Francesca Albanese, relatrice speciale ONU su Palestina e Israele: chi è, età, carriera, polemiche e cosa rischia ora

Daniela Devecchi

Francesca Albanese, relatrice speciale ONU su Palestina e Israele: chi è, età, carriera, polemiche e cosa rischia ora

Negli ultimi mesi il suo nome è comparso ovunque: comunicati diplomatici, talk show, editoriali.
Francesca Albanese è la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati dal 1967, e oggi è una delle figure più discusse del sistema ONU: amata e difesa da ONG e accademici, attaccata duramente da Israele, dagli Stati Uniti e, da pochissimo, anche dalla Francia, che ha chiesto ufficialmente le sue dimissioni.

Ma chi è davvero questa giurista italiana finita in mezzo a una delle tempeste politiche più forti degli ultimi anni?

Età, origini e formazione

Francesca Albanese nasce nel 1977 ad Ariano Irpino, in Irpinia. Cresce tra provincia meridionale e città italiane segnate – come lei stessa ha raccontato – da corruzione e presenze mafiose, cose che le hanno formato il senso di giustizia fin da ragazza.

Si laurea in Giurisprudenza all’Università di Pisa, poi vola a Londra per un LL.M. in Human Rights alla SOAS – School of Oriental and African Studies. Punta subito su diritti umani, rifugiati, diritto internazionale.

È sposata con l’economista Massimiliano Calì e ha due figli. Da anni lavora molto all’estero, tra Europa e mondo arabo, spesso da paesi come la Tunisia, dove alterna ricerca, consulenze e il mandato ONU.

Dalla macchina ONU ai libri sui rifugiati palestinesi

Prima di diventare relatrice speciale, Albanese lavora per circa dieci anni dentro le strutture delle Nazioni Unite:

  • all’Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani
  • all’agenzia UNRWA, che si occupa dei rifugiati palestinesi

Poi continua come consulente di governi e ONG in Medio Oriente, Nord Africa e Asia-Pacifico, sempre su diritti umani, migranti e sfollati.

Parallelamente si costruisce un profilo da studiosa:

  • co-firma con Lex Takkenberg il volume “Palestinian Refugees in International Law” (Oxford University Press), considerato una delle opere di riferimento sullo status giuridico dei rifugiati palestinesi
  • pubblica in Italia il saggio “J’Accuse”, dove mette in fila responsabilità politiche e giuridiche sul conflitto israelo-palestinese

È in questo incrocio tra esperienza sul campo e lavoro accademico che nasce la sua candidatura a un ruolo molto delicato: quello di relatrice speciale ONU per la Palestina.

Cosa fa una relatrice speciale ONU e perché il suo mandato è così delicato

Dal 1° maggio 2022 Francesca Albanese è Relatrice speciale sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967: Cisgiordania (inclusa Gerusalemme Est) e Striscia di Gaza.

Si tratta di un mandato indipendente. Non è una funzionaria stipendiata, ma una esperta nominata dal Consiglio dei diritti umani dell’ONU. Il suo compito è:

  • monitorare la situazione dei diritti umani nei territori occupati
  • inviare lettere e comunicazioni formali agli Stati coinvolti
  • presentare rapporti periodici al Consiglio e all’Assemblea generale
  • proporre raccomandazioni politiche e giuridiche

C’è un dettaglio non da poco: Israele non le permette di entrare nei territori. La relatrice lavora quindi con missioni in paesi vicini, testimonianze, documenti, organizzazioni locali e internazionali.

Nel 2025 il suo mandato viene rinnovato per altri tre anni, fino al 2028. Una scelta che, vista la pressione politica crescente, ha il sapore di una presa di posizione: il Consiglio preferisce confermarla invece di sostituirla.

Cosa scrive nei rapporti su Gaza e sui territori occupati

I suoi testi sono, da subito, tutto fuorché “diplomatici”.

Nei primi rapporti parla di:

  • occupazione “possessiva, segregazionista e repressiva”
  • sistema di detenzione di massa dei palestinesi, inclusi minori
  • concetto di “unchilding”, cioè il fatto che i bambini palestinesi, tra arresti, violenza e trauma continuo, vengono trattati come se non fossero davvero bambini

Dopo il 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza, il tono si fa ancora più duro.

Nel 2024 presenta il rapporto “Anatomy of a Genocide” al Consiglio diritti umani: secondo lei, ci sono basi ragionevoli per parlare di genocidio a Gaza da parte di Israele, alla luce:

  • delle dichiarazioni ufficiali di esponenti politici e militari israeliani
  • della distruzione sistematica di case, ospedali, infrastrutture
  • dell’assedio che ha ridotto al minimo cibo, acqua, elettricità

Poi, davanti all’Assemblea generale, deposita “Genocide as colonial erasure”, dove inserisce quelle violenze dentro una cornice di colonialismo e cancellazione del popolo palestinese.

Nel 2025 firma un altro testo pesantissimo per molti governi occidentali: “From economy of occupation to economy of genocide”. Qui punta il dito non solo contro Israele, ma anche contro aziende, banche, industrie di armi e tecnologie di vari Paesi, accusandole di alimentare, con forniture e investimenti, un sistema che lei definisce “economia del genocidio”.

Infine, nell’autunno 2025, arriva “Gaza Genocide: a collective crime”: il genocidio, nella sua lettura, non è solo responsabilità di chi bombarda, ma anche di chi continua a fornire armi e copertura politica.

Capisci perché il suo nome è diventato esplosivo?

Le accuse di antisemitismo e il bando da parte di Israele

Da quando è stata nominata, Francesca Albanese è finita sotto attacco da parte del governo israeliano e di diverse organizzazioni filo-israeliane.

