Chi era l’arcivescovo Alfio Rapisarda, nunzio apostolico in quattro continenti e figlio della terra etnea, morto a 92 anni: origine, carriera diplomatica, ritorno in Sicilia ed eredità spirituale

Daniela Devecchi

Chi era l’arcivescovo Alfio Rapisarda, nunzio apostolico in quattro continenti e figlio della terra etnea, morto a 92 anni: origine, carriera diplomatica, ritorno in Sicilia ed eredità spirituale

Quando la diocesi di Acireale ha annunciato la morte di mons. Alfio Rapisarda, l’11 febbraio 2026, molti hanno pensato a un grande nome della diplomazia vaticana. In Sicilia, però, il primo ricordo non è quello dell’ambasciatore del Papa, ma di un prete della terra dell’Etna che, dopo aver attraversato mezzo mondo, era tornato a casa in punta di piedi.

Aveva 92 anni, una vita intera spesa tra nunziature, incontri con capi di Stato, concordati da negoziare, ma anche messe feriali in parrocchia, visite discrete, amicizie di paese custodite lontano dai riflettori. Un curriculum da protagonista e uno stile da persona di poche parole, più abituata alla riservatezza delle stanze diplomatiche che alle prime pagine.

Le radici tra Zafferana e Monterosso

Alfio Rapisarda nasce nel 1933 a Zafferana Etnea, in quell’area del catanese dove l’Etna è presenza quotidiana, sfondo fisico e simbolico insieme. Famiglia semplice, ambiente profondamente cattolico, vocazione che matura presto.

Diventa sacerdote nel 1957, ordinato dall’allora arcivescovo di Catania. È il tempo in cui tanti preti siciliani sognano la parrocchia, l’oratorio, la missione nel loro territorio. Lui, invece, viene progressivamente attirato da un’altra frontiera: quella del servizio diplomatico della Santa Sede.

Si forma tra studi di Diritto Canonico e anni alla Pontificia Accademia Ecclesiastica, la “scuola” dei futuri nunzi. Non un percorso da libro illustrato, ma un cammino esigente, fatto di lingue, diritto, storia, relazioni internazionali. E di molta disciplina, che resterà una delle sue cifre anche da vescovo.

Dalla Sicilia alle nunziature del mondo

All’inizio degli anni Sessanta entra ufficialmente nel servizio diplomatico vaticano. Per lui si aprono frontiere lontane: Honduras, Brasile, Francia, Jugoslavia, Libano. Paesi diversissimi, stagioni politiche spesso travagliate, Chiese locali da ascoltare e rappresentare.

Sono gli anni in cui il concilio Vaticano II ridisegna il volto della Chiesa e, allo stesso tempo, la Guerra fredda impone al Vaticano equilibri delicatissimi. In queste geografie complesse Rapisarda impara il mestiere sul campo: mediare, ascoltare, tenere insieme fedeltà a Roma e dialogo con i governi, anche quando il clima è tutt’altro che semplice.

Nel 1979 arriva la svolta: viene nominato arcivescovo titolare di Canne e nunzio apostolico in Bolivia da san Giovanni Paolo II. Riceve la consacrazione episcopale direttamente dal Papa, scegliendo come motto “Super Omnia Charitas”: sopra ogni cosa, la carità. Non uno slogan, ma una sintesi del modo in cui concepirà il suo ruolo.

Zaire, Brasile, Portogallo: i fronti caldi della diplomazia vaticana

Dopo la Bolivia, viene inviato in Zaire, l’attuale Repubblica Democratica del Congo. È un Paese segnato da tensioni interne, da equilibri politici fragili, da un rapporto non sempre lineare tra Stato e Chiesa. Il nunzio è chiamato a fare da ponte tra una comunità cattolica vivacissima e un potere politico che alterna aperture e irrigidimenti.

Nel 1992 un altro passaggio chiave: Rapisarda viene nominato nunzio apostolico in Brasile. Un gigante continentale, una Chiesa sterminata, un tessuto sociale segnato da povertà e disuguaglianze. Qui il suo lavoro tocca anche la nomina di nuovi vescovi, la riorganizzazione di alcune diocesi, il confronto con una realtà in cui teologia della liberazione, movimenti ecclesiali e sensibilità tradizionali convivono e si scontrano.

La tappa forse più nota, però, è quella in Portogallo. Nel 2002 viene scelto come nunzio apostolico a Lisbona, ruolo in cui accompagna anni importanti nei rapporti tra Santa Sede e Stato portoghese. In quel periodo prende forma il nuovo concordato che sostituisce il testo del 1940 e ridisegna riconoscimento civile del matrimonio canonico, insegnamento della religione, gestione dei beni ecclesiastici.

Non è il tipo di vescovo che cerca le copertine: lavora per lo più dietro le quinte, tra incontri riservati, bozze di testi da limare, parole da pesare. Il suo nome circola nelle cronache politiche e religiose soprattutto tra addetti ai lavori, ma il suo stile resta quello di chi preferisce la sostanza al protagonismo.

Il ritorno all’Etna dopo gli incarichi nel mondo

Nel 2008, raggiunti i limiti di età, presenta la rinuncia all’incarico di nunzio in Portogallo. Il Papa la accoglie, e per mons. Rapisarda si apre una nuova stagione: non più ambasciate e saloni ufficiali, ma un ritorno a casa.

Si stabilisce di nuovo in Sicilia, nell’area di Monterosso Etneo, nel territorio della diocesi di Acireale. Non sceglie una vita da ex ambasciatore ritirato in salotto: continua a celebrare, a confessare, a partecipare alla vita parrocchiale. Chi lo incontra in quegli anni lo ricorda come un uomo pacato, gentile, attento alle persone, pronto a fermarsi a parlare con chiunque lo avvicinasse dopo la messa.

Gli anni delle missioni internazionali diventano racconto solo se qualcuno insiste a fargli domande. Non ama esibire contatti, non si presenta mai come “io che ho conosciuto capi di Stato”. Preferisce parlare di parrocchie, di gente semplice, della sua terra dell’Etna, che non ha mai smesso di sentire come casa.

Gli ultimi giorni e il saluto della diocesi

Negli ultimissimi anni la salute si fa più fragile. Viene accolto all’OASI di Aci Sant’Antonio, struttura che accompagna molti sacerdoti anziani della zona. Qui trascorre l’ultima parte della sua vita, circondato da chi ha condiviso con lui pezzi di cammino.

L’11 febbraio 2026 la notizia della sua morte arriva con un comunicato della diocesi. Il vescovo Antonino Raspanti lo ricorda come un uomo di “servizio discreto e prezioso”, sottolineando il suo ruolo di ponte tra la Santa Sede, le Chiese locali e le istituzioni civili.

I funerali vengono celebrati nella chiesa di Sant’Antonio di Padova a Monterosso Etneo, in quell’ambiente che lui aveva scelto come approdo finale. Tra i banchi ci sono fedeli comuni, sacerdoti, religiose, qualche volto noto della Chiesa siciliana, ma soprattutto persone che lo hanno incontrato nel quotidiano.

Il ritratto che emerge è quello di un vescovo che non ha mai smesso di sentirsi prete, anche quando il biglietto da visita riportava titoli e incarichi importanti. Uno che ha girato il mondo, ma senza staccare mai lo sguardo dalla sua terra e dalla gente che Dio gli aveva messo davanti, di volta in volta, nei contesti più disparati.