Simone Basso, morto il calciatore piemontese a 38 anni: il lutto di Villanova Mondovì e del calcio dilettanti

Serena Comito

Simone Basso, morto il calciatore piemontese a 38 anni: il lutto di Villanova Mondovì e del calcio dilettanti

Quando se ne va un campione vero del calcio dilettantistico, non si parla di milioni, trofei o prime pagine. Si parla di spogliatoi, di campi di periferia, di trasferte la domenica mattina con il borsone sul sedile.

La morte di Simone Basso, 38 anni, ha colpito proprio lì: nel cuore del Monregalese e di quel calcio piemontese fatto di sudore, battute, litigi con l’arbitro e abbracci a fine partita. Un malore improvviso lo ha portato via in un’abitazione di Mondovì, lasciando sotto shock Villanova Mondovì, dove viveva, e tutte le squadre con cui aveva condiviso una parte di strada.

Chi era Simone Basso

Simone aveva 38 anni, classe 1988. Era cresciuto tra Mondovì e Villanova Mondovì, dove abitava in località Bongiovanni. Niente profilo da star, ma la vita di tanti ragazzi della provincia: lavoro, famiglia, amici, e il calcio come filo rosso che tiene insieme le settimane.

Da anni lavorava alla Manitowoc di Niella Tanaro, un’azienda dove era diventato un volto di casa. Di lui, colleghi e amici raccontano un ragazzo diretto, senza giri di parole, uno con cui era difficile litigare sul serio: se si scaldava, due minuti dopo era il primo a fare una battuta per sdrammatizzare.

A casa, il dolore più grande è quello dei genitori, mamma Laura e papà Renato, e del fratello Luca. I giornali locali parlano di una famiglia unita, travolta da una notizia che non ha senso a quell’età: 38 anni non sono il momento in cui ti prepari a dire addio a un figlio o a un fratello.

La carriera in campo: dalla fascia alle giovanili del Parma

Chi segue il calcio dilettantistico in zona lo conosceva da anni. Simone era uno di quei giocatori che, quando li vedi correre su una fascia, fai fatica a dimenticarli.

Cresciuto nel vivaio del Tre Valli, da ragazzo aveva anche avuto la possibilità di vestire la maglia delle giovanili del Parma: un traguardo importante per un ragazzo di provincia, uno di quei sogni che molti inseguono e pochi toccano con mano.

Non è diventato professionista, ma non per questo ha smesso di prendersi sul serio. Al contrario: nel calcio locale ha costruito una carriera piena, facendo il giro delle squadre della zona, ma trovando il suo centro soprattutto al Piazza (oggi Asd Piazza).

In campo era un laterale di fascia: corsa, grinta, piedi buoni quanto bastava per mettere quella palla giusta in mezzo al momento opportuno. Gli allenatori lo ricordano come un giocatore generoso, uno che macinava chilometri, che soffriva se usciva dal campo prima del novantesimo e che mal digeriva certe richieste tattiche… salvo poi abbassare la testa e fare esattamente ciò che gli veniva chiesto.

La stagione che molti citano è quella 2017–2018, quando il Piazza è tornato in Seconda Categoria con lui in campo e, soprattutto, con lui con la fascia di capitano al braccio. Una promozione che, dalle cronache e dai ricordi degli ex compagni, viene vista come una piccola impresa da custodire.

Un carattere ruvido fuori, ma buono dentro

Se chiedi com’era Simone in campo, la risposta assomiglia sempre alla stessa scena:

  • scorribande sulla fascia,
  • contrasti duri,
  • proteste accese con l’arbitro,
  • qualche cartellino rosso di troppo.

Non era certo il tipo da restare zitto se qualcosa non gli andava giù. Il suo ex allenatore, ricordandolo, racconta le sue “sfuriate” e quelle giornate in cui sembrava avere il fuoco addosso.

Eppure, quasi tutti aggiungono subito un “però”.
Perché dietro quella corazza c’era una persona diversa:

  • uno che sapeva chiedere scusa,
  • che tornava dal mister con un “ho fatto una cavolata, lo so”,
  • che difendeva i compagni,
  • che non si tirava indietro quando c’era da metterci la faccia.

Questa doppia faccia – tostissimo in campo, molto più morbido fuori – è quella che lo ha reso, negli anni, un punto di riferimento nello spogliatoio. Non il campione irraggiungibile, ma il compagno con cui litighi a caldo e poi vai a bere una birra due ore dopo.

