ultimi testimoni diretti della Resistenza nell’Alto Vicentino, ma anche uno dei nomi più controversi della storia partigiana italiana.

Cosa resta, oggi, di lui?

  • Resta la storia del ragazzo povero che vede la Russia, diserta, va in montagna, partecipa alla liberazione della sua città.
  • Resta il peso indelebile dell’eccidio di Schio, con quelle 54 persone uccise in una notte che non può essere cancellata.
  • Resta la condanna, il carcere, il tentativo di vivere da cittadino “normale” in una città che non dimentica.
  • Resta il dibattito su come raccontare figure così: partigiani, sì, ma anche autori di crimini gravi; uomini che hanno combattuto il fascismo e poi, in un certo momento, sono diventati carnefici a loro volta.

La sua morte non chiude automaticamente la questione. Piuttosto, la rilancia: come si tiene insieme la memoria della Resistenza con quella delle sue zone d’ombra? E come si parla, oggi, di chi è stato insieme liberatore e colpevole?

Domande che vanno molto oltre il nome di “Teppa”. Ma che, inevitabilmente, passeranno anche da qui ogni volta che in Italia si tornerà a discutere di storia, piazze, lapidi e celebrazioni.

FAQ su Valentino Bortoloso

Chi era Valentino Bortoloso?
Valentino Bortoloso, nato a Schio nel 1923, è stato un partigiano vicentino della Brigata Garibaldina “Martiri della Val Leogra”, noto con il nome di battaglia “Teppa”.

Quando è morto Valentino Bortoloso?
È morto il 12 febbraio 2026, a quasi 103 anni.

Perché è una figura così controversa?
Perché, oltre ad aver partecipato alla Resistenza e alla liberazione di Schio, è stato il capo del commando responsabile dell’eccidio di Schio del luglio 1945, in cui furono uccise 54 persone.

È stato processato per l’eccidio di Schio?
Sì. Fu arrestato, condannato a morte, pena poi commutata in ergastolo. In seguito alle amnistie del dopoguerra scontò circa dieci anni di carcere.

Cosa è successo con la Medaglia della Liberazione?
Nel 2016 gli fu concessa la Medaglia della Liberazione come ex partigiano, ma il riconoscimento venne revocato dopo forti proteste dei familiari delle vittime e polemiche politiche.

C’è stato un tentativo di riconciliazione con le famiglie delle vittime?
Sì. Nel 2017 Bortoloso firmò una lettera di perdono e riconciliazione insieme alla figlia di una delle vittime dell’eccidio, in un gesto simbolico di pace civile.