Andrew Ranken, addio al batterista dei Pogues: età, carriera, canzoni e cosa resta del suo ritmo

Daniela Devecchi

Andrew Ranken, addio al batterista dei Pogues: età, carriera, canzoni e cosa resta del suo ritmo

Per chi ha amato i Pogues, la notizia fa male: Andrew Ranken non c’è più. Il batterista che teneva insieme fisicamente e musicalmente quella banda di irlandesi e londinesi sgangherati se n’è andato il 10 febbraio 2026, a 72 anni, dopo una lunga malattia. A comunicarlo sono stati i compagni di sempre, che lo hanno salutato come il “battito del cuore” del gruppo.

A poco più di un anno dalla morte di Shane MacGowan, un altro pezzo importante di quella storia si spegne. Restano i dischi, le foto sudate dei concerti, i racconti di chi ricorda il suo modo di suonare come una marcia, un tamburo di guerra al servizio di ballate ubriache e poesie di strada.

Anni, origini e primi passi

Andrew Ranken nasce il 13 novembre 1953 a Ladbroke Grove, quartiere popolare di Londra, con vista su binari ferroviari e mercati, non su accademie di musica.

La batteria arriva presto nella sua vita, ma non passa da scuole prestigiose: pub, scantinati, band minori, serate in cui si suona di tutto. Prima di arrivare ai Pogues, Andrew bazzica in diversi gruppi londinesi, tra rock, R&B e qualche punta new wave. È quel tipo di musicista che non si vede sulle copertine, ma che tutti chiamano quando serve qualcuno che tenga il tempo senza fare storie.

L’incontro con i Pogues e la nascita del “Clobberer”

All’inizio degli anni Ottanta, in una Londra piena di punk, ska e immigrati irlandesi, nasce un progetto che sembra una follia: mischiare tradizione celtica e energia punk. È in quel momento che entra in gioco Andrew.

Nel 1983 si unisce ai The Pogues, quando si chiamano ancora Pogue Mahone, a fianco di Shane MacGowan, Spider Stacy e Jem Finer. Lì prende forma la formazione che tutti consideriamo “classica”.

Il soprannome arriva da solo: “The Clobberer”. Letteralmente “quello che mena”, che pesta. Non è un vezzeggiativo carino: è la descrizione del suo modo di suonare. Colpi secchi, dritti, quasi brutali, ma sempre al posto giusto. I Pogues lo ricorderanno così: fondatore, batterista e “heartbeat” della band, il ritmo che non molla mai.

Il battito del folk-punk: dai club all’epopea di “Rum Sodomy & The Lash”

Gli anni d’oro arrivano presto. Con Andrew alla batteria, i Pogues registrano dischi che diventano culto. Tra questi spicca Rum Sodomy & The Lash, uscito nel 1985 e considerato da molti il loro capolavoro assoluto. Proprio quel titolo – così sfrontato e marinaresco – viene attribuito a Ranken, autore della formula che finirà impressa per sempre sulla copertina.

Pezzi come Fairytale of New York, “Dirty Old Town”, “A Pair of Brown Eyes”, “Streams of Whiskey” hanno un tratto in comune: sotto le melodie malinconiche, sotto i fiati e il banjo, c’è la batteria di Andrew che martella, oscilla, cambia passo quando serve. Non fa virtuosismi da clinic, non si mette mai sopra gli altri. Tiene in piedi il caos.

Chi ha visto i Pogues dal vivo negli anni Ottanta ricorda spesso la stessa scena: Shane che sembra sul punto di cadere, il pubblico che si accalca, strumenti che volano, e lui, Andrew, piantato dietro la batteria a fare da ancora. Nessun sorriso di troppo, pochissime parole al microfono, ma una presenza costante.

Non solo Pogues: side project, sperimentazioni e piccoli divertimenti

Anche se il suo nome resta legato ai Pogues, la vita musicale di Ranken non finisce lì. Nei periodi di pausa del gruppo, si diverte a infilarsi in progetti diversi, quasi sempre lontani dai riflettori:

  • con i Mysterious Wheels sperimenta un suono più asciutto, tra rock, folk e qualche tocco soul;
  • con gli hKippers si sposta in un territorio più art-rock, teatrale, a metà tra performance e concerto;
  • partecipa ad altri gruppi e performance, anche in contesti teatrali, dove porta improvvisazioni di percussioni su testi classici.

