Per chi ama la lirica nel Nordest, il nome Giuseppe Scandola non è mai stato solo una firma sul programma. Era una voce, un modo di stare sul palco e, soprattutto, una presenza costante tra teatri, chiese e feste di paese.
Nato nel 1932 nel Veronese, baritono dalla voce piena e scura, legato all’Arena di Verona e al grande repertorio italiano, è scomparso di recente, lasciandosi alle spalle una vita intera dedicata alla musica. Oggi di lui restano i ricordi dei colleghi, la gratitudine degli allievi e quell’idea un po’ artigianale e molto concreta di cosa significhi “fare il cantante” fuori dai riflettori più abbaglianti.
Origini veronesi e primi passi nel canto
Giuseppe Scandola nasce a Villa Bartolomea, in provincia di Verona, nel 1932. È un Veneto dove l’opera non vive solo nei cartelloni dei grandi teatri, ma nelle radio accese nelle cucine, nelle feste patronali, nei cori parrocchiali.
La sua è da subito una voce da baritono, con un timbro caldo e riconoscibile. I primi concerti arrivano tra Padova, Parma e i teatri di zona, ma lo snodo vero è il debutto al Teatro Salieri di Legnago ne Il trovatore.
Quel debutto lo mette in evidenza per tre qualità che chi lo ha ascoltato ricorda ancora bene:
- volume importante,
- buona estensione,
- timbro pieno, di quelli che riempiono la sala senza bisogno di strilli.
Da lì in avanti il suo percorso è quello di un baritono che trova casa nel repertorio più istintivo per una voce italiana del Novecento: Verdi, Puccini, Mascagni, Giordano.
La voce areniana tra Verdi, Puccini e Mascagni
Il legame con l’Arena di Verona è uno dei fili principali della sua storia. Scandola entra nel giro delle produzioni areniane e affronta molti dei titoli simbolo del repertorio ottocentesco.
Nel corso della carriera canta in opere come:
- “Aida”, anche nel ruolo del padre di Aida, Amonasro,
- “Il trovatore”,
- “Cavalleria rusticana”,
- “Lucia di Lammermoor”,
- “Andrea Chénier”.
È il classico baritono italiano “di sostanza”, meno interessato a fare la star che a fare bene il suo lavoro. Non vive solo di prime serate e recite “ufficiali”: accanto alle esibizioni legate ai teatri, c’è tutto un mondo di concerti paralleli, spesso collegati a ricorrenze religiose o a eventi di comunità.
Chi frequenta da anni le celebrazioni solenni in Veneto, soprattutto tra Vicentino e Veronese, se lo ricorda sul presbiterio durante messe cantate, feste mariane, serate dedicate alla musica sacra. Lì, in mezzo alle panche e alle statue dei santi, la sua voce si portava dietro un pezzetto di Arena.
Il baritono che scende dal palco: chiese, piazze e feste di paese
Una delle cose che colpiva di Giuseppe Scandola era questa capacità di “scendere” dal grande teatro senza mai snaturarsi.
Nel corso degli anni partecipa a:
- concerti nelle chiese, con coro e orchestra,
- serate estive nelle piazze, magari durante la festa dell’uva o del patrono,
- iniziative a metà tra spettacolo e devozione, dove un’Ave Maria di Mascagni o una pagina di Verdi diventano il cuore della serata.
Non arrivava con l’aria della star calata dall’alto. Si muoveva piuttosto come un professionista di lunga esperienza, abituato a leggere il contesto: capace di capire quando spingere, quando contenersi, come parlare al pubblico che aveva davanti – che fosse quello elegante di una platea o quello più misto di un sagrato pieno di sedie di plastica.
In questo senso Scandola è stato per anni un ponte tra l’opera “alta” e la vita quotidiana: uno di quelli che non si sono mai chiusi nella dimensione esclusiva del teatro, ma hanno continuato a portare la lirica là dove la gente vive davvero.
Il maestro: una piccola scuola diffusa di voci venete
Con l’età, il centro di gravità della sua vita artistica si è spostato sempre di più verso il ruolo di maestro di canto.
Molti soprani e mezzosoprani del Nordest lo indicano come il proprio punto di partenza: lezioni di tecnica vocale, prove al pianoforte, ripetizioni infinite di una frase finché non “girava” nel modo giusto.