Il malore improvviso e la corsa inutile dei soccorsi

La tragedia arriva all’improvviso, in un sabato che doveva essere come tanti. Simone si trova in un’abitazione a Mondovì – alcune ricostruzioni parlano di casa di amici – quando si sente male.

Il 118 viene chiamato subito. Arrivano i sanitari, si prova il possibile: manovre di rianimazione, tentativi ripetuti. Ma non c’è niente da fare.

Le cronache parlano di un malore improvviso, di cause in corso di accertamento. A 38 anni è difficile accettare che il corpo possa cedere così, da un momento all’altro, senza una lunga malattia, senza segnali evidenti. Ed è proprio questo che rende il lutto ancora più violento: la sensazione di qualcosa di spezzato di colpo, senza avvertimento.

A Villanova e dintorni, la notizia corre veloce: messaggi, telefonate, chat di squadra che si accendono una dopo l’altra. Nel giro di poche ore, tutti sanno che Simone non c’è più.

Il silenzio di Villanova e il lutto del calcio piemontese

I giornali locali parlano di “silenzio improvviso” calato su Villanova Mondovì. Ed è un’immagine molto chiara: bar dove la voce si abbassa, capannelli di persone che si fermano a commentare, pensieri che vanno sempre lì, a quel ragazzo di 38 anni che fino a ieri vedevi in giro, al campo, al lavoro.

Nel calcio piemontese, il suo nome circola da anni. Non perché abbia giocato in Serie A, ma perché chi vive i campionati dilettantistici sa riconoscere i volti che restano: quelli che incontri da avversario su un campo e ritrovi magari come compagno di squadra qualche stagione dopo.

Le società della zona, i profili social delle squadre, gli ex compagni: tutti lasciano un pensiero. C’è chi posta vecchie foto di spogliatoio, chi ricorda determinate partite, chi scrive frasi semplici e dure da leggere:

  • “oggi il campo sembra immensamente vuoto”,
  • “non ti dimenticheremo”,
  • “hai lasciato un segno più grande di quanto pensavi”.

Al Piazza, la società con cui aveva condiviso la parte più importante della carriera recente, il dolore è doppio: per il giocatore e per l’uomo. Lì, il numero di persone che hanno avuto a che fare con lui – compagni, dirigenti, staff – è enorme.

Un vuoto che non è solo sportivo

La morte di Simone Basso non tocca solo il calcio.
A perdere qualcuno non è solo una squadra, ma una comunità intera: la famiglia, gli amici di sempre, i colleghi di lavoro, i compagni con cui ha passato anni tra allenamenti, cene di squadra, feste di fine stagione.

In un calcio dilettantistico spesso trattato come “serie minore”, storie come la sua ricordano quanto questi campi contino davvero per il tessuto sociale di un territorio. Il giorno del funerale, i colori delle maglie, le sciarpe, gli striscioni non saranno un dettaglio: saranno il modo più concreto per dire grazie a chi, per una vita, ha dato tutto in quei novanta minuti che per tanti restano un semplice passatempo, ma per lui erano qualcosa di molto di più.

Domande frequenti su Simone Basso

Quanti anni aveva Simone Basso quando è morto?
Simone Basso aveva 38 anni. Era nato nel 1988 e viveva a Villanova Mondovì, in provincia di Cuneo.

Dove è avvenuto il malore che lo ha ucciso?
Il malore è avvenuto in un’abitazione a Mondovì. I soccorsi del 118 sono intervenuti rapidamente ma non sono riusciti a salvarlo.

Di cosa è morto Simone Basso?
Si parla di un malore improvviso, con cause in corso di accertamento. Non sono stati resi pubblici altri dettagli clinici.

In quali squadre ha giocato?
È cresciuto nel Tre Valli, ha avuto un’esperienza nelle giovanili del Parma e ha giocato in diverse squadre del calcio locale monregalese, in particolare nel Piazza (oggi Asd Piazza), di cui è stato anche capitano.

Perché la sua morte ha colpito così tanto il calcio piemontese?
Perché Simone era un volto molto conosciuto nel calcio dilettantistico: giocatore generoso, capitano, punto di riferimento nello spogliatoio. La sua scomparsa improvvisa a 38 anni ha lasciato un vuoto forte in tutta la comunità sportiva e non solo.