Per il mondo dell’animalismo di confine, tra Ticino e Luinese, il suo nome era quasi un simbolo. Giancarlo Galli, ex dirigente doganale e fondatore del Rifugio “Animali Felici” sui monti sopra Brissago Valtravaglia, è morto a 84 anni in seguito a una malattia.
Una vita passata prima tra le uniformi delle guardie di confine e i controlli alle dogane, poi, una volta in pensione, immerso nel fango dei recinti, nel profumo di fieno e nel frastuono delle stalle. Fino a diventare, per molti, l’“angelo degli animali” o il “Noè ticinese”: l’uomo che aveva scelto di dedicare l’ultima parte della propria esistenza alle creature più deboli.
Dal confine al rifugio
Originario di Balerna, nel Canton Ticino, Galli aveva alle spalle una lunga carriera nelle dogane: ruoli di responsabilità tra Ticino e Svizzera interna, esperienza come ispettore e istruttore delle guardie di confine, una vita professionale costruita sulla disciplina e sul controllo dei transiti.
All’inizio degli anni Duemila decide però di cambiare completamente orizzonte. Lascia il servizio attivo, attraversa il confine da “privato cittadino” e si stabilisce in provincia di Varese, tra Brissago Valtravaglia e Mesenzana. Qui prende forma il rifugio: qualche struttura essenziale, recinti tirati su con mezzi limitati, tanto lavoro manuale e l’idea fissa di offrire una seconda possibilità agli animali scartati da tutti.
Nel giro di pochi anni quel piccolo esperimento diventa un mondo a sé: cani, gatti, cavalli, capre, maiali, asini, pecore, cinghiali, cervi, volpi, uccelli feriti. Centinaia di animali accolti, curati, sfamati ogni giorno. Alcuni tornano in libertà, molti restano in via definitiva sulla collina, trasformando il rifugio in una vera Arca di Noè incastonata tra i boschi del Luinese.
Un uomo che “ci ha messo tutto”
Chi gli è stato vicino racconta che al rifugio Galli aveva letteralmente messo tutto: risparmi, energie, salute. Le giornate scorrevano tra mangimi da preparare, visite veterinarie, uscite per recuperare animali sequestrati o abbandonati. Le forze dell’ordine della zona sapevano che, quando si apriva un caso di maltrattamento particolarmente difficile, su quel monte c’era quasi sempre un posto in più.
Con il passare degli anni, la mole di lavoro e le preoccupazioni si sono fatte sentire. Chi andava a trovarlo racconta un uomo stanco ma ostinato, spesso commosso fino alle lacrime quando parlava del futuro del rifugio e dei “suoi” animali. Nonostante i problemi di salute, Galli ha continuato a lottare per tenere in piedi la struttura e garantire cibo e cure agli ospiti, sostenuto da volontari e donatori.
Il paradiso sotto sfratto
Sull’ultimo tratto della sua vita ha pesato come un macigno anche il contenzioso amministrativo legato alle strutture del rifugio. Alcuni manufatti – stalle, recinti, ricoveri – sono finiti nel mirino dei Comuni interessati, che ne hanno contestato la regolarità urbanistica. Le ordinanze di demolizione hanno acceso un braccio di ferro durato anni, con appelli pubblici, raccolte firme e prese di posizione di associazioni e semplici cittadini.
Galli temeva che l’abbattimento dei ricoveri, senza soluzioni alternative, potesse trasformarsi in una condanna per gli animali. In diverse occasioni aveva espresso la sua angoscia per il rischio di vedere svanire in pochi giorni il lavoro di una vita e aveva ventilato persino l’ipotesi, pur difficile, di cercare in futuro un’altra sistemazione oltreconfine.
Adesso, con la sua scomparsa, si apre inevitabilmente la domanda su cosa ne sarà dell’oasi che ha creato: chi prenderà in mano la gestione quotidiana, come verrà affrontato il nodo con le amministrazioni locali, in che modo si garantirà continuità alle centinaia di animali ancora ospitati sul posto.
L’eredità del “Noè ticinese”
Il vuoto lasciato da Giancarlo Galli non è soltanto affettivo. È concreto, fatto di recinti da sistemare, mangiatoie da riempire, cure da assicurare ogni giorno a creature che da lui dipendevano totalmente. Ma è anche un’eredità morale: l’idea che la pensione non debba per forza essere un ritiro tranquillo, e che si possa scegliere – fino all’ultimo – di esporsi in prima persona per chi non ha voce.
Nei ricordi di chi lo ha conosciuto restano l’accento ticinese, la ruvidità gentile dei modi, le mani sporche di terra e la luce negli occhi quando parlava del “suo” paradiso tra gli alberi. E restano i corpi vivi degli animali che ha salvato: forse la forma più concreta di memoria che lui stesso avrebbe voluto.

Sono giornalista pubblicista laureata in letteratura e content manager con una grande passione per la scrittura






