Per la maggior parte dei lettori italiani il suo nome restava sul colophon, in piccolo. In Russia, invece, Evgenij Mikhailovich Solonovich era un’istituzione. L’uomo che ha messo in bocca ai lettori russi Dante, Petrarca, Belli, Montale, Quasimodo, come se fossero nati sulle rive della Moscova.
Nella notte tra il 10 e l’11 febbraio 2026, a Mosca, Solonovich è morto a 92 anni, a pochi giorni dal novantatreesimo compleanno. Se ne va uno dei grandi ponti culturali tra Italia e Russia, uno di quei personaggi che non riempiono gli stadi ma cambiano per sempre il modo in cui due paesi si parlano.
Dalla Crimea a Mosca: nascita di un “italiano” in terra russa
Evgenij Solonovich nasce il 21 febbraio 1933 a Simferopol, in Crimea. Infanzia sovietica, anni durissimi, una lingua madre che non ha niente a che fare con quella che lo renderà famoso.
Il primo grande amore è proprio l’italiano. Lo studia, lo macina, lo smonta e lo rimonta parola per parola. Si forma a Mosca, in un istituto di lingue, e comincia a interessarsi a una cosa che all’epoca sembra quasi una stramberia: tradurre poesia italiana in russo.
Non saggi tecnici, non manuali industriali: versi, endecasillabi, sonetti, rime complicate, giochi di parole dialettali. Tutto quello che sulla carta dovrebbe essere intraducibile, lui decide di provarci lo stesso.
Il debutto: un russo alle prese con la lirica italiana
Alla fine degli anni Cinquanta arriva il primo colpo importante: una grande antologia di poesia rinascimentale, dove a Solonovich viene affidata la parte italiana.
È un banco di prova impegnativo. Da una parte ci sono gli autori umanistico-rinascimentali, dall’altra il lettore sovietico, con il suo bagaglio culturale completamente diverso. Lui fa quello che farà per tutta la vita: non si limita a trasferire le parole, ma cerca di ricreare musica, ritmo, ironia, sottintesi.
Da lì in poi la strada è segnata. Solonovich inizia a costruire, libro dopo libro, una sorta di “biblioteca italiana in russo”.
Il traduttore che ha portato in russo Dante, Petrarca, Montale e Belli
La lista degli autori italiani passati attraverso la sua penna è impressionante. Nel corso dei decenni Solonovich traduce:
- i classici – Dante, Petrarca, l’epica cavalleresca, il Rinascimento;
- l’Ottocento – Carducci, i grandi poeti che hanno accompagnato l’Italia verso l’unità e oltre;
- il Novecento – Ungaretti, Quasimodo, Montale, Zanzotto e molti altri.
Ma il capitolo che lo lega ancora di più all’Italia è quello dedicato a Giuseppe Gioachino Belli.
I sonetti in romanesco, pieni di doppi sensi, bestemmie, giochi di rime sporche, per un traduttore sono un terreno minato. Come fai a rendere in russo la lingua del popolino di Trastevere dell’Ottocento, con tutte le sue sfumature sociali e religiose?
Solonovich ci si butta dentro e ne esce con una serie di traduzioni che per anni diventano il modo in cui i lettori russi conoscono Belli. Lavora ai sonetti per decenni, pubblica raccolte, prepara nuove edizioni, torna continuamente su quelle stesse poesie, come se non smettesse mai di parlarci.
L’arte di tradurre: fedeltà, ritmo e orecchio da poeta
C’è un punto fondamentale: Evgenij Solonovich non è “solo” un traduttore, è anche poeta. Questo cambia tutto.
Quando affronta un testo italiano, non si accontenta di essere fedele al contenuto. Gli interessa:
- il respiro del verso,
- il numero delle sillabe,
- dove cade l’accento,
- se una rima è nobile o volutamente un po’ sgangherata.
Lavorare così significa accettare una cosa: qualcosa del testo originale andrà perso, ma, in cambio, il lettore russo avrà un vero poema nella propria lingua, non una prosa messa a capo.
Chi l’ha incontrato racconta di un uomo capace di recitare a memoria interi passi di Dante, di commentare un aggettivo di Montale come se fosse un diamante da rigirare tra le dita, di fermarsi su una parolina di Belli per cinque minuti buoni, ragionando su tutte le possibili varianti russe.
Il professore del Litinstitut: generazioni di “italiani” formate a Mosca
Accanto al lavoro sui libri, c’è un altro ruolo che spiega la sua importanza: per venticinque anni Solonovich è professore di traduzione dall’italiano al celebre Istituto Letterario “Gor’kij” di Mosca.
In quelle aule, storicamente frequentate da scrittori e traduttori di mezzo paese, passa più di una generazione di giovani che vogliono occuparsi di letteratura italiana. Lui li guida con uno stile tutto suo:
- rigore assoluto sulla lingua russa,
- zero indulgenza sugli errori grossolani,
- una passione contagiosa per il testo italiano.
Molti degli italianisti russi di oggi, quelli che incontriamo nei festival, nei convegni, nelle giurie di premi, sono passati dalle sue lezioni. Per loro “Evgenij Mikhailovich” non è solo un nome sui libri, ma un maestro in carne e ossa che ti correggeva la riga a matita, parola per parola.
