Chi è Matteo Insegno, figlio di Pino e Roberta Lanfranchi? Età, passato nel calcio, lavoro in Best Creative Studio e vita privata

Daniela Devecchi

Chi è Matteo Insegno, figlio di Pino e Roberta Lanfranchi? Età, passato nel calcio, lavoro in Best Creative Studio e vita privata

Per anni il cognome Insegno ha fatto pensare subito a una voce: quella di Pino, tra doppiaggi, sketch comici e programmi tv. Poi sono arrivati i figli, e in particolare il primogenito Matteo, che ha scelto una strada tutta sua, prima sul campo da calcio e poi dietro una videocamera.

Oggi Matteo ha 28 anni, vive e lavora a Roma, e chi lo segue sa che non è “solo il figlio di”. Si è costruito un percorso doppio: ex promessa del calcio nelle giovanili della Lazio e, adesso, imprenditore e regista nel mondo della comunicazione.

Età, famiglia e origini: il primogenito di casa Insegno

Matteo Insegno nasce a Roma il 9 gennaio 1998. È il figlio maggiore di:

  • Pino Insegno, attore, conduttore e doppiatore amatissimo dal pubblico,
  • Roberta Lanfranchi, ex velina, showgirl, conduttrice e attrice.

Dalla stessa unione nasce anche Francesco, più giovane. Poi, dalla nuova relazione di Pino con Alessia Navarro, arrivano altri due fratelli: Alessandro e Valerio.

Insomma, una famiglia allargata, molto presente nei racconti tv del padre, ma con un dettaglio importante: Matteo ha sempre scelto un profilo basso, lasciando gli show, le interviste e il gossip agli adulti di casa.

Cresce in una Roma divisa tra palcoscenici e campi sportivi: da una parte set, studi tv, camerini; dall’altra allenamenti, spogliatoi, partite del weekend. Alla fine, la prima grande passione che prova a trasformare in lavoro è proprio il calcio.

Dal sogno del calcio alla Primavera della Lazio

La storia sportiva di Matteo parte dai campi di periferia, come succede a tanti ragazzi romani.

Muove i primi passi in squadre giovanili locali, poi arriva la chiamata che fa brillare gli occhi a qualsiasi tifoso della Capitale: la Lazio decide di puntare su di lui per il settore giovanile.

Gioca da centrocampista:

  • tanta corsa,
  • visione di gioco,
  • piede educato,
  • quel mix che serve a chi deve stare nel cuore del campo.

Con la maglia biancoceleste passa:

  • per le categorie Allievi,
  • poi per la Primavera, cioè la porta d’ingresso vera al calcio dei “grandi”.

Per un periodo, Matteo è inserito nel gruppo di ragazzi che vengono indicati come “futuro della Lazio”. Non è un semplice ragazzino che gioca per divertirsi: vive tutto con l’intensità di chi, davvero, spera di farne una professione.

C’è anche una parentesi al Perugia, altra società importante. Viene provato, osservato, testato. Sono anni in cui si gioca tutto su pochi dettagli:

  • una stagione buona,
  • un allenatore che crede in te,
  • un infortunio in meno che ti lascia in campo al posto che in tribuna.

A un certo punto, però, la strada si ferma. I contratti non arrivano come sperato, le esperienze si accorciano, le porte del calcio professionistico si chiudono piano piano.

È uno di quei momenti in cui tanti ragazzi si ritrovano a scegliere: restare appesi a una possibilità sempre più vaga o cambiare completamente direzione.

Dallo spogliatoio al set: nasce Best Creative Studio

Matteo sceglie la seconda strada. Archivia le ambizioni da calciatore e si butta in tutt’altro campo: la comunicazione visiva.

Invece di rincorrere un altro contratto, decide di costruirsi un lavoro da zero. Nasce così Best Creative Studio, agenzia con base a Roma che si occupa di:

  • produzioni video,
  • shooting fotografici,
  • contenuti per i social,
  • campagne di marketing e comunicazione.

Il suo ruolo non è marginale, anzi: CEO e co-fondatore. In pratica, è uno dei due volti che hanno messo in piedi il progetto, insieme a un direttore della fotografia con cui divide set, clienti e idee.

Il passaggio da calciatore a imprenditore creativo può sembrare un salto nel vuoto, ma c’è un filo che unisce le due cose: la logica del lavoro di squadra. In campo si gioca in undici, in una produzione video:

  • c’è chi scrive,
  • chi riprende,
  • chi monta,
  • chi si occupa di luci, suono, post-produzione.