Sono cose che in molti non conoscono, ma che raccontano un Andrew curioso, disposto a mettersi in gioco anche fuori dalla comfort zone del folk-punk.

Reunion, malattia e assenza silenziosa

Quando i Pogues si riuniscono nel 2001, Andrew c’è. Sale di nuovo sul palco e resta con loro fino al 2014, tra festival, tour e date celebrative. Dopo quell’anno, le apparizioni del gruppo diventano rarissime.

Nel frattempo, la salute di Ranken peggiora. Gli viene diagnosticata una broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), una malattia respiratoria che rende sempre più faticoso suonare, viaggiare, semplicemente salire su un palco a pieno volume.

Quando i Pogues tornano a esibirsi per alcune date celebrative, lui non riesce più a esserci. Alla batteria viene chiamato un musicista più giovane, mentre Andrew resta fuori dall’inquadratura, per motivi che non hanno niente a che vedere con i rapporti personali, ma solo con la sua capacità fisica di reggere il colpo.

“Take Me Down to St. Joe’s”: la canzone per l’hospice

La malattia non spegne la creatività. Negli ultimi anni, Andrew Ranken scrive e registra con i Mysterious Wheels il brano “Take Me Down to St. Joe’s”, una canzone pensata come singolo benefico per lo St Joseph’s Hospice di Hackney, a Londra.

Il pezzo è legato in modo diretto alla sua esperienza con la BPCO e con la fragilità fisica: parla di accompagnamento, di fine corsa, ma anche di cura e di luoghi che accolgono chi non può più guarire.

È un dettaglio che dice tanto di lui: il batterista che per anni ha mandato avanti a colpi di rullante le serate più tese dei Pogues, negli ultimi anni sceglie di usare la musica per sostenere chi sta vivendo il proprio tratto finale in un hospice.

La morte e il saluto dei Pogues

La notizia della sua morte arriva l’11 febbraio 2026, con una nota firmata dagli ex compagni. Lo chiamano amico, fratello, heartbeat, ringraziano la sua gentilezza, il senso dell’umorismo, la generosità. Non entrano nei dettagli medici: parlano di lunga malattia, accennano al fatto che da tempo non stava bene.

Le testate musicali raccontano che da anni combatteva con problemi respiratori pesanti, ma la famiglia non ha diffuso una causa di morte precisa. Anche questo, tutto sommato, è in linea con la sua storia: niente spettacolarizzazione della sofferenza, nessun racconto strappalacrime, solo un’uscita di scena sobria.

Cosa lascia Andrew Ranken

Se si prova a mettere in fila ciò che Andrew Ranken lascia dietro di sé, viene fuori un ritratto più ricco di quello del “semplice batterista di una band irlandese”.

Restano:

  • i dischi dei Pogues, con quella batteria inconfondibile che batte sotto le ballate ubriache e le storie di perdenti;
  • il titolo di “Rum Sodomy & The Lash”, che ancora oggi fa sorridere e riassume in tre parole l’immaginario della band;
  • le esperienze parallele, dai Mysterious Wheels ai piccoli progetti art-rock, che mostrano una curiosità mai spenta;
  • il gesto finale di “Take Me Down to St. Joe’s”, una canzone regalata a un hospice, come una specie di ringraziamento in musica a chi si prende cura degli ultimi.

Per chi ha sempre guardato ai Pogues come a una banda di geni sregolati, la sua figura è un promemoria importante: dietro ogni frontman che brucia la scena c’è qualcuno che tiene il tempo, che fa sì che tutto non crolli per aria.

In quella storia, Andrew Ranken è stato proprio questo: il tempo. Ora che anche lui non c’è più, le canzoni restano a ricordarlo ogni volta che la cassa entra e quei pezzi, quasi quarant’anni dopo, partono ancora come un pugno sul tavolo.