Premi, onorificenze e un amore ricambiato dall’Italia
Il lavoro di Solonovich non è rimasto confinato nel circuito accademico. Nel tempo arrivano anche i riconoscimenti ufficiali, da entrambe le parti del ponte.
In Italia riceve:
- premi dedicati ai grandi poeti che ha tradotto,
- riconoscimenti nazionali per la traduzione,
- il titolo di commendatore di un ordine al merito italiano,
- lauree honoris causa da università come Roma e Siena.
Sono gesti che, messi insieme, dicono una cosa semplice: senza il suo lavoro, la presenza della letteratura italiana in Russia sarebbe stata molto più debole.
In Russia, negli ultimi anni, viene celebrato anche come autore per ragazzi. Scrive libri di poesie e racconti per bambini, riceve premi importanti nel campo della letteratura per l’infanzia. A oltre novant’anni, si diverte ancora a giocare con le parole, inventando un gatto di nome Cotangente che fa calcoli e rime.
Lo strappo del Premio Strega e la politica che entra nel salotto dei libri
Nel 2022 il suo nome finisce sui giornali italiani per un motivo amaro. Solonovich è stato inserito tra i giurati esteri del Premio Strega, proprio per il suo ruolo di massimo italianista russo.
Poi arriva la guerra in Ucraina, le tensioni diplomatiche, lo stop ai rapporti culturali con la Russia. Nel nuovo clima, la sua presenza nella “giuria degli italiani nel mondo” viene cancellata per decisione politica.
Molti studiosi protestano: ricordano che non è un propagandista, ma un traduttore ultraottantenne, il cui unico “reato” è aver passato la vita a portare Dante e Montale al pubblico russo. La vicenda si chiude lì, ma lascia uno strascico di amarezza: un simbolo del dialogo culturale usato, suo malgrado, come pedina in uno scontro tra Stati.
Lui, da parte sua, non si lancia in grandi polemiche. Continua a lavorare, a scrivere, a insegnare finché le forze glielo permettono.
Gli ultimi anni: memorie, poesia per bambini e un addio silenzioso
Negli ultimi anni Solonovich si dedica anche a scrivere di sé, a raccontare in prima persona i decenni passati tra libri, aule, incontri con scrittori e traduttori. Pubblica memorie, raccolte di poesie per bambini, continua a limare versioni di testi italiani che magari traduceva già da mezzo secolo.
Fino agli oltre novant’anni resta lucidissimo, presente, curioso. Poi, nella notte moscovita tra il 10 e l’11 febbraio 2026, il suo corpo si ferma. Non vengono rese note cause precise, non ci sono dettagli sulla malattia o su eventuali ricoveri. Si sa solo che se n’è andato a casa sua, in Russia, lasciando dietro di sé scaffali di libri e generazioni di lettori.
Per chi si occupa di rapporti culturali tra Italia e Russia, la sua morte è una di quelle notizie che fanno stringere lo stomaco: significa perdere una memoria vivente di un intero secolo di scambi, incontri, letture.
Cosa lascia Evgenij Solonovich
Se si prova a stringere tutto in poche righe, l’eredità di Solonovich è questa:
- ha reso leggibile e amabile la poesia italiana per milioni di lettori russi;
- ha formato traduttori e italianisti, che oggi continuano il suo lavoro;
- ha ricevuto riconoscimenti reali, non solo frasi di circostanza;
- ha attraversato guerre, cambi di regime, crisi diplomatiche, senza smettere di fare una cosa sola: mettere in dialogo due lingue e due paesi attraverso i libri.
Se oggi, in una libreria di Mosca, qualcuno può prendere in mano una raccolta di sonetti di Belli in cirillico o un Montale che suona naturale in russo, dietro quelle pagine c’è quasi sempre la sua mano.
FAQ su Evgenij Solonovich
Quanti anni aveva Evgenij Solonovich quando è morto?
Evgenij Solonovich è morto a 92 anni, nella notte tra il 10 e l’11 febbraio 2026, a pochi giorni dal suo 93º compleanno.
Perché è considerato così importante per la cultura italiana?
Perché è stato il principale traduttore della poesia italiana in russo: ha fatto conoscere poeti come Dante, Petrarca, Belli, Ungaretti, Quasimodo, Montale a generazioni di lettori russi, diventando un vero “ambasciatore letterario” dell’Italia.
Che rapporto aveva con l’Italia?
Profondissimo. Ha ricevuto premi nazionali per la traduzione, onorificenze dello Stato italiano e lauree honoris causa da università italiane. Parlava dell’Italia come di una seconda patria culturale.
È stato anche insegnante?
Sì. Per molti anni è stato professore di traduzione dall’italiano al prestigioso Istituto Letterario “Gor’kij” di Mosca, dove ha formato più di una generazione di traduttori e italianisti.
Ha scritto libri suoi, oltre alle traduzioni?
Oltre alle traduzioni, ha pubblicato poesie, libri per bambini e memorie. Negli ultimi anni ha ricevuto premi importanti in Russia proprio per la letteratura per l’infanzia.
Perché nel 2022 si è parlato di lui in relazione al Premio Strega?
Era stato inserito tra i giurati esteri del Premio Strega, ma è stato escluso per decisione politica dopo lo stop ai rapporti culturali con la Russia. Una scelta che ha suscitato molte critiche nel mondo degli studi, perché Solonovich era considerato una figura puramente culturale, non politica.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