Matteo si ritaglia il ruolo di regista e coordinatore: guida il gruppo, decide l’impostazione dei video, tiene il contatto con le aziende che chiedono un certo tipo di racconto.

Che cosa fa, in concreto, Best Creative Studio

Detto così, “agenzia creativa” può voler dire tutto e niente. Nel caso di Matteo, i lavori realizzati raccontano bene il taglio del suo studio.

Best Creative Studio si muove soprattutto tra:

  • spot aziendali,
  • video istituzionali,
  • contenuti per campagne social,
  • documentari brevi legati a brand e storie d’impresa.

Uno dei progetti più significativi degli ultimi anni è il video dedicato ai 115 anni di Acea, il grande gruppo che si occupa di energia e servizi idrici. Un lavoro che non è solo “pubblicità”, ma una vera narrazione:

  • la fondazione all’inizio del Novecento,
  • la crescita della città,
  • i cambiamenti tecnologici,
  • l’idea di futuro.

Il nome di Matteo Insegno compare come regista legato a questo e ad altri progetti di storytelling aziendale. Non più maglia e numero sulle spalle, ma logo dell’agenzia sul ciak.

Lo studio si presenta come un team in grado di seguire tutto il percorso:

  • dall’idea iniziale,
  • alla scrittura del soggetto,
  • alle riprese,
  • al montaggio,
  • fino alla pubblicazione sui canali digitali del cliente.

È un tipo di lavoro che vive di relazioni, di fiducia e di reputazione: una volta che un’azienda si trova bene, tende a tornare. Ed è esattamente su questo che Matteo e il suo gruppo puntano.

Tra calcio e creatività: un percorso che non ha buttato via niente

Qualcuno potrebbe pensare che la parte calcistica della sua vita sia solo un “tentativo andato male”. In realtà, guardando bene, non è così.

Il calcio gli ha lasciato in eredità:

  • la disciplina degli allenamenti,
  • la capacità di reggere la pressione,
  • il saper vivere in gruppo,
  • la tolleranza alla fatica e agli orari assurdi.

Tutte cose che, nel mondo delle produzioni video, tornano utilissime:

  • i set iniziano presto e finiscono tardi,
  • spesso si lavora in condizioni complicate (meteo, tempi stretti, location difficili),
  • bisogna coordinare persone diverse e tenere alto il morale, anche quando le cose non girano.

In più, avere avuto a che fare fin da piccolo con telecamere, studi, luci grazie al lavoro dei genitori, probabilmente lo ha aiutato a sentirsi a proprio agio dall’altra parte dell’obiettivo.

Rapporto con i genitori e vita privata: tanta discrezione

Quando in casa hai due genitori noti, la tentazione di sfruttare il cognome è forte. Nel caso di Matteo, invece, la linea è stata chiara: stare un passo indietro.

Certo, ogni tanto il suo nome spunta:

  • in qualche intervista di Pino Insegno,
  • in foto di famiglia,
  • nei pezzi che raccontano “i figli dei vip, oggi”.

Ma lui, personalmente, tende a tenersi fuori dal tritacarne del gossip. Non rilascia interviste sulla vita sentimentale, non espone relazioni, non racconta dettagli privati.

Sui social e nei contenuti pubblici compare quasi sempre in versione professionale:

  • sul set,
  • in sede,
  • al lavoro su un montaggio,
  • mentre presenta i progetti della sua agenzia.

Non ci sono notizie confermate su compagne, matrimoni, figli. Nessun colpo di scena da cronaca rosa, per intenderci. Il racconto che lo riguarda è quasi tutto legato al passaggio dal calcio al lavoro creativo.

Chi è, in fondo, Matteo Insegno oggi

Se dovessimo riassumerlo in una frase, potremmo dire così:

ex centrocampista delle giovanili della Lazio, oggi imprenditore e regista nel settore della comunicazione, figlio di due volti molto noti ma con una strada professionale costruita in proprio.

A 28 anni, Matteo si trova in quella fase in cui:

  • il calcio è un capitolo chiuso ma importante,
  • la carriera nel mondo dei video è in pieno sviluppo,
  • il cognome continua a pesare – nel bene e nel male – ma il suo biglietto da visita parla soprattutto di progetti, clienti, lavori consegnati.

Non è il classico “figlio di” che prova a rifare il percorso del padre. Ha scelto di stare dietro la camera, più che davanti, e di mettere il proprio nome in coda ai video, non in copertina.

Ed è forse questo, oggi, il tratto che lo definisce meglio: un ragazzo che viene da una famiglia di spettacolo ma che ha deciso di giocare la sua partita su un campo diverso, con un ruolo preciso e lontano dalle luci della ribalta.