La sua idea di insegnamento ruotava intorno a pochi concetti chiave:
- respirazione e gestione del fiato,
- dizione chiara, rispetto per le parole del libretto,
- linea del canto pulita, senza eccessi gratuiti,
- attenzione al significato di ciò che si canta, non solo alla nota.
Non c’era un’accademia ufficiale con il suo nome sulla porta, ma una rete di allievi, spesso legati tra loro, che si ritrovavano poi in cori, ensemble, gruppi da camera. In tanti, nel ricordarlo, parlano di lui come di un “padre musicale”: severo quando serviva, generoso quando intravedeva un talento vero.
Il direttore artistico: programmi su misura per beneficenza e tradizioni
Negli ultimi anni il nome di Giuseppe Scandola appare spesso nelle locandine accanto alla dicitura “direzione artistica”.
Si occupa di costruire programmi per:
- concerti di beneficenza, spesso legati al mondo sanitario o al sostegno di realtà fragili,
- serate liriche inserite in rassegne cittadine,
- eventi collegati a feste tradizionali, dove l’opera incontra il vino, le eccellenze locali, le celebrazioni civili.
Il suo modo di fare direttore artistico non è da manager distaccato:
- sceglie personalmente arie e ensemble,
- pensa all’ordine dei brani per tenere viva l’attenzione,
- cura il mix tra grandi classici e pagine meno frequentate,
- dà spazio a giovani cantanti, mettendoli accanto a voci più esperte per aiutarli a crescere.
Chi ha lavorato con lui racconta di un uomo che preferiva stare un passo indietro, lasciare la luce del palco agli altri, ma restare sempre presente dietro le quinte, con un occhio al leggio e uno al pubblico.
Cosa lascia oggi Giuseppe Scandola
La scomparsa di Giuseppe Scandola non cancella quello che ha seminato. Anzi, lo rende ancora più visibile.
Restano:
- il ricordo della sua voce, piena e rotonda, ascoltata in teatro e nelle chiese del Nordest;
- il segno lasciato all’Arena di Verona e nei teatri di provincia, in un’epoca in cui la lirica aveva un’altra centralità nel quotidiano;
- una generazione di allievi, che oggi cantano, insegnano, dirigono cori e portano avanti, a modo loro, i principi tecnici imparati da lui;
- una serie di concerti e rassegne di cui ha curato la direzione artistica, dove l’opera non è stata trattata come museo ma come qualcosa di vivo, da condividere con chi magari non entrerà mai in un grande teatro.
Forse il modo più semplice per salutarlo è proprio questo: immaginare una sala – grande o piccola non importa – che si fa silenziosa, un baritono che prende fiato, l’attacco di un’aria verdiana. Per tanti anni, quella voce è stata la sua. Da oggi, tocca a chi ha imparato da lui tenere viva quella linea di canto.
FAQ su Giuseppe Scandola
Chi era Giuseppe Scandola?
Giuseppe Scandola era un baritono veronese, nato nel 1932 a Villa Bartolomea. Legato all’Arena di Verona e al repertorio italiano, ha affiancato alla carriera sul palco un intenso lavoro come maestro di canto e direttore artistico.
In quali opere si è distinto?
Si è mosso soprattutto nel grande repertorio dell’Ottocento italiano, cantando in titoli come “Aida”, “Il trovatore”, “Cavalleria rusticana”, “Lucia di Lammermoor” e “Andrea Chénier”, oltre a numerosi concerti sacri e serate liriche.
Perché è considerato una “voce areniana”?
Perché ha lavorato a lungo nell’ambiente dell’Arena di Verona, affrontando ruoli verdiani e veristi e partecipando a produzioni che hanno contribuito a costruire l’immaginario lirico estivo della città.
Che ruolo ha avuto come maestro?
È stato un punto di riferimento per molti cantanti del Nordest. Ha formato soprattutto soprani e mezzosoprani, trasmettendo una scuola centrata su tecnica, respiro, dizione e rispetto del testo.
Cosa faceva come direttore artistico?
Negli ultimi anni ha curato la direzione artistica di concerti lirici e serate di beneficenza, scegliendo i brani, valorizzando interpreti giovani e costruendo programmi capaci di parlare sia agli appassionati sia a chi incontrava l’opera per la prima volta.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