Le vengono contestate anche frasi del passato, per esempio:

  • post in cui parlava degli Stati Uniti “assoggettati alla lobby ebraica”
  • commenti sull’Europa “prigioniera del senso di colpa per l’Olocausto”

Formulazioni che in molti hanno giudicato antisemite.
Lei ha parlato di parole “infortunate”, ha detto di non essere antisemita e ha insistito sul fatto che la sua critica è rivolta a politiche di occupazione e discriminazione, non al popolo ebraico in quanto tale.

A difenderla sono scesi in campo:

  • studiosi di antisemitismo e di studi ebraici che hanno firmato lettere pubbliche a suo sostegno
  • ONG internazionali che la indicano come una delle poche voci ONU disposta a usare termini come apartheid e genocidio senza girarci intorno

Nel frattempo, Israele ha dichiarato di non volerla più sul proprio territorio, di fatto confermando un bando politico e simbolico contro di lei.

Sanzioni USA e rottura con parte del mondo accademico

A rendere la situazione ancora più tesa sono arrivate le sanzioni degli Stati Uniti.

L’amministrazione Trump, attraverso il segretario di Stato Marco Rubio, ha inserito Francesca Albanese in un pacchetto di sanzioni personali rivolte anche a giudici e procuratori della Corte penale internazionale:

  • congelamento di eventuali beni e interessi finanziari negli USA
  • forti limitazioni sull’uso del sistema bancario internazionale
  • equiparazione, di fatto, al trattamento riservato a terroristi e grandi criminali sul piano delle misure amministrative

L’ONU ha ricordato che i relatori speciali godono di immunità funzionale e che colpirli in questo modo è un precedente pericoloso per l’indipendenza di chi si occupa di giustizia internazionale.

Ma l’effetto concreto c’è stato: ad esempio l’Università di Georgetown ha interrotto la collaborazione accademica con lei, citando proprio le sanzioni americane come problema.

La Francia chiede le sue dimissioni: cosa è successo a Doha

L’ultimo fronte di scontro si apre nel febbraio 2026.

Francesca Albanese interviene a un forum organizzato da Al Jazeera a Doha, dove sono presenti anche un rappresentante di Hamas e il ministro degli Esteri iraniano. Nel suo discorso parla di:

  • genocidio a Gaza
  • responsabilità degli Stati che hanno armato e sostenuto Israele
  • necessità di una mobilitazione globale contro questo sistema

Alcune frasi, rilanciate in modo parziale sui social, vengono tradotte come se avesse definito Israele “nemico dell’umanità”. Lei sostiene di avere parlato di un “nemico comune” inteso come sistema di capitale, tecnologia militare e potere politico che rende possibile la distruzione di Gaza, non come il popolo israeliano nel suo insieme.

La Francia però non la vede così. Il ministro degli Esteri Jean-Noël Barrot dichiara in Parlamento che Parigi considera le sue parole:

  • “oltraggiose e inaccettabili”
  • rivolte non solo al governo, ma a Israele come nazione e popolo

Risultato: la Francia chiede formalmente la sua rimozione dall’incarico ONU.

Lei, in un’intervista molto tesa a France 24, definisce le accuse “vergognose e diffamatorie”, ribadisce di non essere antisemita, conferma la condanna degli attacchi del 7 ottobre ma insiste sulla definizione di genocidio a Gaza e sulla complicità degli Stati che continuano a fornire armi.

Al 12 febbraio 2026, il suo mandato è ancora attivo. Ma la pressione politica è alle stelle.

Cosa rischia davvero il suo mandato

Cosa può succedere adesso?

  • Il Consiglio diritti umani potrebbe, in teoria, decidere di revocare il mandato o di non rinnovarlo in futuro. Per ora, però, l’ha confermata fino al 2028.
  • Stati come USA, Francia, Germania, Regno Unito potrebbero continuare a delegittimare i suoi rapporti, rifiutando qualsiasi raccomandazione che li chiami in causa.
  • Dall’altra parte, una fetta consistente di mondo arabo, America Latina e società civile globale vede in lei una voce scomoda ma necessaria e continuerà a citarla come fonte autorevole.

La verità è che Francesca Albanese, nel giro di pochi anni, è diventata uno dei simboli dello scontro su cosa si può – o non si può – dire dentro le Nazioni Unite su Israele, Palestina e Gaza.

C’è chi la considera una giurista rigorosa che finalmente chiama le cose con il loro nome, e chi la dipinge come una militante politica travestita da esperta indipendente.
Di certo, il suo nome non sparirà presto dal dibattito pubblico.

FAQ

Quanti anni ha Francesca Albanese e da dove viene?
Francesca Albanese è nata nel 1977 ad Ariano Irpino (Avellino) e ha 49 anni nel 2026.

Che incarico ricopre all’ONU?
È Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967, in carica dal 2022, con mandato rinnovato nel 2025.

Perché è accusata di antisemitismo?
Le vengono contestate alcune frasi del passato (sulla “lobby ebraica” e sul senso di colpa europeo per l’Olocausto) e il linguaggio molto duro contro Israele. Lei respinge le accuse, dice di criticare le politiche di occupazione e non il popolo ebraico.

Perché gli Stati Uniti l’hanno sanzionata?
L’amministrazione Trump l’ha sottoposta a sanzioni personali, dopo i suoi rapporti in cui parla di genocidio a Gaza e di responsabilità anche di aziende e governi occidentali. Le misure la trattano di fatto come una figura “ad alto rischio” sul piano finanziario.

Cosa ha chiesto la Francia su di lei?
Dopo un suo intervento a Doha, la Francia ha giudicato le sue parole su Israele “oltraggiose” e ha chiesto ufficialmente che venga rimossa dal ruolo di relatrice speciale ONU. Al momento il suo mandato è ancora in vigore.